Meno tabù e nostalgia, più riformismo illuminato
Claudio Chiarle 06:30 Mercoledì 28 Gennaio 2026
Ringiovanisco di decenni, con un sentimento di tenerezza, nel sentire il segretario nazionale della Fiom, a Torino, sostenere che a Mirafiori bisogna produrre “le macchine per il popolo, che si possono permettere le stesse persone che le producono”.
Una visione da anni ’70, quando si produceva per vendere ai dipendenti, che erano oltre 100 mila e compravano le auto Fiat con lo sconto per poi rivenderle dopo sei mesi e arrotondare lo stipendio.
Il segretario De Palma dimentica che il mercato nazionale è fermo a causa dei bassi salari, che però non aumentano con la demagogia. Anzi, se andiamo a vedere la richiesta unitaria dei metalmeccanici per il rinnovo del Contratto nazionale, pari a 280 euro al mese, e il risultato finale, chiuso a 205 euro al mese in quattro anni, anche se giudicato dalla Fim-Cisl “superiore al dato inflattivo IPCA”, si capisce bene quanto sia ampio il divario tra richiesta e risultato. Federmeccanica ha aumentato del 16% la sua proposta e i sindacati hanno rinunciato al 27% dell’aumento richiesto, confermando che la contrattazione sindacale non può avvenire su basi ideologiche e dichiarazioni populiste.
D’altra parte, in un’ampia, ma non esaustiva rassegna, De Palma fa parte di quella schiera di sindacalisti provenienti dalla politica che probabilmente non hanno mai dato un punto di saldatura, girato la manovella di un tornio o programmato una fresa a controllo numerico. È una colpa? No. Ma è il lavoro condiviso con i propri compagni che ti fa capire la vita vera, non l’approccio meramente politico.
Oggi spezzoni sindacali affiancano la politica nei suoi estremismi, di destra e di sinistra, con populismo e vuoto di contenuti, rinunciando al ruolo di avanguardia e guida dei lavoratori e trasformandosi in portavoce di istanze non mediate. I risultati sono ben visibili agli occhi di tutti.
Partendo dall’automotive arriviamo all’aerospazio, prendendo spunto da chi, a sinistra, è scettico su possibili — e sicuramente parziali — trasferimenti di occupazione dall’automotive all’aerospazio. Le differenze di attività, i tempi di produzione, le professionalità, il prodotto: tanti fattori che portano a dire che i volumi occupazionali trasferibili, pochi, non risolvono i problemi dell’automotive e nemmeno saturano quelli dell’aerospazio.
Ma esiste un “ma” che dovrebbe essere sciolto.
È altrettanto chiaro che una parte consistente della sinistra italiana — cioè l’intero campo largo, con un Pd Giano bifronte — è contraria all’industria militare della difesa. Se il preconcetto politico prevale sulla tutela occupazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, non si fa loro un buon servizio di rappresentanza.
In Piemonte è evidente che a Torino, a Caselle, a Cameri, a Pinerolo come a Borgomanero, le produzioni aeronautiche ed elicotteristiche sono militari o a prevalenza militare, così come quelle spaziali. Una sinistra radicale che evita di affrontare il tema del duale, o che strizza l’occhio ai movimenti che vogliono bloccare ogni attività industriale e intellettuale, a partire dalle collaborazioni universitarie in cui il civile può supportare il militare, dimostra di non avere cultura di governo né realismo politico.
Spero non siano abbonati, oltre a comprare le Tesla, anche a Starlink di Elon Musk, perché senza la sua costellazione di satelliti civili gli ucraini avrebbero parecchie difficoltà a difendersi e a colpire infrastrutture strategiche russe.
Le stesse nuove realtà torinesi, come Argotec e Space Industries, che operano nel campo dei piccoli satelliti in bassa orbita, hanno un confine labile tra civile e militare: basta decidere quale software utilizzare, per quali informazioni e con quale finalità. Dire che un satellite è civile perché serve all’osservazione della Terra per prevenire disastri ambientali è un’affermazione parziale: dipende da quali dati si vogliono estrarre. Un satellite che vede un fiume vede anche una postazione militare o un’infrastruttura strategica come una centrale elettrica. Non a caso, poco si specifica sui clienti delle aziende spaziali, se civili o militari.
Le produzioni di Thales a Torino e non solo — dal satellite Sicral a Cosmo-SkyMed, fino a Satcom e Syracuse — sono tutte utilizzabili in un sistema duale, civile e militare.
Queste precisazioni sono necessarie se vogliamo affrontare non il tema della riconversione industriale torinese dall’automotive all’aerospazio, ma quello della crescita occupazionale e dello sviluppo di un settore alternativo all’auto. Esiste forse una parte politica che vuole opporsi a questo sviluppo, che è insito nella storia operaia e sindacale torinese?
Da delegato sindacale cislino ho lavorato prima in Fiat Avio, poi in Alenia, ora in Leonardo. L’approccio alla produzione militare, insieme a molti delegati riformisti della Fiom (e, sotto sotto, anche agli estremisti fiommini che in fabbrica ci lavoravano davvero), sul tema della difesa è sempre stato al centro delle riflessioni sindacali, considerando che ogni sistema d’arma prodotto deve essere coerente con lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».
Lo cito integralmente perché sia chiaro: si ripudia la guerra come offesa verso altri popoli, ma non la difesa, e si prevedono interventi con altri Paesi per assicurare pace e giustizia tra le Nazioni. Concetti ben diversi da chi usa solo le prime quattro parole.
Nella storia sindacale torinese, che meriterebbe di essere preservata nella memoria, si tutelavano il sapere e la professionalità operaia e intellettuale come punti di forza, sapendo che la ricerca e lo sviluppo in ambito militare avevano, e hanno, importanti ricadute sul civile in termini di tecnologia, software e materiali.
Ribadisco: l’aerospazio a Torino e in Piemonte significa sistemi di difesa, dall’EFA all’F35, dal GCAP (Global Combat Air Programme) al Sicral, fino alla radaristica e all’elettronica.
Oggi, la confusa idea di un esercito comune europeo, di cui si vagheggia a sinistra dichiarandosi nel contempo contrari al riarmo dei Paesi europei, resta poco chiara nei contenuti. È evidente che un esercito comune e coordinato passa attraverso la standardizzazione dei sistemi d’arma, del munizionamento e dei sistemi di difesa.
Nella logica dei “volenterosi”, alcuni Paesi stanno iniziando a coordinare le proprie industrie nazionali affinché ciò avvenga, consentendo nel tempo di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.
Un esercito comune si costruisce attraverso sinergie industriali, alleanze il più possibile europee, favorendo percorsi condivisi e stabilendo le diverse competenze tra Paesi. Questa è la strada per arrivare a un esercito europeo, che non significa indossare la stessa divisa, ma disporre di sistemi d’arma intelligenti e interscambiabili.
Con il posto di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori non si può scherzare, né tantomeno fare propaganda, men che meno a sinistra. Servirebbe un riformismo illuminato e pensante per affrontare temi complessi. Oggi, invece, vincono gli opposti estremismi, uniti da una demagogia irreale.



