Stadio del Torino, il tempo stringe:
Cairo deve decidere entro giugno
16:26 Sabato 03 Gennaio 2026
I piani del Comune riducono i margini di manovra del presidente granata. Che dovrà scegliere se mettere mano al portafoglio per l'unico investimento strutturale della sua gestione o accettare che la partita sul futuro dell'impianto venga giocata da altri
Che Urbano Cairo non sia mai stato un presidente dalla spesa facile è un dato di fatto, prima ancora che una caricatura da curva. Il “braccino corto” è diventato negli anni una cifra identitaria della sua gestione: attenzione maniacale alle plusvalenze, bilanci ridotti all’osso, risultati sportivi mai all’altezza della storia del Torino. Ed è proprio per questo che il dossier stadio di proprietà assume oggi un valore che va ben oltre i mattoni. Perché se c’è un investimento che può segnare uno spartiacque nella presidenza Cairo – l’unico vero asset capace di cambiare il profilo industriale del club (e magari accelerare il passaggio di proprietà) è proprio l’acquisto dell’Olimpico Grande Torino. Non a caso il tempo, su questo fronte, ha smesso di essere un alleato. Anzi: corre contro.
Come raccontato da Tuttosport, tutto parte da febbraio scorso, quando viene approvata una delibera tutt’altro che interlocutoria: il Comune apre ufficialmente alla possibilità di vendere l’impianto nel 2026, lasciando persino intravedere un’accelerazione entro la fine del 2025, poi sfumata. Tradotto: l’era dell’affitto eterno è finita, ora si decide.
L’ipoteca salta, il tabù cade
Il vero spartiacque arriva a maggio, quando il sindaco Stefano Lo Russo rompe gli indugi e mette sul tavolo la notizia che cambia il quadro: «L’Agenzia delle Entrate mi ha appena comunicato che non verrà rinnovata l’ipoteca da 38 milioni pendente sullo stadio Olimpico Grande Torino dal 2005: dal prossimo 2 luglio l’impianto sarà libero».
“Libero” è una parola che pesa. Perché significa che, dopo vent’anni, cade il vincolo che rendeva lo stadio intoccabile. Da quel momento, l’Olimpico diventa un bene potenzialmente alienabile. Certo, con tutti i passaggi burocratici del caso, lunghi e intricati. Ma la direzione è segnata. E il primo destinatario implicito di quella libertà ha un nome solo: Torino.
Stop and go
Per Urbano Cairo il 2026 somiglia sempre più a una linea di confine. O dentro, o fuori. Negli ultimi mesi il presidente granata ha iniziato a parlare, ma sempre con il contagocce. Frasi pesate, aperture graduate, messaggi che sembrano rivolti a più interlocutori contemporaneamente. Ad agosto chiarisce il perimetro: «L’obiettivo di prendere lo stadio è legato allo sviluppo delle strutture e non ci sono secondi fini legati a una vendita del Torino. A proposito delle condizioni, me ne aspetto di simili a quelle avute a suo tempo dalla Juventus».
A settembre alza il tono: «Mi sto informando per comprare lo stadio. Ora che il Comune ha ottenuto che l’ipoteca sull’Olimpico Grande Torino non venisse più inscritta, c’è effettivamente questa possibilità. Ne parlerò con il sindaco il prima possibile, sicuramente in tempi veloci. È una cosa che mi piacerebbe fare. Sicuramente lo stadio di proprietà è un’opportunità che va perseguita». Poi, a ottobre, introduce un tema che non c’entra solo con i mattoni: «Sì, confermo che ho dato la mia disponibilità a vendere il Toro, ma non ci sono trattative in corso perché offerte non ce ne sono». E a novembre torna sul dossier stadio, legandolo apertamente al Comune: «Sto pensando allo stadio di proprietà e sto valutando il progetto insieme al sindaco di Torino. Spero che sia possibile».
Il Comune spinge, sottotraccia
Dal lato istituzionale, la linea è coerente. Poco prima di Natale, Lo Russo lo dice esplicitamente: «Stiamo lavorando per dare al Torino uno stadio di proprietà. Sì, l’obiettivo è creare le condizioni perché lo stadio diventi di proprietà dei granata. Stiamo lavorando per rafforzare la presenza del club granata all’interno dello stadio Olimpico Grande Torino». Tradotto dal politichese: il Comune non vuole più essere il padrone di casa di uno stadio usato da altri. Meglio vendere, o almeno scaricare il peso gestionale. E se il compratore fosse il Torino, tanto meglio.
Nel frattempo, la macchina amministrativa procede, ma a passo non proprio spedito. L’advisor Praxi è stato incaricato di redigere la perizia chiave: valore dello stadio da una parte, nuovo canone di affitto dall’altra, nel caso in cui l’impianto resti pubblico. Oggi il Torino paga circa 500mila euro a stagione. La perizia era attesa per l’autunno, ma non sarebbe ancora arrivata. A Palazzo civico si parla di complessità tecnica, ma l’effetto politico è evidente: ogni mese che passa restringe le opzioni.
Dal documento di Praxi dipenderà tutto: prezzo base, margini di trattativa, eventuale asta. Le valutazioni informali parlano di una cifra sotto i 10 milioni di euro, anche perché lo stadio ha bisogno di interventi pesanti, a partire dal tetto. Nel primo semestre 2026 il ventaglio delle ipotesi si riduce a tre: vendita del diritto di superficie per 99 anni; partenariato pubblico-privato secondo il codice dei contratti; nuova concessione pluriennale in affitto.
Plusvalenza finale e il “dopo Cairo”
Sul fondo, come un basso continuo, resta la contestazione della tifoseria. Dura, costante, mai sopita dall’estate 2024. E nella pancia del mondo granata si fa largo un ragionamento brutale: Cairo compra lo stadio, consegna al Toro un asset strategico e poi chiude il cerchio. Per molti sarebbe la “madre di tutte le plusvalenze”, considerando l’acquisto del club quasi a costo zero nel 2005. Da lì, l’uscita: fondo internazionale o multinazionale straniera, con spalle larghe per investire su stadio e ambizioni sportive. Uno schema temporale che circola sempre più spesso: 2026 stadio, 2027 società.
C’è però un paletto che nessuno può aggirare: il calendario. La delibera “Futuro dello stadio Olimpico Grande Torino” è chiara: «Scadrà alla fine del mese di giugno 2025 la concessione per lo stadio (l’affitto pluriennale al Torino, ndr). Un termine che pone il tema della futura destinazione del complesso sportivo». Il testo richiama anche la cancellazione dell’ipoteca e prevede una possibile vendita attraverso una «procedura di evidenza pubblica di consultazioni preliminari del mercato, come previsto dalle indicazioni perentorie dell’Anac in materia di assegnazione degli stadi calcistici».
Una deroga?
L’ultimo salvagente è la deroga: «Secondo quanto approvato, visti l’eccezionalità della situazione e l’interesse pubblico a non interrompere l’attività che lo stadio attualmente ospita, la Città potrà concederne l’utilizzo al concessionario alle condizioni già previste dalla concessione in scadenza, per un periodo fino a 18 mesi». In pratica, come ricostruisce Calcio e Finanza, dal 30 giugno 2025 il Torino potrà restare all’Olimpico Grande Torino fino al 31 dicembre 2026. Ma qui entra in gioco il regolamento sportivo: a luglio 2026, per iscriversi al campionato 2026-2027, il club dovrà indicare uno stadio per tutta la stagione.
Senza certezze sul futuro dell’Olimpico, servirà un piano B. Novara è il nome che circola. Non un dettaglio, ma un segnale. Perché quando si arriva a parlare di alternative, vuol dire che il tempo delle attese è finito.



