Il riformismo Dc non era uno slogan

Nel suo discorso di fine anno, il Capo dello Stato ha ricordato alcune grandi riforme che hanno scandito, e caratterizzato, la storia del nostro paese in questi 80 anni della nostra Repubblica. Riforme che, a prescindere da qualsiasi valutazione ed opinione, portano la firma politica della Democrazia Cristiana. Di comune intesa, come ovvio, con i partiti che erano alleati storicamente con la Dc. Dallo Statuto dei lavoratori alla sanità pubblica, dalla coesione sociale all’istruzione pubblica, dal sistema previdenziale alla casa, dalla riforma agraria alla tutela dei diritti fondamentali. Insomma, riforme decisive che hanno segnato un forte avanzamento della nostra democrazia e, al contempo, un insieme di norme e di leggi che hanno trasformato definitivamente ed irreversibilmente il nostro paese conquistando quei diritti che apparivano sino a qual momento irraggiungibili. Riforme, però, e lo ripeto, che avevano una precisa matrice culturale e politica. E cioè, la cultura riconducibile al cattolicesimo politico italiano. E questo perché si tratta di riforme, almeno quelle citate dal Presidente della Repubblica, che hanno il segno preciso del riformismo dinamico e autenticamente democratico della Democrazia Cristiana.

Ecco perché, e al di fuori di ogni tentazione agiografica e di ogni regressione nostalgica, è anche utile farsi una domanda. E cioè, ma com’è possibile che di fronte ad una cultura politica che ha declinato una stagione di riforme che hanno segnato e caratterizzato lo sviluppo di un intero paese, la suddetta cultura viene ricordata solo per il suo glorioso ed epico passato o, peggio ancora, è sostanzialmente consegnata agli archivi storici per lo studio e l’approfondimento degli addetti ai lavori? Cioè degli storici e degli archivisti di ogni parrocchia? E l’ulteriore domanda a cui non possiamo non dare una risposta seria e convincente, almeno da parte di chi continua a riconoscersi in quel filone di pensiero, è perché proprio la cultura che ha segnato in modo più significativo il riformismo democratico e dinamico nella storia del nostro paese sia, di fatto, scomparsa dall’orizzonte politico nel nostro paese. Ed è presente solo in piccole nicchie e in minoranze che, però e paradossalmente, non riescono più ad incidere in modo significativo nelle dinamiche concrete della politica contemporanea. E ormai da molti anni, almeno da dopo il tramonto del Ppi e della Margherita da un lato e del Ccd e dell’Udc dall’altro. E questo pur senza minimizzare il ruolo e la mission di altri partiti che hanno un forte accento riformista ma, per essere onesti intellettualmente, non hanno alcuna parentela con la storia, il pensiero, la cultura e la stessa prassi del cattolicesimo politico, democratico, popolare e sociale del nostro paese.

Forse, dopo l’ultimo intervento del Presidente della Repubblica ricco come sempre di contenuti e di richiami culturali, potrebbe anche scoccare un sussulto di consapevolezza in coloro che continuano a riconoscersi in un patrimonio politico e culturale che non era, però, solo un fatto testimoniale o virtuale ma che, al contrario, era anche e soprattutto animato da un sincero ed efficace riformismo. Perché, a volte, ci si rende conto dell’efficacia, e della modernità, di una cultura politica solo quando vengono snocciolate le grandi riforme politiche, sociali, economiche e dei diritti che hanno visto proprio in quel filone di pensiero il protagonista quasi assoluto.

print_icon