Giulia di Barolo e Torino, una lezione civile

Un monumento dedicato a una donna mancava a Torino. Ora quella lacuna è stata colmata, seppur parzialmente: si tratta infatti di una scultura, quella dedicata a Giulia di Barolo. Un gradino sotto il monumento vero e proprio, ma comunque un segno che esiste e che invita a riflettere.

Torino ha un estremo bisogno di interrogarsi su sé stessa, sul proprio futuro, non soltanto in chiave elettorale, considerato che siamo già entrati nella campagna per le elezioni amministrative del prossimo anno.

Le sfide sono molteplici: sociali, tecnologiche, di governance, di indirizzo strategico. Se a metà febbraio i metalmeccanici torinesi manifesteranno per il rilancio dell’industria con l’azzeccato slogan “innamoràti di Torino” (o innamòrati?), la città assomiglia sempre più a una palla stroboscopica, poliedrica e asimmetrica, alla quale occorre saper dare risposte diverse per ciascuna sfaccettatura.

Giulia di Barolo e la sua scultura sollecitano interrogativi profondi. A partire dai santi sociali, che segnano ancora oggi una peculiarità torinese, esplicitata nelle tante scuole di formazione professionale, di ispirazione religiosa e laica, capaci non solo di formare tecnicamente ma anche di trasmettere valori. Non è un caso che, nel nostro mondo cislino, i militanti di lungo corso, silenti e operosi, vengano definiti “i santi minori”: perché i santi sociali torinesi, ingiustamente talvolta considerati “minori”, hanno lavorato spesso in silenzio ma con grande operosità, incrociando figure esterne alla loro cerchia, come la nobile Juliette Colbert, quella che oggi definiremmo borghesia illuminata.

E non è un caso che l’attenzione di allora verso i detenuti sia di strettissima attualità nella Torino di oggi, dove il carcere Lorusso-Cotugno è diventato una periferia delle periferie torinesi, con sovraffollamento e un tasso di suicidi record. Il carcere incide sul territorio anche per riflesso: se viene meno la funzione di reinserimento, la recidiva finisce per prevalere.

La formazione professionale, in una città che resta industriale, e l’assalto di cinesi e indiani alle nostre imprese – professionalmente e tecnologicamente forti – possono diventare una risorsa di rilancio. La formazione rimane un punto forte e qualificante: anche percorsi lavorativi inizialmente instabili hanno un’ampia potenzialità di trasformarsi in occupazioni definitive. È certamente un punto di forza, perché abbiamo bisogno di laureati, e di tanti, ma anche di tecnici specializzati: quella forza intermedia che opera negli organici delle imprese e le fa funzionare.

Esiste poi una fetta di imprenditori e di classe agiata torinese che opera in modo silente nel mondo della solidarietà, dell’assistenza ai più deboli, ai migranti, a chi ha perso il lavoro o la salute. È un patrimonio incommensurabile, un vero Patrimonio Unesco dell’umanesimo sociale che pochi territori possiedono. Insieme a loro agiscono tanti cittadini, laici e religiosi, nelle innumerevoli associazioni di volontariato: persone che dedicano molto del loro tempo agli altri, seguendo un istinto di solidarietà gratuita.

La scultura di Giulia di Barolo ci rammenta questa e molte altre Torini di oggi e, forse, avrebbe dovuto essere collocata in un luogo ancora più visibile, come monito e stimolo di ciò che i torinesi possono fare ancor di più nel campo della solidarietà, oltre a quanto già fanno.

A questa Torino sensibile, operosa, etica, non corrisponde però la capacità di formare una classe dirigente all’altezza. Anzi, molti di coloro che operano silenziosamente nel sociale non vogliono immischiarsi né impegnarsi in ruoli pubblici, lasciando così campo libero ad altri soggetti.

La vicenda della Fondazione Crt di questi ultimi anni è emblematica del degrado politico di una parte della classe dirigente torinese, più incline a “occupare” posti di potere – anche attraverso intrecci familistici – che a viverli come un servizio. C’è un abisso tra questi due mondi. Nonostante anche le Fondazioni si occupino di sociale, resta il pessimo esempio offerto dai protagonisti della vicenda, più interessati alla gestione del potere derivante dal ruolo che alla finalità del ruolo stesso. È certamente un giudizio etico, ma l’etica – non solo in politica, ma nella vita, nel modo in cui si vive e ci si comporta – è tutto. La mostra su Enrico Berlinguer ci ricorda come il segretario del Pci avesse fatto della questione morale un punto fermo dell’azione politica.

Torino è una città a più strati. Si è molto criticato il “sistema Torino”, il legame ormai logoro con la Fiat e gli Agnelli, al quale però tutti continuavano ad aggrapparsi, senza che la città fosse capace di sostituirlo con qualcosa di altrettanto funzionante. Politicamente, chi ha vinto le elezioni negli anni passati – come i Cinque Stelle – in un’ottica antisistema, sostenuti dalla sinistra radicale e da una parte degli industriali contro un’idea riformista, ha prodotto disastri immemori.

Temo che la lezione che potrebbe offrirci la scultura di Giulia di Barolo, il suo esempio civico e solidale, sarà ampiamente disattesa da molta politica, il cui obiettivo principale sarà quello di occupare lo scranno più alto della Sala Rossa. È molto facile promettere con slogan risultati irraggiungibili; assai più complesso, e reale, è gestire la macchina comunale. La politica è oggi la peggior nemica di se stessa e quindi potenzialmente dannosa per i cittadini. Il problema, però, è che a rimetterci è la democrazia costituzionale e partecipativa.

Lo scatto d’orgoglio – che non è delegabile alla destra – di una cittadinanza attiva dovrebbe unire le forze sane che guardano al futuro, che progettano per migliorare la Torino di domani con umiltà e impegno. Invece esiste una Torino timorosa, attenta a non esporsi per tatticismo. E se la tattica diventa strategia, non esiste futuro possibile.

In questi giorni, dopo lo sgombero di Askatasuna, i centri sociali hanno indetto una manifestazione per il 31 gennaio dal titolo “Riprendiamoci la città”. A fronte di ciò, si registra un silenzio tombale – salvo alcuni appelli a manifestare pacificamente (!) – da parte della Torino del lavoro, degli intellettuali, della politica. Una reazione blanda, timorosa, che non disturba più di tanto. Alla destra va benissimo che i centri sociali mettano a ferro e fuoco Torino, così da poter invocare più sicurezza e attaccare il sindaco. A sinistra, o meglio in un centrosinistra, se esistesse, si dovrebbe invece – anche sulla scia della proposta del sindaco su come gestire in futuro la sede di corso Regina – chiamare a raccolta la Torino democratica, sociale, imprenditoriale e sindacale per affermare che la città vuole essere un esempio di convivenza civile e sociale.

Anche perché uno slogan come “Torino è partigiana” (dov’è l’Anpi?) non può essere lasciato in mano ai centri sociali. La Torino antifascista e partigiana è nata dai figli del popolo oppresso dal fascismo: operai, donne, studenti, intellettuali, gente comune che non voleva il caos, ma vivere tranquilla, libera e costruire insieme il futuro.

A quando una grande manifestazione democratica e civica per dire che Torino appartiene a chi vuole costruire il futuro per le prossime generazioni?

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