ECONOMIA DOMESTICA

La protesta (sbagliata) contro il Mercosur. Coldiretti porta a Torino 6mila agricoltori

Raduno al Lingotto per contestare l'accordo Ue invocando reciprocità, controlli e difesa dell'identità. Ma tra dazi altissimi, filiere industriali e consorzi export favorevoli all'intesa, questa linea rischia di colpire proprio il settore che dice di voler proteggere - VIDEO

Seimila agricoltori al Lingotto Fiere di Torino, bandiere gialle, pullman arrivati da Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Sul palco il presidente nazionale Ettore Prandini, il segretario Vincenzo Gesmundo, i presidenti regionali Cristina Brizzolari, Gianluca Boeri, Alessia Gontier e il delegato confederale Bruno Rivarossa. È il primo di una serie di appuntamenti che Coldiretti porterà in giro per l’Italia per contestare le politiche europee sugli accordi di libero scambio. Nel mirino c’è il Mercosur. E, in prospettiva, anche l’India.

La parola d’ordine è sempre la stessa: fermare intese che, secondo l’organizzazione, metterebbero a rischio l’agricoltura italiana. Peccato che la propaganda nasconda non soltanto la realtà ma le vere ragioni della mobilitazione

“Regole uguali per tutti”

“Vogliamo ragionare su tutti gli accordi di libero scambio che l’Ue andrà a siglare”, spiega Prandini. La richiesta è quella di “regole uguali per tutti”, trasparenza delle filiere, reciprocità normativa. Altrimenti, dice, si crea concorrenza sleale verso i produttori europei.

È un argomento che suona bene. Talmente bene che è difficile non essere d’accordo in linea di principio. Il problema è quando lo slogan diventa una clava politica contro qualunque apertura commerciale, senza distinguere tra i settori che rischiano e quelli che, al contrario, avrebbero da guadagnare.

Perché nel caso del Mercosur, proprio l’agroalimentare italiano – quello che Coldiretti dice di difendere – è oggi il settore europeo più presente in quell’area e quello che avrebbe i maggiori margini di crescita con l’abbattimento dei dazi: 28% sui formaggi, 27% sul vino, 35% sugli spiriti. Numeri che da soli spiegano quanto spazio potenziale ci sia per il made in Italy.

Guarda le dichiarazioni video di Prandini

Il mantra dei controlli

Altro passaggio forte dell’intervento di Prandini riguarda i controlli: “Oggi in Ue si controlla solo il 3% di quel che viene importato”. Da qui la richiesta di più verifiche, più obblighi di origine, più trasparenza per i consumatori. Anche qui: tema legittimo. Ma usato come se fosse la prova che l’accordo col Mercosur spalancherebbe le porte a prodotti insicuri e fuori controllo. Una rappresentazione che non tiene conto di due fatti.

Il primo: l’accordo prevede già meccanismi di salvaguardia e controlli sugli standard, tanto che il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza il regolamento sulle tutele. Il secondo: raccontare l’agricoltura brasiliana o argentina come una giungla senza regole è una caricatura. In molte aree la disponibilità di terreni, l’allevamento estensivo, i bassi livelli di inquinamento e i controlli ambientali rendono carni e prodotti agricoli tutt’altro che “meno sicuri” di quelli europei.

L’ombra lunga della Germania

Nel discorso di Coldiretti ritorna un ritornello già sentito: la Germania che userebbe il Mercosur per favorire la propria industria pesante e scaricare i costi sull’agricoltura italiana. È lo stesso schema narrativo già visto nelle settimane scorse: il “Marcosur”, il marco evocato da Prandini, la Commissione dipinta come longa manus di Berlino.

È qui che la contestazione diventa più netta. Perché questa lettura ignora un dato strutturale: gli interessi economici di Italia e Germania, soprattutto nel manifatturiero del Centro-Nord, sono ormai intrecciati. Berlino è il nostro primo partner commerciale (156 miliardi di interscambio nel 2024) e il primo mercato del nostro export (70 miliardi). Una parte enorme delle imprese lombarde, venete, emiliane lavora dentro la catena del valore tedesca.

Se l’industria tedesca vende di più in Sud America, una quota di quel valore è lavoro italiano. È evidente nell’automotive: nel 2024 la Germania è stata la prima destinazione della componentistica auto italiana (4,9 miliardi, il 20% del totale). Dentro ogni auto tedesca che potrebbe essere venduta in Brasile o in Argentina c’è un pezzo di Piemonte, Lombardia, Emilia. Parlare di “vantaggio tedesco” come se fosse una partita contro l’Italia è un errore di analisi prima ancora che una forzatura politica.

Il paradosso dell’agroalimentare

Il dato che stride di più con la mobilitazione del Lingotto è un altro. L’Italia, nel Mercosur, esporta agroalimentare più della Germania e più di qualsiasi altro Paese europeo: 489 milioni di euro nel 2024, contro i 325 tedeschi e i 272 francesi. È il settore che, culturalmente e commercialmente, avrebbe il terreno più fertile: milioni di italo-discendenti in Argentina e Brasile, una domanda potenziale enorme per vino, formaggi, trasformati di qualità. Ed è il settore che oggi paga dazi altissimi.

Eppure, è proprio l’organizzazione che rappresenta il mondo agricolo a guidare la battaglia contro un accordo che potrebbe spalancare quel mercato ai prodotti italiani. Non a caso, le filiere esportatrici hanno un’opinione diversa. L’Unione italiana vini, con Lamberto Frescobaldi, ha parlato di “leva per l’occupazione”. Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia (80 consorzi Dop e Igp), ha definito l’accordo “estremamente importante” per le indicazioni geografiche. Chi esporta vede un’opportunità. Chi teme la concorrenza interna e guarda soprattutto alla redistribuzione delle risorse guarda con sospetto.

I numeri piemontesi

Coldiretti Piemonte porta anche numeri locali: 2,8 miliardi di importazioni extra-Ue nel 2024, +30% di prodotti alimentari nei primi nove mesi del 2025. E ricorda come la mobilitazione del 15 dicembre davanti alla Regione abbia prodotto “60 milioni di euro” di risorse. Cristina Brizzolari parla di più reddito, ricambio generazionale, aziende 5.0, tutela dei prodotti piemontesi. Obiettivi condivisibili, che riguardano però politiche regionali, investimenti, competitività delle aziende.

Il rischio è che il Mercosur diventi il bersaglio simbolico di problemi che hanno radici molto più profonde: redditività delle aziende, distribuzione dei fondi Pac, capacità di innovare, posizionamento sui mercati.

La paura fa (anni) Novanta

Nel mirino c’è anche un possibile accordo con l’India. “Non vogliamo tornare agli anni Novanta, quando l’agricoltura veniva svenduta per favorire altri settori”, dice Prandini. È un richiamo emotivo potente. Ma anche qui si ripropone lo stesso schema: l’idea che l’agricoltura sia sempre la merce di scambio sacrificabile. Nel caso del Mercosur, però, i numeri raccontano l’opposto: proprio l’agroalimentare italiano è oggi tra i potenziali beneficiari più evidenti.

Una battaglia politica

La sensazione, osservando il Lingotto e ascoltando gli interventi, è che la partita vera si giochi su un altro tavolo: quello della Pac, dei fondi, dei meccanismi di redistribuzione, del rapporto di forza con Bruxelles. Di una organizzazione, la Coldiretti, che rappresenta soggetti più avvezzi a mungere le mammelle pubbliche piuttosto che quelle delle loro vacche.

La Commissione ha appena annunciato la cancellazione del taglio del 22% alle risorse agricole 2028-2034 e un aumento che, per l’Italia, vale 10 miliardi in più secondo il ministro Francesco Lollobrigida. Coldiretti ha riconosciuto il ruolo del governo, ma continua a diffidare della “tecnocrazia di Bruxelles”.

Il Mercosur, in questo quadro, diventa la bandiera perfetta: semplice da spiegare, facile da trasformare in allarme, utile a tenere compatta la base e a rafforzare il peso negoziale sul fronte Pac. Il problema è che, nel farlo, si rischia di raccontare agli agricoltori e ai cittadini una storia che non coincide con i dati economici. E di trasformare un potenziale mercato per il made in Italy – soprattutto agroalimentare – nell’ennesimo spauracchio buono per la piazza.

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