BERLUSCONES

Cirio vs Occhiuto, primo round.
Forza Italia in cerca d'autore

Dopo l'intervista-manifesto del governatore calabrese, oggi sul Foglio arriva la risposta del collega piemontese. Uno alza l'asticella, parla di agenda liberale e non esclude di correre al congresso. L'altro replica con lealtà, unità e prudenza. Insomma, uno sbadiglio

Oggi parla Cirio. E lo fa dove aveva parlato Occhiuto qualche settimana fa: sul Foglio. Due presidenti di Regione, due vicesegretari, due commensali del desco di Marina Berlusconi che scelgono lo stesso giornale per raccontare la stessa cosa – la nuova Forza Italia – ottenendo però due risultati se non opposti decisamente diversi. Il governatore calabrese ha usato un verbo: cambiare. Il collega piemontese, oggi, ne usa un altro: custodire. E dentro questa differenza di verbo c’è tutto il duello dei “gemelli diversi” del partito azzurro: uno parla di scossa liberale e di coraggio, l’altro di lealtà, di bussola, di eredità. Entrambi dicono “con Tajani”. Ma non dicono la stessa cosa.

Occhiuto: un manifesto (quasi) completo

Nell’intervista di fine dicembre, Roberto Occhiuto non si limita a ribadire fedeltà o a evocare il passato. Fa esattamente il contrario: dice che Forza Italia è stata “troppo timida”, soprattutto sulla giustizia, rilancia la battaglia identitaria berlusconiana sulla separazione delle carriere, parla di liberalizzazioni vere (tassisti, balneari), di riforma fallimentare per dare seconde chance alle startup, di energia, nucleare, rigassificatori, banche come infrastruttura economica.

E poi i diritti civili, trattati senza tremori: nessun pregiudizio su unioni omosessuali, apertura al dibattito sul fine vita, cittadinanza come tema da affrontare senza tabù ideologici. Quando cita Zohran Mamdani, sindaco musulmano di New York, non lo fa per ammiccare alla sinistra, ma per dire che l’inclusione è una leva di forza, non di debolezza.

Soprattutto, Occhiuto non nasconde l’ambizione politica. Non sfida apertamente Antonio Tajani, ma nemmeno si rifugia nel “non è il momento”. Dice: non mi difetta il coraggio. Tradotto: al congresso se ne può parlare, eccome. E intanto costruisce un profilo da leader, non solo da amministratore prudente. Lancia l’idea di un congresso 2027 aperto, e soprattutto indica una strada: forza, idee, temi: non solo fedeltà. Occhiuto non nasconde il suo interesse per la leadership, e a leggere tra le righe sembra pronto a provarci con autorità e visione, non con slogan battesimali. Insomma: non sta giocando alle poltrone, sta giocando alla politica. E quella roba lì, in Forza Italia, è un po’ arrugginita.

Cirio: lealtà, bussola e sacre reliquie

L’intervista di oggi di Alberto Cirio, letta sinotticamente con quella di Occhiuto, suona invece come una difesa dell’esistente. Il cuore del suo discorso non è un’agenda politica, ma un atto di fede. “Spero e sogno che un Berlusconi scenda in campo”, dice. La famiglia come bussola morale, il nome del Cav nel simbolo come garanzia identitaria, Tajani come uomo del miracolo che ha salvato il partito dal rischio estinzione. Cirio non ha torto: ricordare che nel simbolo di FI c’è il nome del Cavaliere è doveroso, e rimarcare la lealtà a Tajani che ha tenuto insieme i pezzi dopo la morte di Berlusconi è corretto. Lui parla di centrodestra unito, di moderazione, di tassazione e temi anche civili come il fine vita. Ma il tono non cambia mai: è un appello alla coesione, non una sfida alla piattaforma. Non c’è il senso della sfida politica, non c’è la volontà di rompere (nemmeno un po’) con lo status quo. Cirio è un moderato che teme il rischio di litigio più di un valligiano teme l’uscita di pista nella nebbia.

Cirio parla di meno tasse, di burocrazia come imposta occulta, di spendere bene (con lo svarione illiberale dello spendere di più), di fine vita con prudenza cattolica, di centrodestra unito e moderno. Tutto condivisibile. Ma tutto resta interno al perimetro, senza uno strappo, senza una proposta che sposti l’asse. È una Forza Italia raccontata dall’interno, non proiettata in avanti. Più manutenzione che rilancio.

Anche quando sfiora il tema del congresso, Cirio si ritrae: “Da sabaudo credo che si debba lavorare dall’interno, mai creando fratture”. Traduzione politica: io non corro, a meno che non serva. Non per guidare, ma per contenere. Non per aprire una fase, ma per evitare che qualcun altro la apra troppo.

Due interviste, due idee di partito

Ed è qui che il confronto diventa impietoso. Perché mentre l’intervista di Occhiuto sembra pensata per dire che cos’è e cosa vuole diventare Forza Italia, quella di Cirio serve soprattutto a dire chi è stato e chi tiene insieme i pezzi. Occhiuto parla al Paese, ai moderati che non votano più, ai giovani che guardano con sospetto al centrodestra. Cirio parla al partito, ai dirigenti, agli equilibri interni. Uno immagina una Forza Italia che prova ad arrivare al 20 per cento; l’altro una Forza Italia che deve amministrare bene il 10 (forse) conquistato. Non è solo una differenza di stile. È una differenza di ambizione politica.

La famiglia Berlusconi

Sul fondo resta la variabile decisiva: la famiglia Berlusconi. Ha la leva finanziaria e mediatica per dare più di un suggerimento, e comincia già a farlo. Occhiuto, va detto, sembra aver intercettato meglio questa voglia di nuovo corso rispetto al “sogno” di Cirio di vederne uno dei due scendere in campo come l’inclito padre. In questo quadro, l’intervista di Cirio appare anche come un messaggio preventivo: fedeltà assoluta, nessuna avventura, nessuna scossa. Utile, forse, per rassicurare. Ma poco convincente se l’obiettivo è rilanciare.

Chi ha vinto il (primo) round

Il risultato, leggendo le due interviste una dopo l’altra, è netto. La Forza Italia di Occhiuto è riconoscibile, dialettica, politica. Quella di Cirio è interna corporis, ordinata, rispettosa. Se il congresso sarà un vero confronto, Occhiuto sembra pronto. Cirio, semmai, potrebbe scendere in campo solo per fermare il gemello diverso, magari aiutando Tajani a traslocare verso una presidenza del partito — o più in alto ancora (l’ermo Colle, il Quirinale).

Se il centrodestra fosse una squadra di calcio, Occhiuto sarebbe il centrocampista moderno che corre, inventa e prova la giocata; Cirio sarebbe il mediano rassicurante che ha la tecnica ma difetta di inventiva. Per una Forza Italia che sogna di allargare l’elettorato verso moderati e riformisti, lo sforzo di Occhiuto su temi concreti e la sua capacità di stimolare dibattito — interno ed esterno al partito — rischiano di far sembrare l’approccio di Cirio un manualetto di buone maniere, utile ma poco combattivo. Ma se davvero Forza Italia deve smettere di galleggiare e tornare a giocare la partita, la sensazione è che la bussola non basti più. Serve anche il coraggio di scegliere una rotta.

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