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Centrosinistra, un enigma per i suoi stessi elettori. E il campo largo non esiste

Un sondaggio certifica lo scollamento: per il 77% dovrebbe essere meno ideologico e più pragmatico. Al centro va messo il lavoro (52%). Il 40% nutre dubbi sull'appartenenza del M5s all'area progressista. Corsa a ostacoli per la scelta della leadership

Il centrosinistra ha un problema serio. Ma non è Giorgia Meloni. Perché le critiche più severe non arrivano dall’opinione pubblica in generale, né tantomeno dalla destra, ma da chi si autocolloca nell’area progressista. Dalla sua base. E non è una lamentela vaga. È una diagnosi precisa: troppa ideologia, valori smarriti, nessuna visione chiara del Paese e, soprattutto, uno scarto vistoso tra quello che i partiti raccontano e quello che il loro elettorato chiede. È quanto emerge dall’ultimo Radar di Swg (28–30 gennaio 2026, campione nazionale di 800 casi).

Troppa ideologia, pochi fondamentali

Quando si chiede se il centrosinistra debba essere meno ideologico e più pragmatico, risponde così il 74% degli italiani. Ma la percentuale sale al 77% tra gli elettori di centrosinistra. Non basta. Il 69% del totale e il 64% degli elettori progressisti pensa che il centrosinistra stia trascurando i suoi valori cardine. Ancora più significativi sono gli altri due dati: solo il 37% degli italiani (59% tra gli elettori dell’area) ritiene che i valori del centrosinistra siano chiari e definiti, e appena il 31% (45% nella base) vede una visione chiara di come dovrebbe diventare l’Italia nei prossimi anni. Detto in poche parole: la sua stessa gente non capisce più dove voglia andare. E questo non è un problema di consenso. È un problema di identità percepita.

Il cortocircuito diventa ancora più evidente quando si entra nel merito dei valori. Alla domanda su quali siano quelli che oggi identificano maggiormente il centrosinistra, gli elettori indicano in testa la difesa dei diritti civili (41%), la tutela del lavoro (37%), la giustizia sociale (37%), la lotta alle disuguaglianze (35%) e l’europeismo (31%). Più indietro compaiono la tutela dell’ambiente (27%), il pacifismo (18%) e la legalità (18%).

In cima il lavoro

Ma quando la domanda cambia, e si chiede quali valori vorrebbero fossero promossi maggiormente, la classifica si ribalta. In cima compare la tutela del lavoro al 52%, con un balzo di +15 punti rispetto alla percezione attuale. Seguono i diritti civili al 42%, la giustizia sociale al 41% e la lotta alle disuguaglianze al 40%. Poi arrivano l’ambiente al 37% (+10) e la legalità al 31% (+13). L’europeismo, invece, scende al 23%, con un -8 che pesa più di molte analisi politiche.

Qui c’è il cuore del problema: gli elettori percepiscono un centrosinistra troppo concentrato su diritti civili ed europeismo e chiedono, con una chiarezza quasi didattica, di tornare a parlare di lavoro, ambiente, legalità e difesa dei deboli. Non è una sfumatura comunicativa. È uno scarto strutturale tra l’agenda dei partiti e l’agenda della base.

Il “campo largo” esiste solo nei talk show

A questo si aggiunge un altro elemento che smonta molte narrazioni politiche di questi mesi. Quando agli elettori dell’opposizione viene chiesto quali forze politiche facciano davvero parte, sul piano valoriale e culturale, dell’area di centrosinistra, il risultato è netto: Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra sono le uniche forze ampiamente riconosciute come parte integrante dell’area. Sul Movimento 5 Stelle il giudizio è molto più incerto: quattro elettori su dieci dell’area nutrono dubbi sulla sua appartenenza al campo progressista. +Europa, Italia Viva e Azione risultano percepite ancora più debolmente.

Il famoso “campo largo”, nei numeri, non è un’identità condivisa. È una costruzione politica che l’elettorato non metabolizza.

Leadership a ostacoli

Infine, la questione della leadership. Alla domanda su come dovrebbe essere scelto il leader che guiderà la coalizione e sarà candidato premier, nessuna opzione emerge in modo netto. Il 25% indica le primarie di coalizione, il 24% la regola del “chi prende un voto in più propone il premier”, il 19% il leader del partito primo nei sondaggi, il 17% una personalità terza e il 15% un accordo tra partiti. Nessuna strada appare naturale. Nessuna figura appare implicita. È il segno che manca una leadership riconosciuta prima ancora che scelta.

Identità smarrita

Quello che emerge da questa fotografia non è un problema di alleanze, di perimetri o di formule organizzative. È qualcosa di più profondo. Per la sua stessa base, il centrosinistra è diventato troppo ideologico, ha perso il baricentro sul lavoro, comunica con forza diritti civili ed europeismo ma trascura ambiente, legalità e difesa dei deboli, non trasmette una visione chiara del Paese e non ha un perimetro politico riconosciuto né una leadership naturale. La questione, suggerisce il report, non è con chi allearsi. È ricordarsi chi si è.

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