Forza Italia in cortocircuito: Cirio stacca la corrente alla scossa di Occhiuto
07:00 Lunedì 26 Gennaio 2026Dal palco del Manzoni il governatore piemontese ha raccontato la sua idea di partito, condensata in una parola sola: rassicurare. Una risposta a distanza al "gemello diverso", che invoca uno shock liberale. L'idea di una successione senza traumi e benedetta dall'alto
Si spengono le luci sulla tre giorni itinerante e sul tavolo resta un cortocircuito politico. Roberto Occhiuto che da settimane parla di “scossa liberale”, di partito da rendere più dinamico, più coraggioso, più attrattivo. Alberto Cirio che a Milano dal palco del Manzoni, con aplomb sabaudo, sembra invece staccare la corrente e riportare tutto a una parola sola: rassicurante. In mezzo, come una presa multipla a cui tutti guardano, la richiesta che filtra da casa Berlusconi: servono idee e facce nuove se Forza Italia non vuole restare relegata a ruota di scorta del centrodestra. È attorno a questa tensione, più che alla celebrazione dei 32 anni della discesa in campo del Cavaliere, che si è chiusa ieri la kermesse azzurra.
Applausi domestici
Viene accolto da mezza ovazione, quella che si porta dietro da casa. Sorride verso Tajani e, prima ancora di iniziare, mette le mani avanti con la battuta che scioglie l’atmosfera: «Devi aver pazienza Antonio, ci sono tanti piemontesi». È il suo modo di entrare in scena, con quel copione da Pippo Baudo che non tradisce mai: ringraziamenti uno per uno, dalla coordinatrice valdostana Emily Rini (assai cara al segretario”, a Carlo Bagnasco in rappresentanza del partito ligure un po’ scosso dopo la partita sugli assessori, ai ministri piemontesi Gilberto Pichetto e Paolo Zangrillo. E subito l’apertura larga a Carlo Calenda, rivendicando di aver fatto da apripista: Azione, ricorda, è già parte della sua maggioranza in Piemonte.
Basta la parola: rassicurante
La parola che regge tutto il suo intervento è una sola. Rassicurante. Cirio la declina come cifra politica oltre che come tratto caratteriale. «C’è troppa gente che prende voti facendo paura alle persone. Berlusconi non ha mai animato i sentimenti più brutti della gente, semmai li faceva sognare». È qui che il governatore piemontese piazza il suo manifesto. Forza Italia, dice senza dirlo, deve tornare a far sognare, non a spaventare. E mentre lo dice, in platea tutti pensano alla persona che non è sul palco, Occhiuto appunto.
La scalata impossibile
Il duello è tutto qui. Silenzioso, a distanza, ma evidente. Perché mentre Cirio parla dal palco di una iniziativa ufficiale di partito, nei corridoi e nei capannelli si parla soprattutto dell’attivismo del governatore calabrese, indicato da molti come l’uomo più dinamico della fase post-Cavaliere. Delle indiscrezioni su una possibile “opa” interna che lui respinge. Dei contatti sempre più frequenti con la famiglia Berlusconi. Dell’incontro di un’ora e mezza avuto pochi giorni fa con Marina Berlusconi nella sua casa milanese alla vigilia della tre giorni. «Un incontro interessante e costruttivo, abbiamo parlato di tante cose», ha detto uscendo dal portone. Una frase che, tradotta dal politichese, dentro Forza Italia suona come: abbiamo parlato del partito.
Secondo quanto filtra, anche in questa occasione la presidente di Fininvest avrebbe ribadito la necessità di un partito più aperto, con una maggiore spinta liberale, ma al tempo stesso avrebbe fatto da garante dell’unità, raffreddando l’ipotesi di correnti organizzate. Il senso politico che circola tra i dirigenti è chiaro: trasformare Forza Italia in un vero partito liberale capace di intercettare quel voto centrista e riformista oggi senza casa stabile.
I conti di Occhiuto
È esattamente la musica che Occhiuto suona da settimane. Rendere Forza Italia più «innovativa» e «riportarla al 20%». Organizzare un nuovo evento a Milano dopo quello di metà dicembre a Palazzo Grazioli, letto da molti come il tentativo di consolidare una linea politica e una rete di consensi. Poi, però, è arrivato il contrordine, Occhiuto ha annunciato che non sfiderà Tajani al congresso: «Silvio Berlusconi mi ha insegnato che bisogna lavorare per unire e non per dividere». E giù elogi al segretario: «Ha fatto un lavoro straordinario». Dentro Forza Italia la traduzione è stata immediata: ha fatto due conti e ha capito che il partito, oggi, non è scalabile.
Il regolamento congressuale parla chiaro: votano solo gli iscritti da almeno due anni. E nel 2025 gli iscritti sono circa 240 mila, in larga parte pro-Tajani. «Occhiuto e i suoi arrivano sì e no al 5%», sussurra un dirigente. «Sfidare Tajani avrebbe significato regalargli una vittoria plebiscitaria». Da qui la scelta di arretrare, lasciando la “scossa liberale” come pungolo ma senza trasformarla in una sfida.
Quella scossa era partita a dicembre da Palazzo Grazioli, con la truppa degli scontenti in prima fila: Ronzulli, Mulè, Cattaneo, Sisto, Craxi, Bergamini, Russo, con Roscioli e Rossello a fare da ponte con la famiglia. Diritti civili, ius scholae, fine vita, liberalizzazioni, svecchiamento, giovani che vedono il centrodestra troppo conservatore. Input che erano arrivati anche da Marina e Pier Silvio Berlusconi. Poi la prudenza. E il passo indietro. In mezzo, Tajani prova a chiudere il caso con una frase che rimbalza anche al Manzoni: «Non esiste una domanda Occhiuto. È un partito aperto, ognuno può parlare». E conferma l’obiettivo del 20%, annunciando per Roma una grande kermesse per i 50 anni del Ppe e per rilanciare la vocazione atlantista.
Il gemello diverso
È qui che l’intervento di Cirio diventa la risposta implicita a tutto questo. Quando i cronisti gli chiedono un commento sulla “scossa” di Occhiuto, il governatore piemontese risponde con il tatto che lo contraddistingue: «Penso che tutti i contributi siano importanti, specialmente quelli che arrivano da colleghi autorevoli. Roberto Occhiuto è un mio duplice collega, vicesegretario e governatore. Tutti gli elementi sono di aiuto e preziosi. L’importante è che stiano sempre nell’unità di Forza Italia. Abbiamo un segretario nazionale che ci rappresenta bene. In Forza Italia non ci sono mai state correnti, ce n’è una sola, che si chiama Berlusconi».
Tradotto dal ciriese: scosse no, scossoni nemmeno. Qui si marcia compatti dietro Tajani. Nel cuore del discorso, Cirio si concede una riflessione che sa di professione di fede: «Nessuno di noi sarà mai come Berlusconi, ma tutti insieme siamo Berlusconi». Purché si tenga vivo quel «sole in tasca» che il Cavaliere amava evocare. Poi arriva l’immagine che resta. Berlusconi è la bussola. Ma per scalare le montagne, «come gli alpini del mio Piemonte», serve la mappa. «E la mappa la dobbiamo scrivere noi, tutti assieme». È un modo elegante per dire che non servono rivoluzioni, ma continuità condivisa.
Liberalismo langhetto
La digressione identitaria completa il quadro. Cirio rivendica la sua genealogia liberale piemontese: Cavour che si definiva «figlio della libertà», Einaudi. Si spinge fino a inserire nel pantheon personale Pietro Gobetti, ammettendo con onestà che la sua “rivoluzione liberale” non era proprio la stessa cosa di quella berlusconiana. E poi, da “liberale langhetto”, cita Michele Ferrero e i tre verbi incisi sulla targa della fondazione a lui intitolata: lavorare, creare, donare. La sua formula di liberalismo sociale (qualunque cosa voglia dire) sta tutta lì: «Per distribuire la ricchezza bisogna prima crearla. Per crearla bisogna lavorare. E per lavorare ci vuole libertà».
Nel finale richiama il Berlusconi «sognatore pragmatico» e mette in fila le sue tre parole guida: equilibrio, buon senso, unità del centrodestra che garantisce la stabilità del governo. Il tutto declinato con quella cifra che gli riconoscono amici e avversari: il garbo, condito da una generosa dose di paraculismo.
È in questo passaggio che il retroscena diventa chiarissimo. Cirio non si propone come successore in una rottura traumatica, men che meno di un parricidio. Ma si accredita come l’uomo che, quando e se arriverà il momento, potrà prendere le redini con il consenso della famiglia Berlusconi e di Tajani – magari promosso presidente del partito – con lui alla guida operativa. Una transizione dolce. Senza scosse. Senza correnti. Esattamente il contrario della narrazione di Occhiuto.
Che fare?
Mentre al Manzoni si chiude la tre giorni tra applausi e citazioni del Cavaliere, la domanda che gira tra le poltrone non riguarda il segretario. Riguarda i due vicesegretari. Uno ha parlato dal palco, con la sua claque piemontese e il “sole in tasca”. L’altro, pur non essendoci, è stato il convitato di pietra di tutta la giornata. Forza Italia, a Milano, ha mostrato due strade. Quella che rassicura. E quella che vuole scuotere. Per ora, sotto le luci azzurre del Manzoni, vince la prima. Elettrizzante, quanto uno sbadiglio.



