GIUSTIZIA

Non dimenticate Burlò, ancora in cella in Venezuela. Apprensione per l'imprenditore torinese

Detenuto da oltre quattordici mesi nel famigerato carcere di El Rodeo I senza una contestazione formale di reato né un processo, condivide la stessa condizione di Trentini ma non la stessa esposizione mediatica. L'appello dei legali e della famiglia

Mentre le diplomazie si muovono e i riflettori sono puntati sul caso di Alberto Trentini, c’è un altro italiano che da oltre quattordici mesi è chiuso in una cella del famigerato carcere di El Rodeo I, a trenta chilometri da Caracas, senza accuse formali e senza processo. Si chiama Mario Burlò, è un imprenditore torinese ed è detenuto in Venezuela con una generica accusa di “terrorismo”, in un contesto reso ancora più incerto dal raid statunitense e dall’arresto del dittatore Nicolás Maduro.

A ricordare che Burlò si trova «nella medesima situazione di Alberto Trentini» sono i suoi difensori, Maurizio Basile, penalista del foro di Torino, e Benedetto Marzocchi Buratti, legale di Roma, che in una nota diffusa nelle scorse ore riportano l’attenzione su una vicenda rimasta finora piuttosto ai margini dell’opinione pubblica. «Leggiamo sugli organi di stampa di un'azione diplomatica in corso in queste ore, che coinvolgerebbe oltre al governo italiano anche il Vaticano, la Cei e la Comunità di Sant'Egidio, per ottenere al più presto la liberazione di Alberto Trentini. Si legge, inoltre, che la stessa Presidente del Consiglio sarebbe impegnata ad ottenere questo risultato per la conferenza stampa fissata al 9 gennaio. Ovviamente questo ulteriore sforzo di tutte le diplomazie non può che confortarci. Ricordiamo, però, a tutti i soggetti, che sarebbero coinvolti nelle trattative per la liberazione dei connazionali arbitrariamente detenuti in Venezuela, che nella medesima situazione di Alberto Trentini si trova Mario Burlò».

Burlò è uno dei circa quindici italiani detenuti in Venezuela, numero confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Per loro, dopo il blitz degli Usa, crescono insieme preoccupazione e speranza. Il problema, segnalano i legali, è che la polizia penitenziaria della prigione in cui sono rinchiusi Burlò e Trentini resta fedele a Maduro, con un contesto segnato da sovraffollamento, maltrattamenti e violazioni delle norme internazionali, e con il rischio concreto di un peggioramento della situazione interna.

Per ricostruire la vicenda occorre tornare al 7 novembre 2024. In quella data la Corte di Cassazione avrebbe dovuto assolvere Burlò per una vicenda di criminalità organizzata. L’imputato, però, risultava irreperibile: non solo per i giudici, ma anche per la famiglia e per i difensori. Solo settimane dopo arriva la notizia della sua detenzione in Venezuela. Da allora, nessun contatto diretto, nessuna informazione ufficiale sulle accuse.

In Italia, intanto, Burlò resta coinvolto in procedimenti distinti. È imputato a Torino per reati fiscali e per le vicende legate al fallimento della società di basket Auxilium. Secondo l’accusa, insieme ad altri soggetti – tra cui l’ex patron del Torino Calcio Roberto Goveani – avrebbe partecipato a indebite compensazioni fiscali come sponsor della squadra, attraverso il consorzio Job Solution. È invece stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Burlò è un imprenditore specializzato nell’outsourcing, a capo di diverse aziende, già presidente dell’Unione nazionale imprenditori e vicepresidente di Pmi Italia.

Sul piano diplomatico, Burlò e Trentini sono stati visitati per la prima volta dall’ambasciatore italiano in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, lo scorso settembre. In quell’occasione il diplomatico è riuscito a consegnare a Burlò le lettere dei familiari, ma non i beni di prima necessità, riferendo al ministro Tajani che «era in buone condizioni, anche se un po’ dimagrito».

I legali sottolineano anche il percorso seguito dalla famiglia: «I familiari di Mario Burlò in questi 14 mesi si sono rivolti esclusivamente alle autorità dello Stato. Hanno interpellato ambasciata e consolato italiani a Caracas ed hanno presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma». E aggiungono: «Ringraziamo per l'impegno profuso il console, con il quale in questi mesi abbiamo avuto una proficua interlocuzione, che ha fatto sentire ai figli di Mario Burlò, Gianna e Corrado, la vicinanza dello Stato italiano. E ringraziamo l’ambasciatore per avere fatto visita in due occasioni congiuntamente a Trentini e Burlò».

Gianna e Corrado Burlò vivono ore di forte apprensione dopo il blitz americano. I legali ribadiscono il punto politico: «I suoi familiari non attendono telefonate di solidarietà, ma che prosegua indefessamente lo sforzo diplomatico per poterlo riabbracciare al più presto in Italia». E concludono: «Siamo certi che il governo, al di là di quanto trapela sulla stampa, sia impegnato per il celere rientro in Italia di entrambi i nostri connazionali».

print_icon