C'è (sempre) la regia di Askatasuna: indagati volti noti del centro sociale
14:00 Venerdì 09 Gennaio 2026Dietro ai ragazzi dei collettivi studenteschi raggiunti stamattina dalle misure cautelari ci sarebbe la mente dell'ala più oltranzista di corso Regina Margherita. Tra le contestazioni resistenza aggravata a pubblico ufficiale, violenza privata e pure rapina
Dietro le violenze che si sono verificate durante numerosi cortei torinesi c’è la regia di Askatasuna. A sostenerlo sono gli inquirenti: tra i tredici antagonisti destinatari di misure cautelari ci sono infatti anche noti militanti del centro sociale sgomberato in corso Regina Margherita 47. L’accusa anche per loro è di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, violenza privata aggravata e rapina.
La regia di Aska
In prima fila c’erano studenti delle scuole superiori spesso alle prime esperienze di piazza, ma dietro loro ci sarebbero stati alcuni volti noti del mondo dell’antagonismo torinese. È quanto sostengono gli inquirenti che questa mattina, venerdì 9 gennaio 2026, hanno dato seguito all’esecuzione di tredici misure cautelari contro altrettanti antagonisti torinesi.
I fatti contestati sono quattro e risalgono tutti al periodo a cavallo tra il 13 novembre e il 13 dicembre 2024. In quel mese di contestazione furono diverse le manifestazioni a sostegno della Palestina che sfociarono in azioni di violenza. Tra tutte l’irruzione dentro la sede di Leonardo a Torino, quella all’interno della Mole Antonelliana e gli scontri che ci furono davanti alla Prefettura.
Dietro quelle azioni secondo gli investigatori ci sarebbe stata la regia dell’ala più oltranzista del centro sociale Askatasuna che è stato sgomberato lo scorso 18 dicembre. Sempre quell’anno, a gennaio, il Comune di Torino aveva annunciato il patto di collaborazione che avrebbe dovuto portare alla “legalizzazione” del centro sociale. Accordo che prevedeva che l’immobile fosse liberato e che nessun esponente del centro sociale si macchiasse di azioni di violenza. Patto saltato dopo lo sgombero del 18 dicembre.
Baby antagonisti
Gli antagonisti che hanno saranno sottoposti all'obbligo di firma hanno tra i 20 e i 30 anni. Le misure cautelari richieste sono state 18, mentre gli indagati complessivi per i fatti avvenuti durante manifestazioni e cortei di piazza tra novembre e dicembre 2024 sono alcune decine.
Il più giovane dei destinatari dei provvedimenti notificati questa mattina dalla digos, guidata dalla dirigente Rita Fabretti, ha 20 anni, il più anziano 30. Tra le accuse c’è anche il reato di rapina che viene contestato perché durante un'irruzione nella stazione ferroviaria di Porta Susa venne sottratto il telefono cellulare a un agente della digos che stava documentando i fatti.
Quelle di oggi sono solo le ultime misure cautelari che sono state eseguite ad antagonisti torinesi per episodi di violenza avvenuti nell’ultimo anno e mezzo. Il 30 dicembre scorso venne notificato l’obbligo di dimora ad altri sei baby antagonisti vicini ai collettivi studenteschi. A loro furono contestati due episodi: le tensioni del 27 ottobre 2025 davanti al liceo Albert Einstein di via Bologna, quando venne impedito un volantinaggio organizzato da Gioventù Nazionale Torino Gabriele D'Annunzio, e l’irruzione dentro la sede della Città Metropolitana di Torino del 14 novembre scorso. Anche in questi due episodi si ipotizza che possa esserci stata la regia di alcuni esponenti del centro sociale Askatasuna.
Il ricorso sul maxi processo
Dal punto di vista giudiziario è un momento delicato. La stessa Procura di Torino ha infatti presentato ricorso in appello contro la sentenza pronunciata lo scorso marzo dal Tribunale di Torino nel maxi processo a una trentina di militanti dell’area Askatasuna. In primo grado erano state inflitte condanne per complessivi 18 anni di reclusione, a fronte di una richiesta dell’accusa di circa 88 anni, ma soprattutto i giudici avevano escluso il reato di associazione per delinquere, assolvendo sedici imputati su quello che per la Procura rappresentava il fulcro dell’impianto accusatorio, derubricando le azioni contestate a reati isolati senza riconoscere una struttura organizzata e stabile con finalità criminali.
“Non dissenso, ma programma criminale”
Nel ricorso, i pubblici ministeri contestano duramente questa impostazione. In apertura chiariscono che «da parte dell’accusa non vi è stata alcuna volontà di reprimere il semplice dissenso». A loro avviso, gli imputati «non si sono limitati a condividere e diffondere un’ideologia che auspica il ricorso alla violenza per contrastare gli avversari, ma hanno dato esecuzione a questo proposito», compiendo «una pluralità di reati, caratterizzati da modalità analoghe e dalla comune finalità» che devono essere puniti in quanto tali e, perché organizzati in vista di un programma criminale comune, qualificati come associativi.
Secondo la Procura, negli ultimi trent’anni sarebbe stata realizzata «una pluralità di reati, caratterizzati da modalità analoghe e dalla comune finalità», elementi che dimostrerebbero l’esistenza di un programma criminoso comune e quindi di una associazione penalmente rilevante. Il contrasto tra Procura e Tribunale porta al centro un elemento cruciale del diritto penale: quando un’attività collettiva di protesta si trasforma in associazione a delinquere? La legge italiana (articolo 416 c.p.) richiede che vi sia una organizzazione stabile, la divisione di ruoli tra associati, e la programmazione durevole di reati come mezzo per perseguire fini comuni.
Struttura e gerarchia
Nel ricorso, infatti, viene respinta l’affermazione del Tribunale secondo cui Askatasuna non sarebbe stato un luogo di proselitismo per reati. «Le prove dimostrano il contrario», scrivono i pm, richiamando intercettazioni considerate decisive, tra cui quella del 6 maggio 2020, nella quale emerge una struttura interna gerarchizzata.
In quel dialogo si fa riferimento a un “sovrano”, identificato in “Wallace”, alias Giorgio Rossetto, storico leader della vecchia guardia, e di livelli di militanti con compiti definiti. Questo quadro, per l’accusa, contrasta con l’idea di un aggregato indistinto e amorfo di soggetti. La Procura sottolinea che la persistente commissione, da parte di alcuni degli imputati, di reati non occasionali ma con modalità analoghe – spaccio di sostanze, atti di violenza contro istituzioni ed esponenti politici, scontri nelle piazze – dimostra una volontà coordinata e stabile di perseguire finalità illecite, non assimilabili a semplici proteste violente.
Il tribunale di primo grado aveva invece ritenuto che il centro sociale fosse un luogo di ritrovo e proselitismo culturale-politico, frequentato da persone che talvolta commettevano reati, ma senza che questo fosse sufficiente a fare “sistema criminale” unitario. Per i pm questa conclusione contraddice il quadro probatorio complessivo e indebolisce la risposta penale dello Stato in casi di conflitto sociale e di militanza antagonista.
Parola all'Appello
Ora la parola passa alla Corte di Appello di Torino, chiamata a decidere se confermare la lettura del primo grado o accogliere le tesi della Procura. Nel frattempo, le identificazioni di oggi e la ricostruzione degli scontri del 20 dicembre riportano l’attenzione su un fronte che, a Torino, resta aperto tanto nelle aule di giustizia e della politica quanto nelle piazze.



