URNE VIRTUALI

Altro che moderato: a Torino centrodestra più competitivo con un candidato di "rottura"

Dal referendum sulla giustizia alle intenzioni di voto per il 2027: per un sondaggio riservato commissionato da Forza Italia il centrosinistra resta primo, il Pd arretra però per battere Lo Russo non servono civici ma un profilo capace di polarizzare

Doveva misurare gli umori sul referendum della giustizia. Ha finito per accendere una discussione ben più delicata su Torino e su come il centrodestra potrebbe provare a giocarsi la partita del 2027. È un sondaggio Swg commissionato da Forza Italia nei giorni scorsi e, a sentire chi ne ha potuto sbirciare le tabelle, le domande più interessanti non sono quelle che riguardano il quesito referendario.

I dati, raccontano, non sono rimasti chiusi in un cassetto. Domenica scorsa sarebbero stati oggetto di una discussione riservata in una saletta del teatro Manzoni di Milano, a margine dell’iniziativa con cui Forza Italia ha celebrato i 32 anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Nel capannello, oltre ai dirigenti azzurri, avrebbe fatto capolino anche Carlo Calenda, ospite d’onore della kermesse e al centro di un corteggiamento sempre più insistente soprattutto per Milano, dove una parte del centrodestra sogna una soluzione “civica” per il dopo Beppe Sala. Ed è proprio dal confronto tra Milano e Torino che, a detta di chi ha potuto leggere le tabelle e ascoltare le spiegazioni degli analisti, emergono le indicazioni più interessanti.

Referendum, Sì in testa

Il dato di partenza del sondaggio è quello referendario. A livello nazionale il Sì continuerebbe ad essere parecchio avanti, con un margine di undici punti. In Piemonte la forbice si restringe un po’ e a Torino diventa un sostanziale testa a testa. Ma non è questo a far drizzare le antenne ai presenti. La parte che conta arriva dopo, quando il questionario entra nel merito delle intenzioni di voto per le amministrative del prossimo anno, scandagliate con anticipo soprattutto per orientarsi nella selezione dei candidati sindaco.

La polarizzazione a Torino

Nel capoluogo piemontese la rilevazione confermerebbe la primazia del centrosinistra, stimato al 44,5%, in leggero miglioramento rispetto al 43,97% del 2021. Un dato che, preso così, sembrerebbe rassicurante per Stefano Lo Russo. Ma dentro quel perimetro si muovono dinamiche meno favorevoli al sindaco. Il Pd, infatti, scenderebbe dal 28,5% al 27%, mentre crescerebbero le formazioni alla sua sinistra, come Avs, e le liste civiche di area progressista. Ancora più netto il calo del M5s, che dopo aver corso da solo nel 2021 e aver raccolto un modesto 8%, scivolerebbe oggi al 5%.

Il campo largo di Lo Russo, insomma, tiene nei numeri complessivi, ma si sposta ulteriormente a sinistra, mentre il partito del sindaco perde peso relativo. Un dettaglio tutt’altro che marginale se lo si incrocia con una considerazione già fatta su queste colonne: il vero problema di Lo Russo non è tanto il centrodestra, quanto l’astensionismo e la qualità, più che l’ampiezza, del suo consenso.

La chimera del Centrodestra

Sul fronte opposto, il centrodestra mostra movimenti altrettanto significativi. Fratelli d’Italia raddoppierebbe abbondantemente i consensi, passando dal 10,4% del 2021 al 22%, superando persino il 20,6% ottenuto alle ultime politiche. La Lega, al contrario, proseguirebbe la sua caduta libera, assestandosi attorno a un misero 5% rispetto al già esangue 9,8% di quattro anni fa. Forza Italia registrerebbe un leggero incremento, dal 5,3% all’8,5%, senza però avvicinarsi alla doppia cifra.

Con numeri del genere il sogno di espugnare Palazzo Civico rischia di restare tale. Eppure, è proprio qui che il ragionamento, sempre secondo chi ha seguito la discussione milanese, si fa più interessante. Perché a Torino, diversamente da Milano, non sarebbe affatto competitivo un candidato civico o moderato. Sotto la Madunina, la tradizione del civismo e quella borghesia illuminista capace di tenere insieme efficienza e solidarietà hanno radici profonde e riconoscibili. A Torino, invece, quel voto di opinione moderato è stato nel tempo sacrificato prima sull’altare del famoso “patto tra produttori” di Piero Fassino segretario del Pci e poi nella stagione dei professori – Castellani, Zich, Deaglio, Fornero – che ha portato il blocco liberale a saldarsi stabilmente con la sinistra di matrice comunista, con sensale il banchiere e omo de panza Enrico Salza.

Civico o politico

In teoria, un candidato meno tranchant potrebbe sembrare più adatto a intercettare una parte dell’elettorato centrista del centrosinistra, tanto più ora che Lo Russo – riformista all’acqua di rose – ha progressivamente spostato il proprio baricentro a sinistra. Il problema è che questa strategia, a Torino, è già stata sperimentata e ha fallito. La logica del candidato “compatibile” non ha mai prodotto mobilitazione né un reale allargamento del consenso. Tra l’originale e la copia, l’elettore tende a scegliere il primo. O a non scegliere affatto. La lezione di Paolo Damilano resta lì, difficilmente aggirabile. Basti pensare che quando il centrodestra ha sfiorato il colpaccio aveva mandato in campo Raffaele Costa (1997) e Roberto Rosso (nel 2001).

Candidato di rottura

Da qui un orientamento che, raccontano, sarebbe sempre più condiviso soprattutto dalle parti di Fratelli d’Italia: se il centro non si conquista con i fac-simile, tanto vale puntare su un candidato politico, riconoscibile, identitario, capace di polarizzare, come Maurizio Marrone. Non tanto per strappare voti al Pd, quanto per costringere la città a scegliere. Ed è a questo punto che il sondaggio incrocia perfettamente l’analisi già fatta sul consenso di Lo Russo. I delusi del sindaco e del centrosinistra difficilmente voteranno il centrodestra, ma potrebbero decidere di disertare le urne. In una partita che si gioca soprattutto sull’affluenza, questo potrebbe bastare. In questo schema, il candidato non deve piacere alla città che conta, ma a quella che si mobilita solo quando percepisce una rottura netta, riconoscibile. O qualcuno da mandare a casa.

A Torino, del resto, questo copione non è affatto inedito. Nel 2016 Chiara Appendino non vinse perché rassicurava, ma perché incarnava un’alternativa al sistema di potere sedimentato. Il famoso “Sistema Torino”, allora con il volto di Fassino, saltò non per un progetto migliore, ma per una stanchezza accumulata. Ed è proprio a quello schema che, a quanto pare, qualcuno nel centrodestra torinese starebbe tornando a pensare, partendo da un sondaggio nato per misurare un referendum e finito per raccontare molto altro.