Province, riforma ancora lontana.
"La Delrio oltre il governo Meloni"
Stefano Rizzi 07:00 Venerdì 09 Gennaio 2026
A parole tutti, destra e sinistra, decisi ad archiviare la famigerata legge dell'ex ministro del Pd. Serve almeno un miliardo all'anno. Nel frattempo si fanno i conti con pochi soldi e tante spese. Gandolfi (Upi): "Nessun segnale di attenzione nella legge di bilancio"
Anche il più tenace ottimismo sembra soccombere a un realismo che allontana dall’orizzonte dell’attuale legislatura la tanto agognata riforma delle Province. Paradossalmente, l’unica “conquista” non rivendicata, anzi abiurata, dalla sinistra – la legge Delrio – sembra destinata a sopravvivere persino al pur longevo governo di Giorgia Meloni. A dirsi, purtroppo, convinto è proprio il presidente dell’Upi, Pasquale Gandolfi, esponente del Pd e alla guida della Provincia di Bergamo.
Presidente Gandolfi, andiamo dritti alla questione: quante possibilità ci sono di vedere una riforma che mandi definitivamente in soffitta la Delrio entro la fine della legislatura?
«Vedo molto, molto difficile che ciò possa accadere».
Poco tempo, difficoltà nel reperire le risorse, questioni politiche?
«Un po’ tutto. Se vogliamo dare dignità all’ente dobbiamo assicurarne le risorse, che sono legate alle funzioni che intendiamo attribuirgli. Ma oggi non è chiaro quali funzioni si vogliano affidare alle Province. Una cosa, invece, è certa: le risorse non ci sono».
Si parla di almeno un miliardo all’anno: è così?
«Guardi, basti ricordare che oggi, con le funzioni attuali, le Province registrano uno squilibrio di circa 928 milioni di euro. Già adesso, quindi, avremmo bisogno di quella cifra solo per fare ciò che facciamo oggi. E nel contempo contribuiamo alla finanza pubblica per circa un miliardo».
E come si sopperisce a questo squilibrio?
«Con bravissimi funzionari, con tanta fatica e purtroppo con molte risposte non date ai cittadini».
Risposte che riguardano soprattutto scuole superiori e strade.
«Esattamente. Riduzione delle manutenzioni e interventi rinviati. Parliamo di 5.100 edifici scolastici superiori e di 130mila chilometri di strade, con circa 30mila ponti. Ci sono stati interventi straordinari, ma appunto straordinari. Pensiamo al Pnrr: siamo riusciti a riqualificare solo il 25% degli edifici scolastici, la gran parte dei quali risale agli anni Settanta o anche prima. Ma si tratta di una misura destinata a finire».
Problemi di soldi: ma la volontà politica di fare questa riforma c’è davvero?
«All’ultima assemblea Upi di novembre non ho colto, da parte dei rappresentanti delle forze di maggioranza né dell’opposizione, una volontà di non farla. E mi sembra che ci sia accordo anche sul come farla».
È superabile anche il nodo delle elezioni, che la Lega vuole dirette per il presidente?
«A me interessa molto di più quale ruolo vogliamo dare alle Province e con quali risorse. Poi, se l’elezione è diretta, tanto meglio: si supererebbero anche in questo caso alcune storture della Delrio. Mi pare comunque che sull’elezione diretta ci sia una più che ampia condivisione. Il vero nodo è come reagiranno i cittadini che, proprio dopo la riforma del 2014, potrebbero vedere nel ritorno all’elezione diretta l’immagine di un poltronificio. Cosa che non sarebbe assolutamente vera, visto che in questi anni abbiamo dimostrato di saper gestire, con pochissime risorse, strutture fondamentali per i territori».
Quanto è importante il rapporto con i Comuni?
«Abbiamo Province molto ampie, con molti Comuni, e Province più piccole, con meno amministrazioni comunali. Pensiamo a un piccolo Comune della Bergamasca che debba interloquire direttamente con Regione Lombardia: si capisce bene quanto contino le Province anche in questo ruolo di raccordo».
È vero che molte Regioni si sono tenute le materie più “ricche”, lasciando alle Province quelle più problematiche?
«La Lombardia si è tenuta caccia e pesca e agricoltura; tutto il resto è rimasto alle Province».
Voti e soldi, viene da dire guardando a queste competenze regionali.
«Non lo faccia dire a me. In altri casi le Regioni si sono prese tutto, lasciandoci solo strade e scuole, ma questo era previsto dalla legge».
Questo governo e questa maggioranza, tra premierato e riforma dell’autonomia, come si sono mossi sulla riforma delle Province?
«Diciamo che non si sono mossi. C’è un disegno di legge in Commissione fermo da anni. Quello che il Governo non ha fatto per le Province è sotto gli occhi di tutti. Quello che potrebbe fare è molto, ma i segnali devono arrivare dalle leggi finanziarie e, ahimè, in quella di quest’anno non c’è nulla per le Province. Vale per le scuole e per le strade. Non viene consentita una programmazione, e queste opere richiedono anni».
L’autonomia regionale rafforzata, cavallo di battaglia della Lega, come si rapporta con il futuro delle Province?
«Noi abbiamo dimostrato che, con le risorse necessarie, siamo tra i primi attori in grado di renderla concreta. La vera autonomia non è solo attribuire maggiori responsabilità, ma anche maggiori risorse agli enti locali, quindi Comuni e Province. Se vogliamo davvero l’autonomia, bisogna partire dal basso».
Tornando alla riforma: che cosa auspica realisticamente?
«L’avvio della riforma del Testo unico degli enti locali, per permettere a quella delle Province di essere strutturale. Non può che passare da lì».
Torniamo alla domanda iniziale: niente addio alla Delrio in questa legislatura?
«Innanzitutto dipenderà da quando finirà la legislatura. Ma credo che ci terremo ancora per un po’ la Delrio, anche se bisogna sempre restare fiduciosi».



