"Il Pd non si governa col bilancino". Conticelli gela la cattodem Canalis
Davide Depascale 14:19 Mercoledì 07 Gennaio 2026Dopo l'ingresso dei bonacciniani nella maggioranza a sostegno di Schlein, l'esponente della minoranza aveva ventilato la necessità di rimettere mano agli organigrammi anche in Piemonte. L'attuale presidente del partito non ci sta: "Modalità sbagliate"
“Il problema della rappresentatività non si risolve facendo una divisione dei posti”. Parlando con lo Spiffero, la presidente del Partito Democratico piemontese Nadia Conticelli risponde indirettamente alla cattodem Monica Canalis, sua compagna di partito e collega in Consiglio regionale, che chiedeva una ridefinizione delle cariche dopo l’ingresso dei bonacciniani nella maggioranza a sostegno della segretaria Elly Schlein, certificato nell’ultima assemblea nazionale, oltre a denunciare una “emorragia silenziosa” da parte dei militanti più moderati.
“Necessario trovare un’amalgama, altrimenti gli elettori non ci capiscono. Nessuna componente può considerarsi un monolite”, la risposta di Conticelli. Che non ci sta a vedersi sfilare la carica di presidente – un ruolo di garanzia spesso riservato alla minoranza – in nome dei rinnovati equilibri: “L’allargamento della maggioranza è il frutto di un percorso, ma non è il traguardo finale”.
Un partito, non un puzzle
Secondo la consigliera regionale, già capogruppo del Pd in Sala Rossa, il vero tema dirimente non è che esiste un’opposizione interna, ma le modalità con cui questa agisca: “Siamo un grande partito, perno della coalizione di centrosinistra, che nasce dall’incontro di varie anime. Se ognuna di queste chiede che gli vengano riservati posti restiamo un puzzle mal riuscito, e la gente continua a non votare”. Proprio queste modalità infatti, sarebbero la causa di disaffezione dell’elettorato, disorientato dalle varie prese di posizione dei suoi esponenti, spesso in contrasto tra di loro: “La linea del partito dev’essere una. Ci sono chiaramente varie sensibilità e vanno rispettate, ma serve uno sforzo di mediazione anziché fare il controcanto. Non bisogna cadere nella trappola di mettere le cose in contrapposizione”.
Convergenza di interessi
Conticelli attribuisce proprio al tentativo di cambiare queste modalità uno dei motivi che hanno condotto alla vittoria di Elly Schlein alle ultime primarie, e crede che dal remare uniti tutti possano trarne vantaggio: “Con la vittoria di Schlein tanti giovani sono tornati a votarci. Se non cambiamo questo modo di vedere il partito con il bilancino l’emorragia ci sarà al centro come a sinistra, e credo che non convenga a nessuno. Legittimo seguire l’interesse personale, ma se il Pd guadagna consensi è una vittoria di tutti, mica solo di una parte”.
Temi scottanti
Sono tanti e troppo importanti però i temi che dividono i dem, dalle proposte sul lavoro a quelle in politica estera, passando per le varie sensibilità sui diritti civili. L’amalgama prospettata da Conticelli, finalizzata a definire finalmente un’identità comune a quasi venti anni dalla nascita del Pd, a oggi pare un miraggio, ma lei si mostra ottimista: “Su questi temi occorre fare una sintesi, difficile restare nel partito con un atteggiamento monolitico. Prendiamo il Jobs Act: è diventato un simbolo, ma nel frattempo è cambiato il mondo. Non c’era mica solo l’abolizione dell’articolo 18 lì dentro, ma veniva inserita tutta una serie di tutele per i lavoratori. A oggi bisogna fare una valutazione e capire se l’articolo 18 fosse davvero un freno alle assunzioni”.
Progressisti e riformisti
La presidente rifiuta anche la dicotomia tra progressisti e riformisti, con cui convenzionalmente viene diviso il Pd: “Non c’è progresso senza riforme, non si può essere una o l’altra cosa se non entrambe, questo equivoco è alla base di tante incomprensioni”. Le definizioni giornalistiche forse non saranno le più adatte, ma le divisioni interne restano lì, e una possibile soluzione la offre involontariamente proprio lei: “Anche nel centrodestra Forza Italia e Lega la pensano all’opposto su molti temi, ma poi trovano la quadra. Non vedo perché non dovremmo riuscirci noi che siamo nello stesso partito”. Forse stando nella stessa coalizione ma in partiti separati si ragiona meglio? Il 2026 potrebbe fornirci qualche risposta su questo.



