SCONTRO ISTITUZIONALE

Lep senza (ulteriori) risorse,
altolà delle Regioni al Governo

Approvato all'unanimità un documento contro la norma sui Livelli essenziali delle prestazioni: senza un fondo perequativo statale e con disponibilità invariate, avverte il presidente pugliese Decaro, non si garantiscono gli stessi diritti ai cittadini

Le Regioni hanno approvato all’unanimità un documento critico nei confronti della recente norma governativa sull’individuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Il testo, frutto di un ampio confronto istituzionale svoltosi a Roma, evidenzia una ferma opposizione all’impostazione legislativa proposta dall’Esecutivo e sollecita l’istituzione di un fondo perequativo dedicato per garantire uniformità nei servizi essenziali su tutto il territorio nazionale.

A renderlo noto è il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, illustrando – con toni decisi – la posizione condivisa da tutti gli enti regionali presenti al termine della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Secondo quanto emerso dalla riunione, la norma centrale «mantiene invariate le risorse disponibili» per il finanziamento dei Lep, senza alcuna previsione di un fondo perequativo aggiuntivo, e questo – sostengono le Regioni – rischia di consolidare differenze territoriali anziché colmarle.

Un nodo cruciale: le risorse

Al cuore della discussione c’è un punto tecnico ma di grande portata politica: l’assenza di un fondo perequativo statale che accerti l’adeguatezza delle risorse per assicurare gli stessi livelli di servizio – dall’assistenza alla sanità, dall’istruzione ai trasporti – in tutte le regioni. Secondo Decaro, senza tale fondo non è possibile realizzare una reale parità di diritti e servizi ai cittadini, indipendentemente dal luogo in cui sono nati o risiedono.

La necessità di perequazione trova un fondamento anche nel dettato costituzionale, in particolare nell’articolo 117, come richiamato anche da osservatori istituzionali che studiano il sistema dei Lep: essi sono diritti che devono essere garantiti uniformemente in tutta Italia e la loro effettiva realizzazione richiede strumenti di redistribuzione finanziaria che compensino le differenze di capacità fiscale e di spesa tra territori.

Autonomia differenziata: rischio?

Decaro ha usato parole nette sul possibile effetto sistemico della norma: «Con l’attuale formulazione, la legge appare come un modo indiretto di attuare l’autonomia differenziata senza rispettare le indicazioni della Corte Costituzionale».

Il riferimento alla Corte Costituzionale non è casuale: nel 2024 la Corte ha richiamato più volte la necessità di definire in modo trasparente e coerente i Lep, collegandoli a un adeguato sistema di fabbisogni standard e perequazione. Secondo più esperti di diritto costituzionale, la semplice fissazione dei Lep senza un quadro finanziario aderente alle reali esigenze regionali comporterebbe, di fatto, l’abbandono dei principi di solidarietà e unità nazionale sanciti dalla Costituzione.

Per Decaro e le Regioni, questo significa che l’attuale impostazione normativa finisce per favorire de facto un modello di autonomia differenziata “di fatto”, in cui le differenze di ricchezza e capacità fiscale tra Regioni si traducono in differenze nei diritti dei cittadini. «Così non si garantisce dignità costituzionale alle persone», ha rimarcato il presidente pugliese.

Cosa dice il documento

Intanto attraverso una nota la Conferenza delle Regioni ha spiegato quali sono le osservazioni che vengono rilevate in merito al ddl delega sui Lep. Nel documento, che è stato inviato alla Commissione Affari costituzionali del Senato, le Regioni richiamano il rispetto dei principi costituzionali e di leale collaborazione tra livelli istituzionali che, a loro avviso, verrebbe meno qualora non si procedesse all'adeguato coinvolgimento delle Regioni nel processo legislativo.

“I Lep infatti, pur essendo di competenza esclusiva statale, incidono prevalentemente su materie di competenza concorrente, la cui attuazione grava sulle Regioni – si legge nella nota –Pertanto, è necessario prevedere che i provvedimenti attuativi della legge delega siano sottoposti al vaglio della Conferenza Stato-Regioni richiedendo lo strumento procedurale dell'intesa - e non del semplice parere - per la relativa approvazione”.

Inoltre è stato sollevato il tema del finanziamento e le Regioni tornano a chiarire, come già fatto in sede di discussione delle Legge di Bilancio 2026, che i Lep, una volta determinati, devono essere integralmente finanziati dallo Stato “non ritenendo ammissibile trasferire funzioni senza risorse, né tantomeno scaricare gli oneri derivanti sui bilanci regionali”.

Le reazioni politiche

La presa di posizione unanime delle Regioni segna uno snodo politico importante nel confronto tra enti territoriali e Governo. Il contrasto verte non solo sui numeri, ma sui modelli di governo dello Stato unitario, sulla solidarietà interregionale e sulla visione delle autonomie locali nel quadro costituzionale italiano.

Da Palazzo Chigi, fonti ufficiali di Governo hanno più volte ribadito che il quadro dei Lep resterà (nelle intenzioni dell’esecutivo) uno strumento per garantire standard minimi omogenei, pur senza aumentare la spesa pubblica attuale. La prospettiva governativa è quella di perfezionare l’assetto normativo in sede parlamentare, con aggiustamenti tecnici che – secondo l’Esecutivo – non stravolgono l’impostazione originaria.

Tuttavia, l’unità d’intenti delle Regioni rischia di porre un vero e proprio veto “politico e tecnico” alle future fasi dell’iter legislativo, anche alla Camera e al Senato, dove si deciderà il testo definitivo della norma. Sul tavolo resta anche il peso crescente della questione meridionale, con governi regionali del Sud che temono un’ulteriore erosione dei diritti garantiti ai cittadini a fronte di risorse invariate.

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