ALTA TENSIONE

Askatasuna, ecco il "bene comune":
lessico rovesciato dell'ipocrisia

Nessuno può dirsi sorpreso per quanto accaduto a Torino: a meno che non sia in malafede o, come afferma la pg Musti, appartenente a quell'"area grigia colta e borghese" connivente o complice. Ora almeno ci risparmino la retorica a buon mercato

Non ci possono più essere equivoci né alibi. Per anni attorno ad Askatasuna si è discusso di “bene comune”, patti di collaborazione, percorsi di legalizzazione. Oggi quella formula si è tradotta in tubi di metallo usati come mortai, scudi contro gli idranti, bombe carta contro la polizia e cassonetti incendiati nel mezzo della strada. Non può esserci stata alcuna sorpresa per quanto è accaduto oggi a Torino. Non per chi conosce la storia recente della città, non per chi ha visto ripetersi lo stesso copione nelle manifestazioni No Tav, in quelle per la Palestina, per l’ambiente o per il lavoro. Semmai lo stupore riguarda solo chi continua a fingere di non vedere. Per ipocrisia. O perché appartiene a quella che la procuratrice generale Lucia Musti stamattina ha definito efficacemente “l’area grigia colta e borghese” che attorno ad Askatasuna si muove tra indulgenze culturali, coperture politiche e complicità di fatto.

Askatasuna, in basco, significherà anche libertà. A Torino, però, da anni significa un’altra cosa: violenza, scontri, aggressioni organizzate, guerriglia urbana. Ed è esattamente ciò che si è visto ancora una volta oggi, quando una parte del corteo ha deviato su corso Regina Margherita puntando al civico 47. Non più una manifestazione, ma la ricerca deliberata dello scontro.

Davanti, un cordone fitto di forze dell’ordine in antisommossa. Dietro, centinaia di attivisti pronti e addestrati allo scontro: caschi, maschere antigas, scudi con il simbolo di Askatasuna, tubi di metallo trasformati in mortai per sparare razzi e artifizi pirotecnici. Volti coperti, attesa del buio per evitare le riprese. Poi la sequenza che Torino conosce fin troppo bene: bombe carta, pietre, sedie e tavoli trascinati dai dehors dei bar chiusi e rovesciati in strada per sbarrare il passo, campane della raccolta rifiuti sradicate e portate al centro del corso insieme ai carrelli della spesa.

La risposta è una pioggia di lacrimogeni e una carica di alleggerimento dietro il Campus Einaudi, su via Sant’Ottavio. Gli attivisti arretrano di qualche decina di metri, poi ricominciano. Su due fronti: corso Regina e via Sant’Ottavio. Intanto bruciano legna, bancali, cassonetti. E brucia anche un mezzo blindato della polizia, abbandonato dagli agenti, mentre gli idranti lavorano senza sosta.

La manifestazione si spezza. L’area a ridosso dell’ex centro sociale viene liberata dopo oltre un’ora di scontri. I manifestanti si ricompattano in corso Regio Parco e si disperdono nelle vie laterali, inseguiti dall’avanzata dei reparti. In corso San Maurizio le serrande sono abbassate. Sulle vetrate di una banca compaiono le scritte “Stop genocide Gaza” e “Usura!”. Una troupe di giornalisti viene presa di mira, aggredita, minacciata, costretta ad allontanarsi mentre piovono sassi e l’attrezzatura viene distrutta. Almeno due contestatori vengono portati via durante i tafferugli.

Eppure, nel pomeriggio, a sfilare erano state circa 15mila persone, che avevano seguito il percorso autorizzato. La gran parte si era già dispersa quando autonomi e gruppi anarchici, rimasti fermi a lungo a volto coperto, hanno deciso che era arrivata l’ora. Non la protesta: lo scontro. E ci si interroga se alla fine quelle migliaia di manifestanti non siano serviti a “coprire” le reali intenzioni dei promotori. Utili idioti, li si sarebbe chiamati un tempo.

La politica anche nell’esprime sdegno e condanna alla fine sembra disarmata. Il presidente della Regione, Alberto Cirio, parla di «bande organizzate» che hanno «messo sotto assedio la città», esprime solidarietà agli agenti feriti, ai commercianti che hanno chiuso per paura e ai torinesi «ostaggio di delinquenti». E affonda: usare lo slogan «Torino partigiana» per difendere Askatasuna è «una distorsione storica» in una città medaglia d’oro della Resistenza. Azi, «gli esponenti di Askatasuna sono i nuovi fascisti che dobbiamo combattere».

Il sindaco Stefano Lo Russo parla di «ferma e inequivocabile condanna», di «frange violente organizzate e a volto coperto infiltrate nella manifestazione», di «comportamenti criminali» che nulla hanno a che vedere con una decisione amministrativa su un immobile. Solidarietà piena a forze dell’ordine e operatori dell’informazione, e un annuncio: la Città si costituirà parte civile nei procedimenti giudiziari.

Ma il filo politico non si ferma qui. Perché lo stesso Lo Russo era finito nelle polemiche per il tentativo – poi abortito – di trasformare quell’immobile occupato in “bene comune” attraverso un patto di collaborazione, di fatto un percorso di legalizzazione. E nella sua maggioranza siede Alleanza Verdi e Sinistra, che con il vicecapogruppo alla Camera Marco Grimaldi e la capogruppo in Regione Alice Ravinale ha rivendicato la partecipazione al corteo. Non agli scontri, certo. Ma la copertura politica resta un fatto difficilmente ignorabile. Grimaldi, poi, oltrepassa la linea della decenza quando afferma che il segnale della manifestazione è di una “Torino che non vuole essere Minneapolis”. La dimostrazione, a suo dire, che Torino “sa da che parte stare: contro la repressione, contro un governo che vuole prendersi la città militarmente e contro chi pensa di poter cancellare dalle mappe culturali, solidali e sociali i centri sociali. Askatasuna è parte di questa città, l’ha arricchita così come ha arricchita Vanchiglia e questa è l’idea più simile al bene comune che intendo, cioè l’idea che in qualche modo un centro sociale non è solo il suo collettivo politico, è un pezzo di società”.

Il bilancio della giornata sta tutto qui: 11 feriti tra le forse dell'ordine, per fortuna nessuno in gravi condizioni (tra loro anche il povero agente pestato da un branco di vigliacchi), danni ingenti, cassonetti e arredi urbani distrutti, un blindato bruciato, negozi chiusi per timore. E un concetto – “bene comune” – che ancora una volta è stato stravolto. E finché qualcuno continuerà a chiamare “bene comune” ciò che produce sistematicamente violenza, quell’espressione resterà non un valore condiviso, ma l’alibi perfetto per giustificare l’ingiustificabile.

print_icon