Stellantis cerca partner in Algeria: opportunità per le nostre aziende
Claudio Chiarle 07:00 Lunedì 02 Febbraio 2026Oggi il gruppo incontra a Torino i suoi fornitori per proporre di accompagnarlo nello sviluppo del sito di Tafraoui. Il Mediterraneo come nuova frontiera dell'automotive. Ma da Appendino alla Fiom c'è chi continua a scambiare questa iniziativa per delocalizzazione
Alla disastrosa sindaca di Torino Chiara Appendino non sono bastati cinque anni seduta sullo scranno più alto della Sala Rossa per capire come funziona l’industria automobilistica e farsene una visione compiuta. Nella sua interrogazione parlamentare parla di fuga, farsa, faccia tosta di Stellantis, saccheggio dell’Italia. Capisco che, essendo caduta in disgrazia nei confronti del capo indiscusso dei Cinquestelle e di buona parte del movimento torinese, che oggi la ignora, voglia rifarsi un’immagine nuova. Ma, se si vuole davvero il bene dei lavoratori, sarebbe utile usare la testa non come un ariete, bensì per ragionare.
Stellantis raduna oggi la filiera della componentistica e dei fornitori all’Unione Industriali di Torino per proporre di estendere le proprie attività in Algeria, dove a Tafraoui nel 2025 verranno assemblati tre modelli del Gruppo: due veicoli commerciali (Doblò Van e Doblò Panorama) e la Fiat Grande Panda, con un obiettivo produttivo di 90 mila unità entro il 2026. Dal 2023, anno di avvio delle attività, il sito ha generato circa 5 mila addetti, tra diretti e indiretti, e ha già prodotto oltre 20 mila veicoli, di cui una parte destinata all’export. L’obiettivo è creare un canale diretto tra Stellantis e i potenziali fornitori italiani interessati a entrare nella catena del valore algerina, favorendo nuove collaborazioni industriali e opportunità di business.
Sulle orme di Marchionne
Non è una novità: lo fece già Sergio Marchionne quando ci fu l’acquisizione di Chrysler e il ceo chiese all’indotto torinese di essere presente ovunque ci fosse uno stabilimento del gruppo. Ma la nostra Giovanna d’Arco (prima a capo delle truppe, poi arsa viva) si chiede come mai Stellantis investa negli Stati Uniti, in Marocco e in Sud America e non in Italia. Eppure, Stellantis conferma 7 miliardi di acquisti dall’indotto nazionale. Viene da chiedersi se un politico del suo “livello”, che ignora questi dati, sia davvero in grado di fare una minima analisi di un’azienda multinazionale e di conoscere il settore automotive.
Non mi pare che la proposta di Stellantis sia di disinvestire in Italia: al contrario, può rafforzare l’indotto torinese e nazionale inserendosi in un mercato in espansione. L’Algeria è il nono Paese africano per popolazione, con circa 46 milioni di abitanti, al pari di Kenya e Uganda. Vige una “democrazia controllata” dai militari e un forte apparato statale, che ha imposto ai produttori stranieri di auto di produrre in loco i veicoli destinati al mercato algerino. In Algeria, dunque, non si importano auto: al limite si esportano.
Un mercato in espansione
Il mercato dell’auto è in crescita. Non ha ancora grandi numeri – circa 30 mila vetture prodotte nel 2024 – ma il governo algerino prevede un piano di rilancio su sei pilastri chiave, volti a trasformare il tessuto produttivo nazionale: potenziamento della competitività degli stabilimenti, promozione dell’innovazione e dello sviluppo delle competenze, espansione e rafforzamento della base industriale, sviluppo dell’integrazione e del subappalto locale, riapertura di impianti industriali chiusi e modernizzazione delle piccole e medie imprese.
Vale la pena ricordare anche i legami tra Italia e Algeria: l’Italia è il primo Paese destinatario dell’export algerino, basato principalmente sul gas naturale, ed è il secondo Paese per importazioni in Algeria dopo la Francia. L’Algeria si affaccia sul Mediterraneo, a un “tiro di schioppo” dall’Italia, ed è una porta d’ingresso per il mercato africano. Per l’Italia è strategico svolgere un ruolo da protagonista nel Mediterraneo. Ci sono quindi tutte le condizioni non per spostare attività, ma per espanderle.
Il parco auto algerino e, più in generale, quello africano è obsoleto: occorrerà produrre anche molti ricambi, ed è questo il compito dell’indotto auto. Nel Middle East/Africa nel 2024 sono state immatricolate circa 3,8 milioni di autovetture, la cui stragrande maggioranza viene poi esportata verso l’Europa. La produzione è circa la metà, 1,8 milioni di unità, di cui 900 mila in Iran e 500 mila in Marocco. Tutti i Paesi stanno promuovendo politiche protezionistiche di produzione in loco per evitare l’import. Le principali case presenti sono Volkswagen, Toyota, Renault, Ford, Hyundai e, ora, anche i cinesi. Stellantis si sta consolidando. Viene stimato un mercato da 3 milioni di auto nuove nel 2035. Una produzione ancora bassa per un mercato africano che può solo crescere, accompagnato anche dall’export.
Basterebbero queste informazioni minime di analisi perché anche un politico o un sindacalista poco preparato, ma non ideologizzato, capisse che trasferire dall’Italia, cioè delocalizzare, la propria azienda in Algeria significherebbe decretarne la chiusura.
Una leva di sviluppo ed emancipazione
Veniamo ora al capitolo sollevato principalmente dalla Fiom, riguardante i salari. Proprio su Stellantis, il segretario dei metalmeccanici della Cgil Michele De Palma ha ricordato come «lo stesso Gruppo cerca di convincere i componentisti a delocalizzare addirittura al di fuori dell’Europa e al di là del Mediterraneo, promuovendo un sistema di semi-schiavitù dal punto di vista dell’ambiente e dei lavoratori. Io non sono nazionalista, ma un governo che si definisce tale dovrebbe intervenire in questa situazione».
Fa sorridere quel “addirittura fuori dall’Europa e al di là del Mediterraneo”, che fa pensare a un terrapiattista. Vale la pena ricordare che nel sindacato esisteva un’anima, una cultura internazionalista, secondo cui i lavoratori oppressi di altri Paesi possono emanciparsi con più diritti e più democrazia solo attraverso più lavoro e più salario. Il reddito medio mensile netto in Algeria è di 268 euro; un litro di latte costa 83 centesimi; il costo mensile delle bollette per un appartamento di 85 mq è di 34 euro. Se, per sollevare indignazione nostrana, si evita di dire che il costo della vita e i salari in Algeria sono completamente diversi da quelli italiani, si compie una furbata che di solito si paga politicamente con l’astensionismo e sindacalmente con la perdita di tessere.
Rivedere il Green Deal
In ultimo resta il tema dello sviluppo degli stabilimenti italiani e di un piano industriale serio e credibile, che si basi su una profonda revisione del Green Deal, con maggiore gradualità negli obiettivi, dando priorità alla neutralità tecnologica e riducendo il parco auto usato per contenere, in primis, le emissioni di CO₂. Ma, soprattutto, gli estremismi politici italiani, di destra e di sinistra, dovrebbero ridurre le domande poste agli altri e iniziare a farne qualcuna a sé stessi.



