SACRO & PROFANO

Verso parrocchie senza più parroci. Bianchi e la Comunione di Madia

All’assemblea del clero torinese l'arcivescovo Repole invita alla fiducia sul “riordino della presenza ecclesiale”, ma tra i preti affiora il timore di una Chiesa sempre più organizzativa e sempre meno pastorale. La grana del Sinodo tedesco

Alla prima tornata dell’Assemblea del clero di Torino tenutasi venerdì 23 gennaio per un confronto sul «riordino della presenza ecclesiale» l’arcivescovo Roberto Repole ha usato i soliti toni rassicuranti e a tratti suadenti ma ha convinto pochi. Nel dibattito sono emersi diversi interrogativi in ordine agli spostamenti effettuati: se siano finalizzati all’evangelizzazione o non piuttosto ad una visione della Chiesa sempre più funzionalista. Molto si attende dai «ministeri istituiti» di accolito, catechista, lettore e referente della carità e del sociale che usciranno dall’Istituto di Formazione denominato “Percorsi”, diretto da don Paolo Tomatis, e che si spera di rendere operativi a maggio 2026. Gli iscritti sono 82: 14 di Susa e 68 di Torino, 52 donne e 30 uomini.

Il loro compito? Dovranno «coordinare, attivare e animare» le comunità parrocchiali. Secondo le intenzioni, queste nuove figure dovranno essere aiutate «ad acquisire una certa sicurezza ed autorevolezza che li renda meno passivi rispetto all’iniziativa e agli orientamenti dei pastori», cioè ad autonomizzarsi rispetto ai parroci, che è poi lo scopo della loro istituzione e cioè fare sempre più a meno, per quanto possibile, in tempo di scarsità di vocazioni al sacerdozio, del ministero ordinato. Circa il «ministero di guida della comunità in equipe» (figura individuata dalla comunità e che dovrebbe sostituire il parroco) esso non è decollato in quanto si aspetta «che si creino le condizioni perché questa esigenza si avverta dal basso, così da far emergere la disponibilità». Ci si chiede allora: ma se una esigenza dal basso non è avvertita e bisogna far sì che lo sia, è veramente un’esigenza?

La spinta però viene dall’alto. Infatti il Consiglio permanente della Cei riunitosi dal 26 al 28 gennaio ha emesso un comunicato finale in cui ha costituito dei gruppi di lavoro «per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender». Il linguaggio è un po’ involuto secondo lo stile ecclesialese, ma il concetto è chiaro.

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Sarà per la sua ormai ingravescente aetate (82 anni) ma gli interventi pubblici dell’ex priore di Bose, fratel Enzo Bianchi, un tempo uso ad un presenzialismo su tutto e dovunque, si stanno rarefacendo, forse anche per il fatto che il successore di papa Francesco – che pure lo aveva cacciato dalla Serra – non è sicuramente il Successore di Pietro che si aspettava. La sua pervicace volontà di essere però comunque e sempre un “fondatore” non lo ha abbandonato e così in questi giorni si è avuta notizia che egli ha dato inizio alla “Comunione della Madia”, dal nome della cascina di Albiano d’Ivrea dove da qualche anno è approdato con i suoi adepti.

Essa nasce da una sua presa d’atto: «Il Concilio (quale?) ecumenico che ci dava tanta speranza non si è realizzato, anzi, direi che è molto contraddetto (da chi?) nonostante gli sforzi fatti da papa Francesco. Le parrocchie sono sempre meno significative, oserei dire afone nell’evangelizzazione, e soprattutto non sono più luoghi di fraternità, di comunione, di comunità. Questo è il grande dramma delle parrocchie, sono diventate nella maggior parte dei casi luoghi in cui si va a prendere servizi, sono diventati dei luoghi che offrono religione (che cosa se no?), dispensano riti, ma altro non danno. La parrocchia offre poco o nulla per la vita spirituale dei credenti (e questo è vero)».

Di qui l’esigenza di una Comunione in cui si strutturi un legame più profondo tra i fratelli che però – memore dell’esperienza di Bose – «non è di natura giuridica, né istituzionale, perché abbiamo molto cara la libertà dei figli di Dio». Poiché, secondo Bianchi, «nella Chiesa si pensa poco» la Madia sarà anche un luogo di formazione, di cultura, di confronto anche su temi di attualità. Non potrà mancare ovviamente la sperimentazione liturgica: «Se oggi molti si lamentano della liturgia che vivono nelle parrocchie, il nostro sforzo qui alla Madia non è celebrare la liturgia come nelle parrocchie: la nostra eucaristia è l’eucaristia della chiesa ma fatta in modo differente. Chi di voi è attento si rende conto degli interventi che l’assemblea fa durante la preghiera eucaristica e di altri cambiamenti».

Mentre scrivevamo queste note abbiamo appreso che fratel Enzo è stato ricoverato all’ospedale di Ivrea, gli facciamo fraterni auguri di pronta guarigione.

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A riplasmare la gerarchia ecclesiastica e reiventare la dottrina, in modo molto più determinato e senza indugi, ci sta pensando da tempo il Sinodo tedesco che a febbraio ha fissato l’attesissima assemblea plenaria chiamata ad esprimersi sullo statuto della “Conferenza Sinodale permanente” dove, ignorando l’ammonimento di Roma,  si mettono sullo stesso piano «vescovi e altri fedeli» dando anche a questi ultimi il potere di deliberare e prendere decisioni «su questioni importanti della vita ecclesiale di rilevanza sovradiocesana».

La Conferenza sinodale punta apertamente a prescindere dalla dottrina cattolica, insegue una democratizzazione della Chiesa con l’equiparazione di religiosi e laici, mette in discussione il celibato sacerdotale e promuove l’ordinazione femminile. In campo morale ha già pubblicato delle linee guida in forma liturgica per la benedizione di unioni di qualsiasi tipo e in campo antropologico si è fatto spazio all’ideologia gender.

Lo strumento sinodale inaugurato dai vescovi tedeschi nel 2019 e teorizzato dalla teologia ultra-progressista, va inteso come un mezzo per democratizzare la Chiesa, per trasformare la costituzione gerarchica in una struttura egualitaria in cui il papa e i vescovi sono svuotati del loro potere, che viene trasferito alle comunità locali. Il nuovo paradigma si fonda sull’idea di una chiesa come comunità volontaria di credenti il cui modello è l’uguaglianza originaria dei membri e che precede l’istituzione. Il comunismo applicava questa logica volontaristica all’ordine politico ed economico; il sinodalismo la applica all’ordine ecclesiale in cui l’autorità non discende da Cristo attraverso la successione gerarchica ma come mandato emergente dal consenso della comunità dei fedeli, riuniti in una assemblea permanente e deliberativa. Un modello di chiara origine protestante riformata.

Qualche vescovo ha provato a contestare tale processo dato per ineluttabile. Fra questi, umiliato e deriso dall’élite clericale e laica, l’arcivescovo di Colonia, cardinale Rainer Maria Woelki il quale, in nome della fedeltà a Cristo e dunque alla Chiesa, ha deciso di non partecipare all’ulteriore cammino sinodale dichiarando: «Posso solo dire che sono responsabile dei miei voti di ordinazione. Ho promesso di proteggere la fede della Chiesa e di percorrere la strada nella mia diocesi in unità con il Papa. Intendo continuare a mantenere questa promessa anche in futuro, si tratta dell’essenza stessa della Chiesa». Premettendo che «ciò che viene discusso e proposto deve essere in armonia con l’eredità apostolica e la fede della Chiesa perché è questa la responsabilità specifica del vescovo», il porporato ha precisato che «trovo difficile accettare l’idea di far parte di un organismo in cui 27 vescovi diocesani, 27 membri laici e 27 membri laici ancora da eleggere delibereranno e decideranno insieme in materia di fede e costumi perché non è possibile che in Germania sviluppiamo una nostra concezione di sinodalità orientata al parlamento». Così come non sarà mai accettabile, per assurdo, mettere ai voti la Resurrezione di Cristo.

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Non ha avuto troppa eco il primo Simposio delle chiese cristiane presenti in Italia dove delegati di una ventina di comunità attive sul territorio hanno siglato a Bari il Patto delle chiese cristiane in Italia in cui si assume l’impegno comune a proseguire sulla via del dialogo. Per la Chiesa cattolica era presente il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e il delegato episcopale, monsignor Derio Olivero, che, in quanto vescovo di Pinerolo, è in Italia «condannato all’ecumenismo». Vari i laboratori tematici tra cui quello sull’«ospitalità eucaristica» e i matrimoni interconfessionali.

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Nell’ultima plenaria del Dicastero della Dottrina della fede svoltasi nei giorni scorsi, il suo prefetto, il cardinale Tucho Fernández, si è detto molto preoccupato dei blog cattolici che sarebbero per lui il nuovo nemico. Non quindi l’apostasia, il modernismo, l’eresia, lo scempio della liturgia, la confusione dottrinale ma la rete, che non è certo priva di colpe, ma che spesso indica derive e mette  a nudo situazioni che si vorrebbero, come un tempo, coprire. La Chiesa progressista ama il «popolo di Dio» fino a quando questo popolo non inizia a citare il Concilio Vaticano II – non il suo spirito – o il Catechismo. A questo punto il vocabolario cambia: esperti, discernimento, complessità, sfumature. Il punto è questo: i cattolici comuni – a meno che siano «adulti» – possono ascoltare, sentire e accompagnare, ma non possono giudicare. Questa però non è la Tradizione cattolica perché i Padri non hanno edificato la Chiesa dicendo ai laici di non prestare attenzione all’arianesimo finché un comitato accreditato di teologi non avesse emesso una dichiarazione di consenso.

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