Les jeux sont faits
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 05 Febbraio 2026
In Italia, la protesta scaturisce simpatie quando si scatena nelle piazze di Paesi non appartenenti all’Alleanza Atlantica. Il sistema mediatico, infatti, mostra spiccata empatia per le insurrezioni in Iran, per l’opposizione venezuelana, per qualsiasi forma di dissenso in Russia e in Cina. Il sistema mediatico diventa, al contrario, decisamente più timido quando deve informare il pubblico su quanto accade durante le “accese” manifestazioni in Francia, spesso segnate da scontri devastanti tra manifestanti e le forze dell’ordine, oppure se deve curare il resoconto in merito alle proteste indette dai giovani tedeschi per contestare la reintroduzione della leva militare, nonché per bloccare le iniziative delle formazioni politiche neonaziste.
Da qualche tempo Torino è attraversata da cortei molto partecipati, forse i più imponenti che il capoluogo piemontese abbia ospitato sin dal 14 ottobre 1980, ossia dalla marcia antisindacale detta “dei 40.000” (dal numero dei partecipanti dichiarato, ma probabilmente gonfiato almeno del doppio). Il movimento operaio e quello studentesco hanno provato per quasi mezzo secolo a colmare le piazze, dopo lo shock generato dalla marcia dei quadri Fiat, raggiungendo faticosamente i numeri di adesione ai cortei degli anni ’60-’70 solamente negli anni ’90, grazie alla ripresa delle lotte in Fiat e alla nascita del Movimento della Pantera. La città dell’automobile di questi ultimi decenni ha registrato un profondo sonno sociale, una trasformazione del tessuto produttivo che ha svuotato le piazze, con la sola costante eccezione del corteo (sovente svogliato) del 1° Maggio: storico appuntamento annuale per lavoratori e militanti della Sinistra.
Improvvisamente, nei giorni a ridosso delle feste natalizie, Torino si è destata dal letargo. L’azione portata a Gaza dalla “Flotilla” e, successivamente, lo sgombero del centro sociale Askatasuna hanno rianimato dal lungo coma la grande protesta di piazza. Il dato importante, che gli analisti politici non dovrebbero ignorare, è il successo di innumerevoli cortei organizzati senza il sostegno, e a volte neppure il coinvolgimento, di partiti e organizzazioni sindacali: decine di migliaia di persone hanno scelto in più occasioni di sfilare per le strade della città spontaneamente, aderendo ad appelli lanciati da aggregazioni politiche non istituzionali.
Nel periodo storico più triste per la democrazia, svilita da accentramenti di potere in mano agli esecutivi e dalla scarsissima affluenza alle urne, una folla oceanica, sabato scorso, ha risposto alla richiesta di solidarietà lanciata da gruppi informali, raccogliendosi sotto lo slogan “Torino è Partigiana”: nella città delle lotte operaie novecentesche, dopo una pausa di circa 46 anni, è improvvisamente riapparsa un’oceanica manifestazione popolare.
Nell’ultimo giorno di gennaio, decine di migliaia di cittadini (i manifestanti, lo ricordo, sono prima di tutto cittadini) hanno dato vita a un corteo pacifico, colorato, con i suoi slogan e tanta musica. Al suo interno spiccavano le bandiere curde, quelle palestinesi, alcune di partito (poche) e tantissimi striscioni portati da svariati collettivi. La spontaneità dell’evento non era probabilmente compatibile con la presenza di un efficace servizio d’ordine, tipico invece delle esperienze passate, e l’adesione al corteo di chiunque volesse partecipare, condividendone le parole d’ordine, sono caratteristiche che hanno reso impossibile contenere chi ingaggia lo scontro contro chiunque gli sbarri la strada.
I tafferugli scatenati nel tardo pomeriggio di sabato sono stati una buona occasione per gettare nell’ombra mediatica il vero significato politico generato da quella moltitudine in corteo (erano presenti persone di tutte le età e molte famiglie). Il pubblico televisivo e i lettori dei quotidiani hanno visto unicamente il selciato costellato dai segni della distruzione (comprese alcune piante innocenti sradicate dai loro vasi), i feriti vittime degli scontri (naturalmente non sono stati forniti i dati riguardanti “i facinorosi” bisognosi di cure) e gli arresti del giorno dopo. Tafferugli rubricati “da stadio” con danni a cose e persone, ma soprattutto giovani carichi di ira che usano gli scontri come metodo politico, e altri che non dichiarano presupposti politici, ma sfogano il loro malessere con una guerriglia urbana fine a sé stessa (stimolando in tal modo un’ulteriore stretta repressiva varata da forze di governo che non aspettavano occasione più propizia per farlo).
L’accerchiamento e la grave aggressione subita dall’agente delle forze dell’ordine (assolutamente deprecabile) ha messo in luce la debolezza di una classe politica, in particola modo quella che si richiama ai valori della Sinistra, abituata a commentare il fermo immagine, non curandosi di approfondire le vicende nel loro insieme: dedicando ad esempio qualche minuto alla lettura della testimonianza della giornalista Rapisardi. La testimonianza oculare dell’inviata de “Il Manifesto” descrive lanci di lacrimogeni ad altezza uomo, aria intrisa di gas, cariche decisamente aggressive e fughe in avanti nel rincorrere i manifestanti a cui sono seguiti rapidi indietreggiamenti (così da lasciare pericolosamente “l’uomo solo” in mezzo ai disordini).
Coloro che sono abitualmente dediti alla costante ricerca voti, e al facile consenso elettorale, non si fanno troppi scrupoli nell’esporre a gravi rischi le forze di polizia (nello sconsiderato scontro di cittadini al servizio dello Sato contro altri cittadini), e neppure nel blandire la spada della Giustizia mentre invitano la magistratura a fare chiarezza. Giudici chiamati a “fare bene il loro dovere” da una politica si fa al contempo accusatrice, giudice e carceriera (forse in memoria dei Tribunali Speciali). Guardare con benevolenza alle insurrezioni che avvengono all’estero e affrontare, contemporaneamente, i conflitti sociali nostrani affidandosi esclusivamente all’emanazioni di normative repressive (gli ormai famosi pacchetti sicurezza) significa strumentalizzare gli accadimenti, ignorare la realtà. Chiudere ogni forma di dialogo favorisce esclusivamente un’ulteriore erosione della normale dialettica tra i vari settori della società, alimentando nuove tensione e ulteriore devastante ira.
Un bravo statista si chiederebbe quale sia la causa di tanta collera da parte dei giovani; si domanderebbe se non fosse il caso si intervenire migliorando i servizi, il welfare, l’istruzione e, magari, garantendo l’esistenza di liberi luoghi di espressione culturale (nel rispetto dei valori costituzionali). Uno statista si farebbe tante domande di fronte alla giornata di sabato scorso, mentre al contrario politici improvvisati (e soprattutto prigionieri delle loro convinzioni) trovano comodo percorrere la solita strada collaudata: affidare tutto alle botte tra agenti sottopagati e studenti, per poi il giorno dopo dichiarare solidarietà ai primi e mandare in galera i secondi.
Les jeux sont faits!



