Un errore sciogliere la Margherita

La politica, come tutti sanno, non si costruisce con i “se” e né, tantomeno, con i “ma”. Le scelte politiche, quando si fanno, lasciano dei segni. Precisi e duraturi. Solo il tempo ci dice se le decisioni assunte dai vertici dei singoli partiti sono state efficaci e politicamente azzeccate. Purtroppo, quando sono eccessivamente affrettate o dettate da motivazioni prevalentemente legate alla contingenza o alla convenienza momentanea, rischiano di rivelarsi nel tempo nocive se non addirittura nefaste.

È il caso, nello specifico, del partito della Margherita nato nel lontano 2002 e confluito, appena 5 anni dopo, nel Partito democratico. Una scelta rivelatasi, appunto, fortemente negativa e politicamente quasi imbarazzante. Certo, nel lontano 2007 – e ricordo bene quella fase perché l’ho vissuta in prima linea sia a livello regionale e sia, soprattutto, sul versante nazionale – nessuno, almeno credo, prevedeva che il Pd sarebbe diventato quello che concretamente è oggi. Ovvero il semplice prolungamento della storica filiera Pci/Pds/Ds/Pd. E oggi, e senza nulla togliere alla segretaria nazionale del Pd Elly Schelin – a cui va riconosciuto il grande merito di avere trasformato definitivamente ed irreversibilmente il Pd, come aveva del resto promesso durante la sua candidatura alle primarie – il Partito democratico è diventato l’espressione più autentica e più vera della sinistra radicale e massimalista nella cittadella politica italiana. Archiviando, altrettanto definitivamente, quella cifra “plurale” che aveva caratterizzato la prima fase del Pd attraverso il contributo decisivo e determinante delle storiche culture riformiste del nostro paese.

È sufficiente citare i protagonisti politici di quella fase per rendersene conto. Da Franco Marini a Francesco Rutelli, da Valter Veltroni ad Arturo Parisi, solo per citare alcuni. Leader, cioè, che incarnavano anche fisicamente le singole culture politiche che progressivamente sono state sacrificate sull’altare del radicalismo e del massimalismo. Al punto che oggi è perfettamente coerente nonché omogenea – sotto il profilo politico, culturale, valoriale e programmatico – l’alleanza delle sinistre in un unico blocco. E cioè, la sinistra radicale e massimalista del Pd della Schelin, la sinistra estremista ed ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis, la sinistra populista e demagogica dei 5 stelle di Conte e la sinistra classista e pan sindacale della Cgil di Landini. Il resto, com’è evidente a tutti, è drasticamente irrilevante ed ininfluente. E, al riguardo, ha perfettamente ragione l’ex (?) comunista Goffredo Bettini quando sostiene candidamente che il cosiddetto Centro da quelle parti può stare tranquillamente sotto una “tenda”. Appunto, può guardare la partita dalla tribuna, o meglio ancora dagli spalti, perché non conta assolutamente nulla ai fini della costruzione del progetto politico della coalizione di sinistra e progressista.

Ecco perché, al di là del comico e quasi patetico tentativo di rifare oggi una Margherita attraverso la riproposizione di alcuni piccoli partiti e sigle personali, l’unica conclusione che si può trarre quando si parla, appunto, della Margherita è quello di prendere atto, amaramente, che lo scioglimento del primo grande partito riformista, di governo e con una cifra culturale squisitamente “plurale”, è stato semplicemente un errore politico e strategico. Un errore non solo per la fine anticipata e frettolosa di quel partito ma, soprattutto, per la stessa prospettiva della cultura riformista e di governo del nostro paese. E ammettere i propri errori è anche un segno, almeno credo, di onestà intellettuale.

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