Burocrazia, l'imposta occulta: a Torino 210 giorni per un permesso edilizio
10:55 Sabato 31 Gennaio 2026Se in Italia l'attesa amministrativa è in media di 198 giorni, a Torino sale a quasi sette mesi prima di poter muovere una ruspa. Cause e contenziosi che si trascinano per anni. Il vero costo per chi investe è nel tempo perso tra carte, uffici e tribunali
C’è un momento preciso in cui un investimento smette di essere un progetto industriale e diventa una prova di resistenza. Non accade quando mancano i capitali, né quando il mercato è incerto. Accade quando, dopo aver comprato un’area, definito un piano, trovato i finanziamenti, l’imprenditore scopre che per poter iniziare a costruire un capannone dovrà aspettare 210 giorni. Se si trova a Torino. Ben 220 se è a Milano o Napoli. Molto più della media nazione, peraltro già piuttosto elevata: 198 giorni.
È in questo scarto temporale, tutto amministrativo, che si materializza quella che la Cgia definisce un’imposta occulta: la burocrazia che non cambia le regole, ma cambia radicalmente il tempo necessario per applicarle. E il tempo, per un’impresa, è denaro immobilizzato, opportunità che sfumano, competitività che si assottiglia.
Una vera imposta occulta: la burocrazia che rallenta, stratifica, scoraggia. Norme identiche su tutto il territorio nazionale producono effetti molto diversi da città a città. E a pagare il prezzo più alto sono le imprese che vogliono investire, costruire, crescere.
Permessi edilizi: Torino sopra la media
Il dato torinese non è marginale: quei 210 giorni significano che un imprenditore che vuole insediare un’attività produttiva nel capoluogo piemontese deve attendere 12 giorni in più rispetto alla media italiana e quasi sei volte il tempo necessario in Paesi come la Svezia (40 giorni) o Malta (30).
In una fase in cui Torino cerca di attrarre nuovi insediamenti industriali, logistica avanzata, manifattura tecnologica e riconversione di aree dismesse, questo scarto temporale diventa un fattore economico concreto. Non è una questione formale: è il tempo che separa l’idea dall’inizio del cantiere.
Giustizia civile: l’altra zavorra
Il quadro si fa ancora più critico quando si passa dalla burocrazia amministrativa a quella giudiziaria. Per liquidare un’impresa insolvente in Italia servono in media 36 mesi. Ma nelle grandi città il dato esplode: Milano arriva a 75 mesi, Bari a 72, Roma a 68, Ancona a 60.
Secondo lo studio Torino è a 36 mesi, perfettamente allineata alla media nazionale, ma molto distante dai sistemi più efficienti: nel Regno Unito bastano 9 mesi, in Belgio 7, in Canada 4. Questo significa che anche quando Torino non è tra i casi peggiori, resta comunque dentro un contesto nazionale strutturalmente lento, che rallenta la riallocazione di capitale, credito e risorse produttive.
Controversie commerciali: 600 giorni
Per chiudere una controversia commerciale in primo grado servono in Italia 600 giorni. È un dato medio che già di per sé pesa sui costi d’impresa, ma che in alcune città diventa quasi insostenibile (Roma 1.400 giorni, Bari e Reggio Calabria 1.180).
Torino, anche in questo caso, si colloca in linea con la media nazionale, ma ciò non rappresenta un vantaggio competitivo: significa comunque quasi due anni per ottenere una sentenza di primo grado in una disputa tra imprese. Un tempo che molte aziende considerano incompatibile con le esigenze operative e che spesso le induce a rinunciare a far valere i propri diritti.
Il costo nascosto
Secondo i dati richiamati dalla Cgia, l’alta dirigenza italiana dedica il 12% del proprio tempo alla gestione degli adempimenti normativi, contro l’8% della media dei Paesi ad alto reddito. In Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria questa quota sale al 14%. È tempo sottratto a innovazione, sviluppo commerciale, crescita dimensionale. Un drenaggio silenzioso di energie manageriali che colpisce soprattutto le piccole e medie imprese, meno attrezzate per diluire questi costi fissi rispetto alle grandi aziende. Non è un problema di funzionari, ma di architettura del sistema.
Lo studio sottolinea un aspetto centrale: la “malaburocrazia” non nasce da carenze individuali, ma da fattori strutturali. Complessità normativa, frammentazione delle competenze, incentivi difensivi, cultura del formalismo, digitalizzazione che non riprogetta i processi, responsabilità opache tra enti. Il risultato è che la correttezza procedurale finisce per prevalere sistematicamente sui risultati, l’innovazione viene percepita come un rischio e l’errore come un costo personale troppo alto per chi deve decidere.



