Addio a Quagliotti, l'eminenza "grigiastra" della Torino rossa
14:11 Mercoledì 18 Febbraio 2026Dalla Olivetti a Palazzo civico, passando per le sezioni del Pci, le inchieste, le correnti Pd e il lungo sodalizio con Fassino. Se ne va a 83 anni l'ultimo funzionario di partito cresciuto nella politica come appartenenza totale, protagonista delle ultime stagioni della sinistra
Si è spento questo pomeriggio all’ospedale di Asti Giancarlo Quagliotti, dove era ricoverato da alcuni giorni dopo essere stato sottoposto a due delicati interventi chirurgici in seguito a un aneurisma e a una contestuale necrosi intestinale. Nelle ultime ore le sue condizioni avevano fatto registrare un lieve miglioramento, ma il fisico ormai fortemente debilitato ha convinto i medici a procedere con la sedazione terminale e a lasciar fare il suo corso alla malattia. Accanto a lui fino all’ultimo il figlio Luca, dirigente della Cgil, mentre durante il ricovero era stato accudito anche dai nipoti, infermieri proprio in quell’ospedale. Aveva 83 anni.
Solo pochi giorni prima, il 5 febbraio, Quagliotti aveva voluto essere presente – nonostante fosse già visibilmente provato – alla presentazione del libro Il mondo sulle spalle con Giulio Napolitano, figlio dello scomparso Presidente della Repubblica Giorgio, presso la Fondazione Amendola. In quell’occasione aveva saputo rappresentare la storia del riformismo con grande lucidità e passione, dedicando l’inizio del suo intervento a Domenico Carpanini, in prossimità dei 25 anni dalla sua scomparsa: una presenza fortemente voluta, quasi un congedo pubblico dalla sua comunità politica.
La sua parabola personale si intreccia con quella – epica, nel bene e nel male – della sinistra italiana novecentesca: un percorso fatto di conquiste, illusioni, cadute e ripartenze, con le sue luci e i suoi inevitabili coni d’ombra, che dal Pci condusse prima al Pds, poi ai Ds e infine al Pd. Quagliotti apparteneva alla generazione dei funzionari di partito, una figura oggi spesso liquidata con sufficienza ma che allora rappresentava per molti un riscatto sociale, una scuola di formazione politica e civile, una partecipazione concreta ai destini collettivi. Era il mondo delle sezioni, delle federazioni, delle riunioni interminabili, dei congressi vissuti come passaggi storici: un “piccolo mondo antico” della politica organizzata, che per uomini come lui non fu solo carriera ma identità, comunità e missione.
Politico d’apparato
Quagliotti, classe 1942, figura storica del Pci torinese e per decenni presenza costante nei corridoi della politica cittadina, dove aveva costruito il suo profilo di dirigente politico e organizzatore di lungo corso, fino al marzo del 2025 aveva guidato l’Associazione consiglieri del Comune di Torino, ultimo incarico pubblico di una vita passata dentro e attorno alla Sala Rossa di Palazzo civico.
Era stato capogruppo del Pci in Consiglio comunale a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, nelle giunte guidate da Diego Novelli. Proprio in quegli anni finì invischiato nelle inchieste giudiziarie che scossero la Torino politica: nel 1983 venne coinvolto nel famoso scandalo Zampini e dei cosiddetti “semafori intelligenti”, vicende dalle quali sarà poi prosciolto. Nel 1993 finì nuovamente sotto indagine per una tangente da 260 milioni di lire che la Fiat avrebbe versato al Pds. La vicenda riguardava l’appalto per il depuratore del consorzio Po-Sangone e si concluse con una condanna a sei mesi per finanziamento illecito, pronunciata nei suoi confronti insieme a quella di Primo Greganti, il mitizzato “Compagno G”.
Erano anni in cui, nel Pci torinese, si muovevano Piero Fassino – allora segretario provinciale e consigliere comunale – e Sergio Chiamparino, capo del dipartimento economico del partito. Con Fassino, Quagliotti costruì nel tempo un rapporto politico sempre più stretto, destinato a consolidarsi negli anni successivi fino a renderlo uno dei suoi interlocutori più fidati negli equilibri torinesi del centrosinistra. Non a caso lo Spiffero lo avrebbe poi ribattezzato con ironia “l’eminenza grigiastra”, definizione che rendeva bene il ruolo di consigliere politico dietro le quinte.
Nel 2011 sarà proprio Fassino a volerlo come coordinatore politico della propria campagna elettorale per le comunali torinesi, ruolo che ne sancì il ritorno in prima linea anche negli assetti del partito. In quello stesso periodo entrò nella segreteria provinciale del Pd guidata da Paola Bragantini, con la quale instaurò un rapporto politico solido e di reciproca fiducia. Da sempre vicino all’orbita del gruppo Gavio, Quagliotti fu più volte indicato – insieme al potente esponente socialista Salvatore Gallo – come uno dei riferimenti della cosiddetta “corrente autostradale” del Pd torinese. Il suo incarico formale era quello di presidente di Musinet Engineering, società della galassia Sitaf, con amministratore delegato Mario Virano – già dirigente Pci e Pds e fino alla sua morte al vertice di Telt, la società costruttrice della Tav – e vicepresidente Ignazio Moncada, figura da tempo descritta negli ambienti politico-economici come un ponte tra apparati e affari.
Quagliotti apparteneva a quella rete di relazioni trasversali tra politica e grandi interessi economici che nella Torino della Prima Repubblica veniva soprannominata il “casello rosso”: era stato infatti consigliere di Marcellino Gavio, patron del gruppo concessionario autostradale, ruolo che contribuì a rafforzarne il profilo di uomo di collegamento tra mondi diversi.
Biografia comunista
La sua storia affondava però molto prima della politica torinese, nelle radici operaie del Canavese e nell’universo Olivetti, che lui stesso aveva raccontato in un lungo memoir autobiografico. «Sono stato un bambino Olivetti, come altri centinaia nel Canavese», ricordava. L’asilo aziendale, frequentato fin da prima delle 7.30 del mattino quando il padre iniziava il turno, era per lui uno dei simboli concreti della visione sociale di Adriano Olivetti. Negli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra, la “Ditta” rappresentava sicurezza alimentare, assistenza e opportunità per famiglie numerose come la sua.
L’infanzia proseguì tra il collegio salesiano di Cavaglià – dal quale tentò più volte di fuggire, riacciuffato dal fratello Paolo – e le vacanze ai laghi del territorio eporediese, raggiunti a piedi con la madre e carichi di borse. La montagna e il mare li conobbe grazie alle colonie Olivetti, prima a Saint-Jacques di Champoluc e poi a Marina di Massa e Marina di Ravenna, esperienze che segnarono un’intera generazione di figli dei dipendenti.
Alla Olivetti venne assunto nel settembre 1960, appena diciottenne, come manovale comune. Un mese dopo si iscrisse alla Fgci, scelta influenzata da una famiglia profondamente comunista: il nonno tra i fondatori del Pci a Caluso, la madre attiva nei Gruppi di difesa della donna e nella Commissione interna della Rossari e Varzi nel 1945, il padre operaio Olivetti e partigiano combattente nelle Sap garibaldine.
Nella Fgci di Ivrea – composta in gran parte da studenti universitari – Quagliotti si fece rapidamente strada tra i giovani operai. Con l’aiuto del fratello Paolo guidò una campagna di reclutamento che portò il circolo oltre i cento iscritti in pochi mesi, rafforzata dal clima antifascista seguito alle mobilitazioni del luglio 1960 contro il governo Tambroni. Fu Mario Zucca, funzionario inviato da Torino, a spingerlo a prendere in mano l’organizzazione, di cui divenne segretario.
Determinante nella sua formazione politica fu l’esperienza alla scuola quadri del partito alle Frattocchie nell’estate 1961, la “mitica” accademia comunista immersa nel verde dei Castelli Romani, dove scoprì un’Italia operaia divisa da profonde disuguaglianze salariali tra Nord, Sud e lavoro femminile. Le lezioni sulla via italiana al socialismo, la lotta per la pace (ovvero a favore del blocco sovietico) e la questione meridionale, insieme al confronto con operai provenienti da tutta Italia, lo segnarono profondamente. Ricordava ancora l’emozione di cantare L’Internazionale con altri giovani militanti alla stazione del trenino per i Castelli, suscitando discussioni e polemiche con i passeggeri borghesi indignati.
Quell’esperienza contribuì alla sua crescita nel partito: di lì a poco sarebbe stato proposto come nuovo segretario provinciale della Fgci. Solo anni dopo, con la compagna Carmen e il figlio Luca, arriveranno le prime vacanze familiari al mare in campeggio, suggerite da compagni dell’apparato.
Con la sua scomparsa se ne va uno degli ultimi dirigenti della generazione comunista torinese cresciuta tra la fabbrica, la sezione e le istituzioni, forgiata in un tempo in cui la politica era insieme appartenenza, disciplina e destino collettivo. Quagliotti ha attraversato da protagonista – con le sue scelte, le sue convinzioni e anche le inevitabili controversie – le stagioni che hanno segnato Torino dalla Prima Repubblica fino agli anni più recenti, lasciando tracce negli equilibri di potere e nelle storie personali di molti. Figura d’apparato, senza dubbio, ma anche uno dei punti di snodo della memoria politica cittadina, testimone di un’epoca in cui il partito era comunità e biografia insieme.


