ALLE URNE

Referendum, campagna del No. Costa: "Una truffa agli elettori"

Polemica sui manifesti comparsi nelle stazioni ferroviarie: per il parlamentare piemontese è un messaggio ingannevole sulla dipendenza alla politica dei giudici e pone interrogativi sia sul contenuto sia sui costi dell'operazione. "A tutto c'è un limite"

Un messaggio falso e fuorviante. La campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere utilizza manifesti che rappresentano «una vera e propria truffa agli elettori». Una denuncia, quella di Enrico Costa, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Giustizia, che mette nel mirino le affissioni comparse in alcune stazioni ferroviarie in cui si lascia intendere che la riforma renderebbe i giudici dipendenti dalla politica. Un’affermazione che non trova alcun riscontro nel testo approvato dal Parlamento e che, proprio per questo, assume un rilievo particolarmente grave.

A diffonderla – sottolinea il parlamentare piemontese – sono soggetti che esercitano funzioni decisive sulla libertà personale, sui diritti e sulla vita dei cittadini. Se costoro arrivano a costruire interpretazioni inventate di una riforma costituzionale, il dubbio sul metodo con cui affrontano i procedimenti giudiziari diventa legittimo. «A tutto c’è un limite», scrive Costa, aggiungendo un elemento tutt’altro che secondario: quei manifesti hanno un costo elevato e sarebbe doveroso sapere chi li finanzia.

Il nodo della separazione delle carriere non è nuovo né ideologico. Già nel 1987 Giuliano Vassalli, giurista, presidente della Corte Costituzionale e ministro della Giustizia, esponente socialista,spiegava, in un’intervista al Financial Times, che parlare di sistema accusatorio quando pubblico ministero e giudice appartengono alla stessa carriera è un’operazione concettualmente scorretta. Se accusa e giudica restano colleghi, inseriti nello stesso circuito culturale e professionale, la terzietà del giudice è solo formale.

In un ordinamento moderno il giudice deve essere realmente terzo, cioè estraneo tanto all’accusa quanto alla difesa. È un principio che discende dall’Illuminismo giuridico e dalla tradizione liberale: la giustizia è credibile solo se il potere punitivo è distinto, limitato e sottoposto a regole chiare. In questa prospettiva va letta anche la riforma disciplinare. Il trasferimento del potere sanzionatorio a un’Alta Corte non rappresenta una misura punitiva contro la magistratura, ma una garanzia di imparzialità, sottraendo il giudizio disciplinare all’autoreferenzialità.

Risulta quindi infondata l’accusa secondo cui la riforma renderebbe il pubblico ministero subordinato al potere politico. La Costituzione resta invariata. L’articolo 104 continua a sancire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, mentre l’articolo 107 garantisce al pubblico ministero le stesse tutele degli altri magistrati. Proprio la diversità di funzioni rende coerente e necessaria la separazione delle carriere.

Il referendum non è contro la magistratura. Al contrario, punta a rafforzarne l’indipendenza e la credibilità. Chi sostiene il No lo fa spesso ricorrendo ad argomenti estranei al merito della riforma, come nel caso di questi manifesti, segno della debolezza delle ragioni effettive. La separazione delle carriere allinea l’Italia alla prassi della maggior parte degli Stati liberali, senza intaccare l’obbligatorietà dell’azione penale né assoggettare il pubblico ministero al potere esecutivo.

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