Pfas, acqua in bocca
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 22 Gennaio 2026
Il 19 luglio 2025 è entrato in vigore il Dlgs n. 102 che introduce, da quest’anno, il limite di 4 molecole di PFAS per ogni litro di acqua (pari a 20 nanogrammi). La misura, nello specifico, si riferisce alla somma di 4 PFAS (PFOA; PFOS; PFNA e PFHxS) di cui è nota la pericolosità per la salute umana (PFOS e PFOS, in particolare, sono scientificamente riconosciuti quali elementi cancerogeni).
La nuova normativa è decisamente meno cauta nella tutela dei cittadini rispetto alle leggi in vigore in Germania, in Danimarca (2 nanogrammi max al litro) e in Svezia (4 nanogrammi al litro). L’Unione Europea, invece, fissa il livello insormontabile di PFAS a 100 ng per litro, riferendosi però all’insieme di ben 24 molecole: provvedimento che per l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EFSA) è comunque non adeguato al fine di proteggere i consumatori. La nuova normativa italiana riguarderà inoltre il monitoraggio di altre sostanze chimiche, attualmente non sottoposte a controlli mirati, tra cui le ADV prodotte dalla ex Solvay di Alessandria (ora Syensqo).
In sintesi da quest’anno sarà ammessa, comparando le disposizioni nazionali con quelle europee, la presenza di 100 ng di PFAS per litro (sommando 20 sostanze nocive contenute nell’acqua): restrizione importante che si scontra, però, con la possibilità di scaricare nell’ambiente molecole PFAS per una quantità che supera 380 volte il limite di contaminazione, delle acque potabili, previsto dalla legge. L’attuale regolamentazione, infatti, non consente alle industrie di gettare nelle acque superficiali una quantità di molecole nocive che oltrepassi i 38 microgrammi al litro (pari a 38.000 ng), mentre in quelle potabili (si ricorda) è possibile rilasciarne 100 ng. Le molecole (essendo elementi chimici non destinati a dissolversi) diventando “rifiuto” si vanno a sommare tra loro: caratteristica che rende nei fatti inefficace qualsiasi norma che ne disegni i limiti di emissione.
Il Comitato AcquaSiCura, istituzione che si occupa della qualità delle acque in Valle di Susa, ha eseguito un’opera puntuale di monitoraggio dei dati Smat/ATO3 e ASL TO3 inerenti la purezza dell’acqua, riscontrando in Valle (nel periodo compreso tra il febbraio 2023 e l’agosto 2024) addirittura 65 punti di erogazione contenenti alti livelli di agenti inquinati (al limite massimo dei valori stabiliti dalla legge). Il controllo ha appurato come in 7 casi siano stati individuati alti livelli di molecole PFASbandite fin dal 2020, tra cui il PFOA (dati Greenpeace.) Purtroppo, neppure il territorio montano garantisce agli utenti l’erogazione di acqua non contaminata, come dimostra la presenza del CC604 in alcune fonti dell’alta Valle: molecola PFAS prodotta ad Alessandria, di cui non si comprende come abbia raggiunto gli acquedotti montani (seppure in piccole percentuali).
Le molecole PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) comprendono oltre 4.700 composti chimici sintetici. Esse sono definite “sostanze inquinanti eterne”, poiché persistono nell’ambiente grazie al legame, non biodegradabile, tra carbonio e fluoro che le caratterizza. Nell’industria vengono utilizzate per impermeabilizzare alcuni materiali, nonché per rendere le pentole antiaderenti; sono essenziali per i tessuti tecnici, così come per fabbricare gli imballaggi alimentari, le schiume anti incendio e i prodotti di cosmesi. Le sostanze chimiche perfluoroalchiliche trovano impiego ulteriore nelle fabbriche di vernici, in agricoltura, nel trattamento del cemento e nell’industria delle armi. Alcune di esse possono essere intercettate dai filtri degli inceneritori, oppure degli acquedotti nella fase di depurazione delle acque, altre (molecole corte di produzione più recente) invece sfuggono a qualsiasi tentativo di eliminazione.
Non occorre essere chimici per comprendere i pericoli che assediano la nostra salute, poiché le falde acquifere, comprese quelle in profondità, sono in gran parte contaminate. A peggiorare ulteriormente la situazione è stato il Governo, il quale ha smesso di finanziare la bonifica dei territori notoriamente inquinati (quelli che si potrebbero definire “i casi più eclatanti”). Contesto ambientale compromesso a tal punto che Smat (da quanto emerso in un convegno pubblico a Chiusa San Michele del 30 settembre 2025) pare abbia recentemente deciso di non prelevare più acqua dal sottosuolo di Torino, per potabilizzarla ed erogarla nelle case dei torinesi, impegnando quindi la propria struttura tecnica nella ricerca di nuove fonti esterne al territorio cittadino.
La Regione Piemonte ha istituito recentemente un Centro di ricerca e Osservatorio tecnico-scientifico per la riduzione delle emissioni, degli usi e della diffusione ambientale di sostanze perfluoroalchiliche. L’Osservatorio, secondo il comunicato stampa dell’Assessore all’Ambiente, supporta la strategia di riduzione della presenza di PFAS nell’ambiente, sostiene l’adozione di buone pratiche da parte dei soggetti coinvolti, nonché il monitoraggio e il controllo del loro rilascio. Attualmente sono previsti circa 900 punti di osservazione: 350 stazioni sui corsi d’acqua superficiali, 360 relativi al sistema acquifero sotterraneo superficiale, 190 a controllo di quello profondo.
Seppur tardivamente, qualcosa pare muoversi nella direzione della difesa della salute dall’aggressione delle PFAS. Il Comitato AcquaSiCura denuncia però alcuni punti critici persistenti: l’assenza di dati ufficiali che confermino la finestra temporale in cui i cittadini pedemontani hanno utilizzato per fini alimentari, e domestici, acqua contenente PFAS; la non conoscenza da parte dei torinesi dei motivi “ufficiali” che hanno convinto Smat a dismettere i pozzi cittadini (e come la medesima abbia agito al fine di rendere sicura l’acqua potabile);l’assenza di un Piano di Sicurezza per le Acque (PSA) che permetta di coinvolgere tutti gli enti preposti alla vigilanza sulle fonti.
I controlli aiutano senz’altro a migliorare la situazione idrica, ma evidentemente da soli non sono sufficienti. Occorre una svolta a favore delle persone, ossia scelte (come quella della messa al bando delle PFAS) che per una volta tutelino i cittadini e non solo gli industriali. Purtroppo, in tempi di retorica guerra, ci aspettiamo l’esatto contrario: alla carne da cannone, come da antica prassi, non occorre acqua pura, ma solo un elmetto e un fucile ben oliato (ambedue prodotti con abbondante uso di PFAS).



