Ora parli la forza silenziosa di Torino
Claudio Chiarle 07:00 Mercoledì 04 Febbraio 2026
Ora cosa facciamo per restituire Torino ai torinesi? Il 31 gennaio è passato, lasciandosi dietro una scia di scontri, devastazioni, feriti, polemiche. Ora dobbiamo chiederci come debba reagire una Torino ferita e violentata. Si rimane inerti? Si lascia che le polemiche proseguano, aumentando confusione e inconcludenza?
Credo che occorra tracciare una linea netta tra chi sta, pur nelle diversità politiche, nel solco del confronto democratico e chi sceglie la violenza. Lo voglio dire soprattutto a chi continua a ripetere che c’erano 20mila manifestanti pacifici in un corteo pacifico: insomma, una bella manifestazione rovinata da un migliaio di violenti.
Provo a fare una domanda ai manifestanti pacifici: avevate idea di chi organizzava la manifestazione? Le ali più estreme della politica, le aree più violente, quelle che generano violenza da decenni. Gli stessi organizzatori degli assalti alle Ogr, a Leonardo, a La Stampa. Infatti Askatasuna, che organizzava l’evento, ha rivendicato gli incidenti: non c’era nessun infiltrato, era tutto organizzato e pianificato, e il corteo pacifico rappresentava la copertura.
Quando si partecipa a un corteo, si verifica chi organizza, chi convoca, chi aderisce come associazioni e movimenti, e poi si decide. Chi c’era era consapevole dello slogan di convocazione? “Riprendiamoci Torino”: un messaggio che, nei fatti, è stato tradotto in violenza, contro lo sgombero di corso Regina, contro il governo, contro il piano di riutilizzo dello stabile proposto dal Sindaco.
Se non era chiaro, significa che chi ha deciso di sfilare pacificamente ha aderito – consapevolmente o meno – a marciare al fianco dei violenti. Non agenti provocatori, ma violenti contro tutto e tutti, che hanno ottenuto il loro scopo: portare con sé 20mila manifestanti pacifici che, ingenuamente, hanno fatto il loro gioco. A ben pensarci, i manifestanti pacifici sono stati strumenti: da una parte nelle mani dei violenti, dall’altra in quelle del governo che contestavano.
Torniamo ora al che fare.
La vera Torino democratica, antifascista e partigiana deve reagire a partire dalle parole del sindaco pronunciate lunedì in Consiglio comunale: “Quell’immobile tornerà nella piena disponibilità della Città. È una scelta coerente con una linea che questa Amministrazione ha sempre tenuto: governare gli spazi pubblici, non abbandonarli, e riportarli dentro un perimetro di regole, responsabilità e interesse generale. Non verrà lasciato vuoto né abbandonato, perché l’abbandono è sempre terreno fertile per nuove tensioni e nuove fragilità. La Città dialogherà solo con chi è in grado di prendere una distanza netta, inequivocabile e credibile da ogni forma di violenza. Non può esserci interlocuzione con chi non si dissocia, o non è in grado di dissociarsi, da ciò che nega le regole fondamentali della convivenza civile. Verrà restituito al quartiere per usi pubblici quando i tempi saranno maturi, quando il clima sarà meno conflittuale, quando saranno individuati i modi, le formule giuridiche adatte e le risorse”.
Questo è il primo atto da compiere: destinare l’immobile a un vero uso sociale, gestito dalla comunità torinese, senza più i garanti del Patto della Responsabilità – e senza più il Patto stesso –, visto che Askatasuna non lo ha mai accettato. Lo stabile va restituito al quartiere, alla città, alle associazioni che perseguono il bene comune.
Non si può restare al coperto, dire che non ci riguarda. E soprattutto bisogna scardinare il sistema denunciato dalla Procuratrice generale del Piemonte, Lucia Musti, che ricorda l’esistenza di una “area grigia di matrice colta e borghese” che, rispetto alle violenze degli antagonisti a Torino, nutre un atteggiamento di “benevola tolleranza”. Una “lettura compiacente… taluni soggetti della upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quell’area grigia” anziché “svolgere una illuminata azione di deterrenza e di rispetto delle regole democratiche”. Una upper class legata alla sinistra radical-chic sindacale e politica. Non è un caso che a rispondere alla Procuratrice, contestandone la tesi, sia stato proprio il segretario torinese della Fiom-Cgil. Smentendo, si conferma.
Un’area grigia che esiste da anni. Quando, alla festa del Pd nel 2014, venne lanciato un candelotto acceso contro Bonanni, allora segretario della Cisl, l’autrice era figlia di un magistrato. Sono passati dodici anni, ma è interessante rileggere l’articolo di Repubblica del 25 febbraio 2014 per la sua attualità. Antagonismo e benessere borghese si sposano bene: tra gli antagonisti gli operai sono rari.
Così come, sebbene si facciano parallelismi, è difficile pensare a un ritorno delle Brigate Rosse. Loro facevano sul serio, tragicamente: clandestinità, vita dura, disagio, un credo ideologico forte e un radicamento nella classe operaia. Oggi, invece, l’antagonismo distruttivo concilia la paghetta universitaria dei genitori benestanti con lo spritz serale.
Torniamo al che fare, con il secondo atto.
Ancora con le parole del sindaco, Lo Russo: “Per dirla con le parole di Aldo Moro, la politica è, prima di tutto, responsabilità verso il futuro e verso le istituzioni. Ed è con questo spirito che voglio richiamare anche il confronto avuto con la Presidente del Consiglio. Un colloquio corretto, rispettoso, nel quale ho riscontrato un livello di responsabilità e di misura che, mi permetto di dirlo, è apparso diverso – e migliore – rispetto a quello di alcuni suoi epigoni locali o di taluni ministri alla ricerca spasmodica di visibilità. Le istituzioni, quando si parlano seriamente, possono e devono tenere un altro tono”.
Per questo spero che la proposta del Governo di un decreto sicurezza condiviso con le opposizioni sia seria e non strumentale. Sarebbe un importante messaggio al Paese, di unità di intenti in un momento complesso.
Terzo atto: a Torino bisogna riprendersi la città. Non con contro-manifestazioni o marce – ne abbiamo avute troppe – ma, ad esempio, convocando gli Stati Generali della Democrazia Costituzionale con tutte le forze politiche e sociali, le categorie, l’associazionismo e il volontariato, le imprese, il commercio, la scuola a tutti i livelli e chiunque voglia aderire.
Il sindaco dice che Torino “è una città che è stata violentata dai violenti, sì. Ma è anche una città che ha mostrato, ancora una volta, la forza silenziosa della sua parte migliore”. Ecco: è quella forza silenziosa che deve parlare, unirsi e diventare argine alla violenza – politica e sociale – e alla mancata sicurezza, chiedendo che, invece di rimpallarsi le responsabilità, ognuno si assuma la propria.
Serve un’iniziativa unificante. Non basta essere coraggiosi, “bogianen”. Molti politici la smettano di abbaiare e inizino a usare il cervello.


