Censura, censori e censurati

Gli scontri avvenuti a Torino il 31 gennaio scorso sono stati al centro dei dibattiti ospitati nei talk show trasmessi negli ultimi dieci giorni. Nessun programma di informazione giornalistica, oppure di cronaca, si è sottratto dal mandare in onda le immagini dell’agente accerchiato e percosso da alcuni agguerriti manifestanti, guardandosi bene però, nella maggioranza dei casi, dal riportare anche le testimonianze di coloro che sono caduti a terra, a loro volta accerchiati, sotto i colpi dei manganelli. La discussione generata dal filmato, protagonista assoluto dei palinsesti della settimana passata, non ha certo mai brillato per originalità, poiché caratterizzata costantemente dall’assenza di analisi dei fatti, e soprattutto incentrata sulla semplicistica visione dei “Buoni” (chi ha ordinato lo sgombero di Askatasuna) contro i “Cattivi” (i manifestanti).

Questi ultimi sono stati oggetto di un massiccio, e almeno finora inedito, attacco mediatico, che ha coinvolto sia chi crede (erroneamente) che scontrarsi con le forze dell’ordine sia un’azione politica, e sia coloro che hanno semplicemente aderito a una manifestazione pacifica. Tutti sono stati additati usando appellativi a dir poco ingiuriosi, visto che le persone scese in piazza sono, ancor prima che dimostranti, cittadini della Repubblica. Ministri e deputati non hanno infatti lesinato l’uso di aggettivi brutali per classificare la piazza solidale con Askatasuna, tipo: delinquenti, terroristi, fiancheggiatori di violenti criminali, assassini e molto altro.

Lo stesso ministro degli Interni ha stigmatizzato convintamente gli oltre 50.000 in corteo, accusandoli di essersi prestati a fare da “scudo dei violenti”, favorendo di conseguenza l’uso di “strumenti terroristici” contro le forze di polizia. Il Governo non ha lesinato neppure sull’adottare l’aggettivo “criminali” nel riferirsi a tutti i dimostranti presenti in corso Regina, ipotizzando inoltre pubblicamente l’esistenza di alcune fattispecie di reato pendenti sulle loro teste (tra cui il tentato omicidio): teoremi fatti immediatamente propri da numerosi conduttori del piccolo schermo (in Mediaset come in Rai).

L’informazione si è dimostrata ancora una volta faziosa, di parte, squilibrata e chiusa al confronto. La possibilità di ascoltare tutti i soggetti coinvolti in un conflitto sociale è oramai un’utopia irrealizzabile, per colpa del processo degenerativo che da alcuni decenni divora i media: un deterioramento che inizia a secernere l’odore acre del regime (seppur moderno e non novecentesco). Lo stesso attacco portato ai giudici che hanno scarcerato i tre antagonisti, fermati dopo gli scontri, è la cartina tornasole dello stato di profonda crisi in cui versa la divisione dei poteri, nonché dei clamorosi eccessi di potere da parte dalla politica.

I giudici hanno rilasciato gli indagati, fermati dopo la manifestazione di sabato 31 gennaio, per il riscontro di evidenze che (a norma di legge) non consentono la loro carcerazione (assenza di rischi di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove). La magistratura, evidentemente, non ha neppure individuato prove in merito alle responsabilità dei presunti autori dei misfatti: solo il Tribunale Speciale del Ventennio mussoliniano (non retto quindi dai principi costituzionali) avrebbe potuto, allo stato degli atti, decidere per la loro reclusione. Desta stupore che un esecutivo tanto premuroso nel ribadire la presunzione di innocenza, quando i guai giudiziari intercettano propri ministri (deputati e sottosegretari), si trasformi in un concentrato di sentimenti forcaioli nell’attimo in cui tocca ai militanti dei centri sociali finire sotto inchiesta.

Purtroppo, altri episodi verificatesi durante la settimana scorsa confermano la deriva autoritaria in cui naviga, spensierato, il nostro Paese. La cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina si è svolta all’insegna dell’imbarazzo generale, per le continue e numerose gaffe in cui è inciampato il conduttore durante la diretta. Il Direttore di Rai Sport (Paolo Petrecca), forse allontanato dalla conduzione della chiusura dei Giochi, oltre a costellare di parole inopportune la cerimonia si è macchiato pure di un grave atto di censura: a farne le spese, il rapper Ghali.

Il cantante è stato infatti del tutto ignorato da telecamere e speaker, mentre si esibiva nell’arena con un brano dedicato alla Pace. Musica, parole, nonché l’enorme colomba bianca disegnata al centro dello Stadio San Siro, sono state oscurate dal conduttore (impegnato a descrivere tutt’altro), e da telecamere che inquadravano gli spalti senza badare alla performance artistica in corso.

Ghali, noto per aver espresso solidarietà al popolo palestinese dal Palco dell’Ariston l’anno passato, è magicamente scomparso dallo schermo TV, al contrario della Pausini, che ha cantato l’Inno davanti a milioni di telespettatori (con tanto di primi piani).

Sorte diversa, invece, per il comico Andrea Pucci, il cui repertorio non è propriamente satirico, ma incentrato su una verve ironica costruita in gran parte sui “diversi” (nelle abitudini sessuali, per difetti fisici o quant’altro): sulla falsa riga delle classiche barzellette anni ’50-’60, dette anche “da caserma”. L’artista avrebbe dovuto co-condurre il Festival della musica italiana insieme a Carlo Conti durante la diretta della terza serata, ma l’impegno è sfumato poiché Pucci ha dato forfait: pare in seguito ai numerosi insulti ricevuti.

Il cabarettista è la risposta della “Cultura della Destra” alla satira politica. La Cultura che oggi aspira all’egemonia, sostituendosi del tutto a quella progressista, si basa su banalità e frasi sovente offensive nei riguardi di alcune categorie umane: un deserto definito con orgoglio “l’ambito culturale dei conservatori”.

La cosa ancor più incredibile, a seguito del passo indietro fatto da Pucci, è l’accusa rivolta alla Sinistra di praticare fattivamente atti di censura nei confronti degli artisti a questa non graditi. Affermazioni paradossali, poiché, da che mondo è mondo, le opposizioni non hanno alcun mezzo per chiudere la bocca a personaggi legati al potere: vero semmai il contrario, ovvero di norma è il governo che cancella dagli spazi pubblici (ha i mezzi per poterlo fare) chi non risulta gradito.

La censura, quindi, torna prepotentemente a rivestire il ruolo di micidiale arma politica: inattesa brusca sterzata verso un passato che speravamo rimanesse tale per sempre.

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