FIANCO DESTR

Vannacci "ci ha copiato il simbolo"

Il presidente di Nazione Futura Giubilei e il suo vice De Benedictis (eletto a Torino con FdI) si dicono "sorpresi per la somiglianza di nome e logo" e valutano azioni per tutelarsi. Meloni preoccupata dall'iniziativa del generale studia le contromosse

Il deposito del simbolo “Futuro Nazionale” da parte del generale Roberto Vannacci non ha solo scatenato l’inevitabile dibattito interno al centrodestra sulla nascita di una nuova formazione a destra, ma si porta con sé anche delle accuse di plagio. A sollevare un caso è il think tank conservatore Nazione Futura, che in un comunicato ufficiale denuncia la “sorprendente somiglianza” tra il nuovo simbolo del generale e il proprio logo.

La nota del think tank

“Non nascondiamo la sorpresa per la scelta di un nome e di un logo anche a prima vista simile al nostro”, scrivono nella nota il presidente Francesco Giubilei e il vicepresidente Ferrante De Benedictis, consigliere comunale a Torino per Fratelli d’Italia. La somiglianza è effettivamente evidente: entrambi presentano un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e una bandiera tricolore stilizzata. A distinguersi è il font, con la dicitura Futuro Nazionale in stile Littorio, richiamando una continuità con l’estetica tipica del ventennio fascista.

“La sorpresa è ancora maggiore se si pensa che il generale Vannacci ha partecipato come ospite a eventi della nostra associazione”, aggiungono i vertici dell'organizzazione, che conta oltre ottanta circoli sul territorio nazionale. Così Nazione Futura, autodefinitosi “il più autorevole think tank conservatore italiano riconosciuto a livello internazionale”, ha annunciato di stare valutando la possibilità di tutelarsi legalmente. Nel comunicato, l'associazione tiene inoltre a prendere le distanze da qualsiasi iniziativa al di fuori della coalizione di centrodestra, definendola “un favore alla sinistra”.

Il piano Meloni: bastone e carota

La disputa sul marchio infatti potrebbe essere la prima delle contromosse allo studio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei suoi per arginare la nuova formazione politica dell’ex parà della Folgore, che rappresenta una minaccia concreta per gli equilibri della maggioranza. La premier avrebbe infatti compreso che un eventuale partito del generale potrebbe costarle la maggioranza alle politiche del 2027. Il rischio si profila tanto con l'attuale legge elettorale quanto con la riforma allo studio, che prevederebbe l’abolizione dei collegi uninominali e un ritorno al proporzionale con premio di maggioranza.

A differenza del 2022, questa volta Pd e M5s correranno insieme: uno scenario in cui la dispersione di voti a destra verso Vannacci potrebbe essere fatale per la tenuta dell’attuale coalizione di governo. Per evitare che ciò accada, Meloni seguirebbe il classico metodo del bastone e della carota: da un lato ostacolare l’iniziativa del generale (e le accuse di Nazione Futura vanno in questa direzione), dall’altro cercare di contenerlo per rendere il più innocuo possibile il suo slancio, blandendo lui e i suoi fedelissimi attraverso una serie di concessioni di vario tipo.

La scommessa persa di Salvini

Il paradosso è che il “caso Vannacci” nasce proprio dall'operazione con cui Matteo Salvini pensava di neutralizzarlo. Candidandolo alle Europee del 2024 e poi nominandolo addirittura vicesegretario della Lega, il Capitano credeva di imbrigliare il generale. Il risultato è stato l'opposto: ha finito per dargli visibilità e legittimazione politica.

Vale la pena ricordare che inizialmente, nell’estate 2023, fu il ministro della Difesa Guido Crosetto ad avviare un’azione disciplinare contro Vannacci dopo la pubblicazione del libro “Il Mondo al Contrario”, quando questi era ancora in servizio nell’esercito. Salvini invece scelse di difenderlo, contribuendo fortemente alla sua ascesa. Ora il leader leghista rischia di ritrovarsi con un partito svuotato dai “vannacciani” pronti a traslocare nel nuovo soggetto, mentre Meloni si trova a dover gestire una minaccia che potrebbe compromettere la sua permanenza a Palazzo Chigi.

Il generale, dal canto suo, ha minimizzato il deposito del marchio definendolo “solo un simbolo, come quello del Mondo al contrario e di Generazione Decima”. Ma i movimenti in Parlamento, con quattro deputati (i leghisti Edoardo Ziello, Rossano Sasso e Domenico Furgiuele insieme al “pistola” vercellese Emanuele Pozzolo, espulso da FdI) raccontano una storia diversa, che è appena agli inizi.

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