Emorragia (silenziosa) nel Pd: cattolici in fuga da Schlein
Davide Depascale 07:00 Sabato 03 Gennaio 2026L'addio di Bartolo fa rumore, ma il disagio nel partito è testimoniato dai tanti che, in punta di piedi, se ne vanno semplicemente non rinnovando più la tessera. Il monito della consigliera regionale cattodem Canalis e gli assetti del gruppo dirigente in Piemonte
Il tesseramento si è chiuso l’ultimo giorno del 2025, e per i dati completi tocca aspettare ancora qualche giorno. Ma lo stato di salute del Partito Democratico non si misura solo con gli aridi numeri, e le preoccupazioni dell’ala riformista sulla tenuta dell’elettorato cattolico e moderato domineranno il dibattito interno ai dem anche in questo 2026, con due possibili game changer: il referendum sulla giustizia e la nuova legge elettorale. E se altrove ci sono addii che fanno rumore, in Piemonte è in atto un’emorragia silenziosa: chi non si riconosce più nel partito guidato dalla “testardamente unitaria” Elly Schlein sceglie di andarsene in punta di piedi, decidendo di non rinnovare la tessera.
Cattolici in fuga
L’addio più eclatante degli ultimi giorni è quello dell’ex europarlamentare siciliano Pietro Bartolo, medico di estrazione cattolica in prima fila nel soccorso dei migranti a Lampedusa. “Non sussistono più le condizioni perché io resti nel Partito democratico”, ha scritto sulla sua pagina Facebook, non lesinando una stoccata all’attuale gruppo dirigente: “Non posso non constatare come coloro che oggi guidano il Pd abbiano scelto di mettere da parte i valori che ho sempre condiviso, perdendo progressivamente il contatto con la realtà delle comunità locali e con i bisogni concreti delle persone”. Un j’accuse impietoso alla segreteria Schlein, che però – almeno per il momento – non trova emuli nel resto d’Italia né tantomeno a Torino e dintorni.
Anche dopo l’ingresso della corrente guidata da Stefano Bonaccini in maggioranza regge “l’anomalia piemontese”, con gli assetti locali del partito fermi al pre-2023, con i “bonacciniani” Mimmo Rossi e Marcello Mazzù alla guida rispettivamente del Pd regionale e della Città Metropolitana di Torino, e una dialettica interna ridotta ai minimi, anche e soprattutto per non inficiare la ricandidatura di Stefano Lo Russo a Palazzo Civico nel 2027.
Tuttavia, voci fuori dal coro non mancano, su tutte quelle della consigliera regionale cattodem Monica Canalis, che subito dopo l’assemblea nazionale del 14 dicembre che ha ridefinito gli equilibri interni al partito ha chiesto una svolta anche in Piemonte: “Dobbiamo fare attenzione all’emorragia silenziosa delle persone più moderate e riformiste che non rinnovano la tessera”, ammonisce l’esponente dem ch in passato è stata anche vicesegretaria regionale del partito. In perfetto stile sabaudo, molti cattodem scelgono di votare con i piedi: nessun annuncio o post polemico sui social, semplicemente abbandonano un partito in cui non si riconoscono più. Un trend che nel corso del nuovo anno potrebbe trovare nuova linfa.
La variante Calenda
Un elemento che potrebbe favorire l’emorragia di cui parla Canalis arriva dalla nuova legge elettorale allo studio, che vede la premier Giorgia Meloni e la segretaria dem Schlein concordi nell’abolizione dei collegi uninominali in favore di un sistema proporzionale con premio di maggioranza e soglia di sbarramento: così facendo le due leader determinerebbero l’80% della composizione del nuovo parlamento. Chi storce il naso e non poco è il leader della Lega – nonché vicepremier e ministro dei Trasporti – Matteo Salvini, con il Carroccio che proprio dagli uninominali ha tratto finora la sua principale arma di ricatto, riuscendo a eleggere quasi il doppio dei parlamentari che gli sarebbero spettati in base alle percentuali di voto.
Di fronte alla prospettiva (al momento assai remota, nel 2027 chissà) di una fuga leghista dalla maggioranza, la premier si starebbe cautelando coprendosi al centro, dove Azione si contraddistingue per la sua opposizione “responsabile” e per nulla battagliera. Con una soglia di sbarramento bassa, non superiore al 3%, il partito di Carlo Calenda riuscirebbe a entrare nel nuovo parlamento, garantendo così alla leader di Fratelli d’Italia i voti che le mancano. Un’operazione di fantapolitica che mette nel mirino la Lega ma anche il Pd, che si vedrebbe sfilare una parte di consensi dal “Churchill dei Parioli”, che li porterebbe in dote a una coalizione di centrodestra a trazione più moderata. Proprio l’elettorato cattolico, che non si riconosce nell’attuale leadership del Pd, ci farebbe più di un pensiero nello sposare un simile progetto. Anche la Meloni morirà democristiana.
Giustizia a due facce
L’altro passaggio politico decisivo di questo 2026 arriva in primavera, ed è il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. I sondaggi indicano come i sì alla riforma della Giustizia siano in vantaggio, e la tentazione di politicizzarlo da parte dei leader del campo largo potrebbe tradursi presto in un boomerang. D’altra parte, l’opposizione è tutt’altro che compatta nel sostenere le ragioni del no, ardentemente difese dalle associazioni dei magistrati: c’è chi si espone in prima persona a favore del sì, come il costituzionalista ed ex parlamentare dem Stefano Ceccanti o il “gran burattinaio” Goffredo Bettini.
E poi ci sono i tanti che se a favor di telecamera sostengono a spada tratta il no alla riforma Nordio, nel segreto dell’urna si esprimeranno in senso opposto. Contribuendo a infliggere un bel colpo all’attuale leadership, che si troverebbe di fronte un’opposizione interna pronta a rialzare la testa. Del resto, i vari Giorgio Gori, Graziano Delrio, Piero Fassino, Pina Picierno e Simona Malpezzi hanno già iniziato a riorganizzarsi. Per fermare l’emorragia silenziosa sì, ma soprattutto per riprendersi il controllo di un partito che va nella direzione opposta a quella che vorrebbero imprimere. Con un’inevitabile conseguenza anche alle latitudini sabaude: il tramonto definitivo dell’anomalia piemontese.



