Verità partigiane
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 08 Gennaio 2026
Alcuni recenti sviluppi hanno risvegliato l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto accaduto al convegno “Russofilia. Russofobia. Verità” (lo stesso già censurato a Torino), tenuto a Napoli il 22 dicembre scorso. L’incontro, organizzato dalla sezione locale dell’Anpi, si è svolto all’interno di un’aula concessa dall’Università Federico II, con la presenza del professor Angelo D’Orsi e di Alessandro Di Battista. In altri tempi si sarebbe trattato di un normalissimo confronto su temi geopolitici, ma gli attuali venti di guerra hanno fatto piombare sul dibattito eventi, a dir poco, preoccupanti.
Al momento di dare la parola al pubblico si sono palesate alcune persone che mostravano la bandiera ucraina, decise (secondo alcune testimonianze) a occupare la sala. Un video, registrato negli attimi della contestazione, mostra, oltre ai tentativi di appuntare spille pro-Kiev sugli abiti dei presenti, un ragazzo che si scaglia sul microfono del Professor D’Orsi e, non riuscendo nell’intento di strapparglielo via, sale sulla cattedra degli oratori accusando gli astanti di essere al servizio della Russia.
Manifestare il dissenso è atto di partecipazione e democrazia diretta, ma il modo con cui si attua la contestazione fa la differenza tra un’azione squadrista e una libera espressione. Gli atti perpetuati dai miliziani in camicia nera, negli anni ’20 del secolo scorso, erano prove di forza nei confronti di gruppi politici a cui erano quotidianamente negati gli usuali spazi di comunicazione: si metteva a tacere l’avversario con la violenza, e con la spavalderia di chi era certo che non avrebbe subito alcuna conseguenza (poiché protetto dal potere statale).
L’irruzione fatta nell’aula universitaria di Napoli è paradossale, inquietante, per essere stata realizzata a danno di chi non è parte del potere, non ha mezzi di informazione (al di là di un quotidiano) e neppure strumenti propagandistici. Al contrario, chi ha interrotto i lavori è sostenuto da parlamentari nazionali, europei, da buona parte del Governo e può contare sull’appoggio di tutta la stampa italiana. Una strana visione della democrazia che assomiglia tremendamente alle premesse di un nascente regime. Lo squadrismo di Stato si caratterizza, infatti, per la sua impunità: colpisce violentemente coloro che non rivestono ruoli di governo, e solitamente le autorità lo derubricano al rango di “ragazzata”, o di “innocuo flash mob”.
I sinceri democratici (che odiano senza limiti il regime dittatoriale di Putin) censurano, interrompendolo con urla e occupazione della sala, chi ha una visione diversa da quella “ufficiale”, e retorico-governativa, della guerra russo-ucraina. Insultano quindi i relatori “avversari”, valutando non sufficiente un’informazione a senso unico, in cui il 95% dei media amplifica l’opinione dei “censori” (veri democratici) lasciando ai “censurati” miseri spazi per esercitare il diritto di replica. I contestatori, stranamente, hanno ritenuto di non indirizzare il loro sdegno contro chi ricopre ruoli di potere, oppure verso le varie autorità che dai loro scranni affermano che “Mussolini ha fatto pure cose buone”, ma di dover rivolgere la propria forte indignazione contro esponenti dell’opposizione politica e sociale.
La vicenda ha comportato ancora ritorsioni recenti. Il 29 dicembre scorso, infatti, la segreteria nazionale dell’Anpi ha definito le prese di posizione della sezione di Napoli Zona Orientale, “Aurelio Ferrara”, ossia l’ente territoriale che ha organizzato il dibattito con il professor D’Orsi, compulsive e affidate a “post la cui quasi totalità non riguarda questioni attinenti alle competenze territoriali della Sezione ma vicende di ordine politico internazionale e nazionale”.
La dirigenza nazionale ha concentrato la sua attenzione su un comunicato pubblicato sui social dalla sezione napoletana, in cui è stata pubblicata una fotografia del Senatore Calenda insieme ai suoi figli e corredata con il testo: “Osserviamo che Carlo Calenda ha figli idonei alla leva. Ottimo! Ci assicureremo che siano inviati al fronte per primi se l’Italia entrerà in guerra”. La stessa dirigenza ha quindi definito tale post “di straordinaria gravità di ordine etico, assolutamente estraneo al costume dell’Anpi, intollerabile in generale, poi perché attinente non solo ad una personalità della politica italiana, ma perché rivolto ai suoi figli, che non hanno nulla a che vedere con le vicende in corso e il cui coinvolgimento sormonta qualsiasi vis polemica nei confronti di Carlo Calenda”.
Ma non solo, la segreteria nazionale ha stigmatizzato gli associati di Napoli pure per un secondo post dove “(…) si contrappongono polemicamente le parole del Presidente Sandro Pertini alle parole del Presidente Sergio Mattarella, con un fine palesemente irrisorio nei confronti di quest’ultimo, travalicando così ogni buon senso politico e civile e attaccando in modo pesantemente irriverente l’attuale prima carica dello Stato. Ancora una volta si mette in discussione l’immagine e la dignità dell’ANPI”.
Di conseguenza, è stato deliberato l’immediato commissariamento della sezione di Napoli Zona Orientale, “Aurelio Ferrara”. La reazione dei commissariati non si è fatta però attendere, evidenziando una frattura conclamata con i vertici, difficilmente sanabile: “Come sezione ci siamo sempre mobilitati contro tutte le guerre, perché per noi non esistono guerre giuste (…) È dunque paradossale che per aver promosso un dibattito pubblico con docenti ed esponenti politici colpiti dalla censura, siamo stati etichettati come “filorussi”: un’accusa falsa e infamante, che respingiamo con forza. Ancora più grave è che, dopo le dichiarazioni di Calenda, la segreteria nazionale dell’ANPI abbia scelto di attaccarci, minacciarci e infine commissariarci”.
In sintesi, la sezione “Aurelio Ferrara” non ha intenzione di adeguarsi al commissariamento, annunciando la disobbedienza e la ferrea volontà di non “fare un passo indietro”: una divisione netta tra l’Anpi che si allinea ai voleri della coppia parlamentare Calenda-Picerno, e quella che rivendica invece piena autonomia politica nei confronti dei partiti.
La situazione emersa in seguito all’interruzione del convegno “Russofilia. Russofobia. Verità” evidenzia in modo inequivocabile l’esistenza di una “verità ufficiale” che non ammette repliche: chiunque provi a fornire al dibattito pubblico analisi critiche sul ruolo occidentale nella guerra ucraina va incontro alla censura, nonché alle contestazioni organizzate dai “detentori dell’unica verità”. Il tutto in barba all’articolo 21 della Costituzione che al primo comma recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
L’Europa che si prepara alla guerra di espansione verso Est, e a quella di difesa nei confronti degli Usa, ha scoperto, infine, che la libertà è una bella solo quando non la si usa per disturbare il manovratore.



