Case di comunità "operative" sulla carta. Nel Pnrr arriva la supercazzola sanitaria
Stefano Rizzi 07:00 Martedì 27 Gennaio 2026Ritardi e carenze segnano il piano con i fondi Ue. La Regione Piemonte ha chiesto un quadro aggiornato. In una mail interna dell'Asl Città di Torino indicazioni per definire operative le strutture anche senza personale. La "medaglia" di Foti a Riboldi
I mesi che restano per rispettare i tempi imposti dall’Unione Europea per le strutture sanitarie finanziate dal Pnrr si contano sulle dita di una mano. E il rischio che, stringendola, ci si ritrovi con un pugno di mosche è tutt’altro che definitivamente scongiurato.
I ritardi nei lavori e, non meno rilevante, la mancanza del personale indispensabile per la reale entrata in funzione degli ospedali e delle case di comunità sono una mannaia pronta a calare sul sistema sanitario se, come pare, nessuna proroga sposterà in avanti la scadenza del 30 giugno.
Quadro preoccupante
Gli ultimi dati ufficiali a livello nazionale risalgono allo scorso settembre, quando il rapporto dell’Agenas aveva evidenziato come solo il 38% delle case di comunità risultasse attivo e, di queste, meno del 3% potesse dirsi pienamente funzionante con gli organici di infermieri e medici previsti.
Ma è proprio sulle parole utilizzate per definire lo stato di queste strutture che si sta giocando una partita rischiosa, il cui esito finale potrebbe riservare sorprese rispetto alle dichiarazioni rassicuranti e a descrizioni che sembrano celare una realtà ben diversa. Perché ai pazienti, e ancor prima a chi dovrà stabilire se vi siano o meno le condizioni per confermare i finanziamenti, poco importa se un presidio territoriale è attivo sulla carta ma, di fatto, non può funzionare perché è una scatola vuota.
Il quadro della situazione in Piemonte, aggiornato rispetto a quello contenuto nel rapporto dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali dello scorso autunno, dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. Dagli uffici del grattacielo la richiesta sullo stato dell’arte del Pnrr è stata inviata alle Asl giovedì scorso, con un termine breve per le risposte che, con ogni probabilità, non saranno tutte tranquillizzanti.
I segnali che nelle documentazioni possa ricorrere quella sottile differenza tra strutture attive e strutture realmente in grado di funzionare non mancano.
La mail con le indicazioni
In una mail inviata il giorno successivo alla richiesta della Regione, una dirigente dell’Asl Città di Torino scrive ai colleghi a capo degli altri distretti sanitari in cui è suddivisa l’azienda diretta da Carlo Picco, fornendo indicazioni attribuite allo stesso direttore generale su come rappresentare la situazione delle case di comunità.
Le indicazioni, a quanto risulta dalla comunicazione interna, sarebbero quelle di «procedere ad attivare come case di comunità tutte quelle che sono già terminate dal punto di vista strutturale», quindi anche se prive di personale, o comunque con organici insufficienti a garantirne il pieno funzionamento.
Tant’è che nella mail il problema viene esposto con chiarezza: «abbiamo in primis il problema del personale, soprattutto infermieristico, e quindi al momento non rispondiamo a tutti i requisiti previsti dal DM 77». Da qui, a fronte della richiesta della Regione, «la soluzione è che noi dichiariamo le nostre strutture come operative, ma nelle quali la completa configurazione dei servizi è in progress. È quindi necessario procedere a una mappatura dello stato dell’arte delle nostre strutture e, in base alla situazione riscontrata, identificare un cronoprogramma con uno o più step di implementazione, in base alle progettualità che ognuno di noi sta portando avanti, in modo da avere tutto quello che serve entro e non oltre il 30 giugno».
Lavori a rilento
Operative, ma “in progress” con uno o più step. Sembra mancare solo il professor Sassaroli e la supercazzola con il Pnrr come fosse Antani. Purtroppo, a mancare, sembra essere innanzitutto il tempo.
E non si tratta certo del caso isolato di un’azienda. Ritardi attribuiti alla lentezza dei lavori, probabilmente affidati a ditte che ne hanno presi in carico più di quanti ne possano realizzare nei tempi dovuti, si lamentano anche all’Asl To4, una delle tante realtà di un elenco che rende un po’ meno solidamente motivati i pur misurati elogi del ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti.
Il Pd e lo “smemorato di Casale”
Dopo l’incontro con l’assessore alla Sanità, nonché compagno di partito, Federico Riboldi, Foti ha sottolineato, riferendosi al Piemonte, «la bontà del lavoro sino ad ora svolto, con la ragionevole convinzione che il tutto prosegua speditamente sino ai termini previsti dal Pnrr stesso». Parole poco più che di circostanza che, tuttavia, al vertice politico della sanità piemontese sembrano una medaglia al valore.
La battaglia, però, è ancora tutta da combattere. E non sempre la strategia appare vincente.
Mentre si attendono le case di comunità, quelle della salute – una sorta di progenitrici – finiscono al centro di una questione denunciata dalla consigliera regionale del Pd, Monica Canalis. «L’assessore Riboldi deve avere qualche problema con il calendario – esordisce pungente la dem – visto che il 9 dicembre lui e il direttore dell’Asl To3, Giovanni La Valle, avevano rassicurato i sindaci di Cumiana, Vigone, Pianezza e Beinasco sull’imminente atto di proroga delle Case della Salute presenti nei loro comuni e in scadenza il 31 dicembre 2025. Ad oggi, però, non c’è traccia della delibera della Giunta regionale, che dovrebbe prorogare queste realtà, traghettandole verso il modello delle Case di comunità spoke, di cui sono antesignane da quasi vent’anni».
Sulla vicenda, che coinvolge non pochi lavoratori del settore, si fanno sentire anche i sindacati. E così, tra strutture funzionanti in bilico e altre in attesa di entrare – chissà quando – in funzione, in Piemonte il Pnrr, più che uno strumento della sanità, sembra un esercizio di semantica senza rete.


