Il vizio di "criminalizzare" la Dc

Ma chissà perché si continua ad attaccare, ridicolizzare e criminalizzare la Dc ogniqualvolta se ne parla? Cioè del più grande partito popolare e di governo che l’Italia abbia mai avuto nella sua lunga storia democratica e repubblicana? Ma con quale credibilità la vasta e ricca pubblicistica di sinistra e progressista e tutto ciò che ruota attorno a quell’universo politico e culturale continua a ridicolizzare l’esperienza politica, culturale e soprattutto di governo della Democrazia Cristiana? Per non parlare di quello che dicono le forze populiste presenti tanto a destra quanto a sinistra?

Lo dico perché ogniqualvolta si rilegge la storia dei 50 anni di governo della Democrazia Cristiana cala un misto di disprezzo e derisione. Disprezzo perché lo si descrive come un partito di potere, tendente al solo compromesso e colluso con qualsiasi forma di criminalità organizzata. Insomma, un partito sostanzialmente incommentabile, ingiudicabile e tutto sommato viene giudicata positivamente la sua liquidazione definitiva ed irreversibile nel lontano 1993. E, accanto al disprezzo, resiste la derisione. Cioè, quando se ne parla, con un riferimento alla politica contemporanea, prevale la dimensione folkloristica se non addirittura macchiettistica anche perché si ha ormai la matematica certezza che non ritorna più. E quindi la si riduce inesorabilmente ad un fatto, appunto, di pura ed autentica derisione.

Ora, a fronte di un giudizio che la vulgata continua a riproporre attraverso i suoi ciambellani giornalistici e televisivi, forse è anche opportuno ricordare i tre aspetti squisitamente politici - al di là dei soliti, noti e storici detrattori - che non sono più stati sostituiti e né rimpiazzati adeguatamente dopo il tramonto definitivo della Democrazia Cristiana nel 1993.

Innanzitutto, il progetto politico. E, soprattutto e di conseguenza, il progetto di società. La Democrazia Cristiana, in quasi 50 anni di presenza, ha sempre saputo declinare un progetto politico accompagnato da una vera e propria cultura di governo. Una cultura di governo che, semplicemente, dopo la fine della Dc e nel corso degli anni si è eclissata quasi definitivamente sostituita da altri criteri, o meglio da altri disvalori, che hanno contribuito in modo decisivo ad indebolire la politica, a ridurre la qualità della democrazia e ad incrinare la solidità delle istituzioni democratiche.

In secondo luogo, il prestigio, l’autorevolezza e il peso della classe dirigente democratico cristiana. Anche i peggiori detrattori della Dc sono ormai costretti, pur sempre all’interno di un contesto di disprezzo e di derisione, a prendere atto della statura di quella classe dirigente. Stimata a livello nazionale e molto apprezzata e riconosciuta come tale a livello europeo ed internazionale. Classi dirigenti che, per svariate motivazioni, semplicemente non hanno più avuto cittadinanza nella cittadella politica italiana.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la Dc aveva uno “stile” che la caratterizzava e la contraddistingueva. Nella concreta azione politica, nell’azione di governo, nel rapporto con gli avversari e, per non dimenticare, nel confronto con la società e con il suo elettorato. Uno “stile” che, altrettanto semplicemente, è stato sacrificato sull’altare del “nulla della politica”, per citare una bella espressione di Mino Martinazzoli, e sostanzialmente cancellato dopo l’irruzione del populismo, declinato nelle sue varie espressioni dal 1994 in poi.

Ecco perché, al di là di qualsiasi giudizio si possa o si debba dare sulla Dc e la sua esperienza politica cinquantennale, un dato politico è certo. Continuare a demolire, ridicolizzare, polemizzare e, soprattutto, criminalizzare l’esperienza della Dc è un’operazione politicamente miope, irresponsabile e qualunquista. Soprattutto quando la si paragona o la si confronta con quello che avviene da tempo nella politica italiana.

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