La caccia all'immigrato

Dal finestrino anteriore dell’autovettura compare il volto di una donna sorridente. La fotografia ritrae una persona che non mostra alcun segno di ira, e neppure un atteggiamento irrispettoso, mentre si rivolge al suo interlocutore: è questa l’ultima immagine di Renee Nicole Macklin Good prima di essere colpita alla testa da tre proiettili. La donna, dopo aver accompagnato il figlio di sei anni a scuola, è incappata in un posto di blocco, vigilato dagli agenti della ICE di Minneapolis, piazzato a pochi isolati dalla sua residenza e vicino al luogo in cui nel 2020 venne ucciso dalla polizia il giovane George Floyd: un incontro che ha pagato con la vita.

Renee Good viene avvicinata dal alcuni uomini in divisa mimetica, dal viso coperto tramite passamontagna, e scambia con loro alcune battute, sporgendosi dall’interno dell’automobile. Le immagini riprese dalle telecamere in dotazione agli agenti la raffigurano calma, serena, nel ribadire che non ha nulla contro di loro, ma poi inspiegabilmente sterza con il suo mezzo per poi allontanarsi a bassa velocità. Un uomo armato, a quel punto, le si affianca e preme per ben tre volte il grilletto della sua automatica.

Il mezzo avanza per qualche metro senza controllo, andando infine a schiantare su alcuni veicoli parcheggiati lungo il viale. I cittadini che assistono alla scena comprendono immediatamente che la donna è stata ferita gravemente, e sui loro volti compare un’espressione di incredulità che lascia immediatamente spazio alla collera. Urlano, inveiscono contro gli agenti accusandoli di aver assassinato la loro vicina, mentre una dottoressa, che ha assistito a tutta la vicenda, chiede di poter accertare se il cuore della vittima batte ancora, ma le viene impedito malamente di avvicinarsi al corpo esanime.

Dal 7 gennaio scorso Minneapolis è scossa da cortei e proteste di piazza. Migliaia di cittadini contestano con forza i metodi della ICE, accusando al contempo di crudeltà la politica anti immigrazione imposta dal Presidente Trump: una serie di azioni brutali che hanno mostrato all’opinione pubblica innumerevoli episodi di violenza perpetuati dagli agenti e parecchi morti. Nel solo 2025 sono stati 32 i detenuti deceduti nelle strutture di detenzione della ICE. Gli arresti avvengono per strada, all’improvviso e per mano di militari a bordo di automobili civili, prive di un qualsiasi logo di riconoscimento. Gli agenti anti immigrazione agiscono a volto coperto, facendo generoso uso di granate stordenti e di gas lacrimogeni.

I fermi sono simili a blitz militari. Nessun luogo viene risparmiato dalle retate dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE): ospedali, scuole, chiese, supermercati, negozi di prossimità, ristoranti, luoghi di lavoro sono continuamente setacciati con lo scopo di braccare chi non possiede un regolare permesso di soggiorno.

L’ICE è un’organizzazione federale fondata da Goerge W. Bush che oggi conta circa 20.000 agenti, numero destinato a crescere nel prossimo futuro. La campagna di arruolamento è, infatti, in pieno svolgimento, promettendo un significativo aumento di personale armato nei prossimi mesi grazie al ruolo del web: le assunzioni avvengono on line, e in un paio di settimane le reclute sono addestrate e inviate sul territorio.

Il compito dell’Agenzia anti immigrazione è quello di individuare, arrestare e poi deportare gli immigrati irregolari. Un settore specialistico di ICE si occupa invece della repressione del traffico di droga, di armi e di esseri umani. Nel 2024 i centri di detenzione, gestiti da ICE, ospitavano 68.000 persone in attesa di espulsione, ma il numero è aumentato sensibilmente in questi ultimi mesi. Purtroppo, gran parte dei fermati in strada sono in realtà incensurati, mentre tanti sono coloro in attesa della cittadinanza americana che (nelle more del rilascio) finiscono nei rastrellamenti degli agenti ICE.

Le immagini di uomini in mimetica che scendono da auto civili per fare irruzione in spazi che dovrebbero essere sicuri, quali sono gli ospedali e le scuole, ricordano le drammatiche scene provenienti quotidianamente da nazioni dominate da un regime: non dovrebbero invece appartenere alla quotidianità di uno Stato da sempre indicato quale culla della Democrazia. Il volto attuale degli USA ha i tratti della Statua della Libertà con un manganello in mano, anziché nell’atto di reggere la fiaccola.

Molti sindaci hanno proclamato le loro metropoli “Città santuario”, ossia agglomerati urbani in cui non è ammessa la caccia all’immigrato. Lo stesso Prino cittadino di New York ha voluto ricordare, in un recente video rivolto ai suoi amministrati, che qualsiasi arresto è illegale senza un regolare mandato firmato dall’autorità giudiziaria.

La resistenza contro la repressione autoritaria sta lentamente prendendo vita, mostrando al mondo la forza morale di gran parte del popolo statunitense e, al contempo, ridando dignità alla statua che da secoli saluta chi entra nel porto della Grande Mela per cercare un futuro, oppure solamente una nuova possibilità. Al sovranismo suprematista si contrappone, con sempre maggior forza, il sogno di uno Stato basato sul riconoscimento della dignità di chiunque vi metta piede.  

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