La democrazia colonialista

Il “Nuovo ordine mondiale” tarda a delinearsi con contorni netti, definiti. All’orizzonte si profila un complesso insieme di regimi, confini, aree di influenza dall’aspetto fluido e difficili da mettere a fuoco. Il crollo del vecchio sistema, incentrato sostanzialmente sulla divisione del mondo in due blocchi, ha lasciato un’eredità molto confusa insieme a un’ottima opportunità per i vincitori della Guerra Fredda: espandersi in quelle aree del pianeta un tempo poste sotto l’ombrello sovietico.

La transizione tra un ordine e l’altro presenta sempre costi elevati in termini di distruzione e vite umane, e non solo. Ogni fase di ridisegno dei confini delle macro zone di influenza si traduce in guerre, quasi sempre anticipate da un fitto lavoro di intelligence indirizzato a destabilizzare governi e piazze. Alcune nazioni possono vantare una lunga esperienza colonialista, soprattutto in Occidente e, malgrado i processi di democratizzazione intrapresi nel secondo dopoguerra, la tentazione di resuscitare l’impero è dura da reprimere: voglia che purtroppo riaffiora regolarmente quando i leader delle potenze europee (stimolati ad arte dal mondo della speculazione finanziaria) guardano con estremo interesse verso l’Africa, oppure a Est.

Gli ultimi decenni sono stati segnati da eventi bellici terribili, sia intorno al Mediterraneo che al di là della “Cortina di Ferro”. Una serie di azioni militari che hanno preparato il campo allo scontro, alla resa dei conti, con la nazione sconfitta sul finire degli anni ’80, ma che pian piano si è rimessa in piedi sia sul piano militare che economico: la Russia.

La belligeranza tra le truppe di Mosca e quelle di Kiev è la redde rationem del terzo dopoguerra, quello che è seguito alla fine al conflitto tra gli Usa di Donald Reagan e l’Urss di Gorbaciov: epoca postbellica caratterizzata dall’erosione pianificata del residuale blocco degli alleati fedeli a Mosca. La prima nazione a pagare un elevato prezzo di sangue è stata la Jugoslavia del dopo Tito, diventata negli anni ’90 una macelleria a cielo aperto (dove ricchi turisti si divertivano a fare i cecchini uccidendo civili inermi); in seguito è toccato all’Iraq versare sangue, passando poi per l’annientamento della Libia e finendo con la distruzione della Siria.

Azzerati i regimi orfani dell’epoca sovietica, è iniziato l’allargamento a Est della Nato. L’alleanza Atlantica è giunta a lambire i confini della nuova Russia, sia controllando di fatto il potere politico dell’Ucraina, che, a Sud, con il finanziamento dei movimenti filo europeisti in Georgia (già al centro di un conflitto con Mosca e segnata al contempo da uno scandalo politico generato dalla corruzione).

Il primo presidente della Federazione Russa del dopo Urss, Boris Eltsin, ha rassicurato l’Occidente dimostrando il tipico atteggiamento sottomesso della potenza che ha perso la guerra. A tal fine ha messo anche a tacere la riluttante Duma (il Parlamento federale) bombardandola. L’adesione al mercato a stelle e strisce, e l’assoggettamento di Mosca al sistema economico iper liberista, ha consentito alla globalizzazione economica di espandersi verso nuove praterie vergini, ma l’improvvisa salita al potere di un giovane ex ufficiale del Kgb, Vladimir Putin, ha scompigliato i piani dei vincitori: la Russia, da Paese destinato a diventare l’ennesimo satellite degli Usa, si è riorganizzata militarmente ed economicamente nel giro di pochi anni.

La destabilizzazione della nazione degli Zar, e della Rivoluzione d’Ottobre, si è concentrata allora sul sostegno nordamericano all’opposizione interna, senza naturalmente sottoporre prima le aggregazioni politiche protette a esami di Democrazia. Dal novero dei gruppi pronti a tessere una relazione intensa con le potenze Occidentali è stato naturalmente escluso quello che raccoglie il maggior consenso elettorale, ossia il Partito Comunista Russo di Zyuganov, preferendo invece accogliere quello nazionalista, Russia del Futuro, guidato dal giovane blogger Aleksey Navalny (laureato a Mosca e specializzatosi a Yale). Le aggregazioni politiche attenzionate sono state diligentemente sostenute dalla “National Endowment for Democracy (Ned)”, agenzia statunitense fondata nel 1983 con l'obiettivo dichiarato di “promuovere la democrazia” nel mondo, contrastando soprattutto l'Unione Sovietica e l’influenza comunista.

Navalny è morto due anni or sono (16 febbraio 2024) mentre scontava una pena afflitta per reati finanziari, truffa ed estremismo (accuse, secondo i sostenitori, false e dovute solamente al ruolo politico anti Putin che rivestiva). Il comunicato ufficiale emesso dalle autorità federali ha indicato in un’aritmia cardiaca la causa del decesso, ma una recente indagine “indipendente” curata da nazioni quali Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Paesi Bassi ha attribuito il decesso di Navalny all’azione di un raro veleno estratto da una rana amazzonica.

La vedova del dissidente russo non ha dubbi nell’accusare il potere di Mosca di omicidio, ma rimane aperta una domanda, sempre la solita: cui prodest, ossia chi poteva trarre beneficio dall’assassinio del maggior avversario di Putin sponsorizzato dall’Occidente (il vero rivale rimane il comunista Zyuganov)alla vigilia delle elezioni presidenziali russe. La scomparsa di Navalny ha originato proteste dalle cancellerie dei Paesi Nato, un funerale che ha attraversato la capitale russa (la diretta televisiva che ha permesso di vederlo in tutta Europa). Insomma, qualsiasi leader dotato di minime capacità tattiche eviterebbe un’azione criminale del genere, specie sotto elezioni, poiché consapevole di cosa potrebbe comportare nell’opinione pubblica.

Probabilmente, se la tradizionale tentazione colonialistica Occidentale si placasse, i popoli potrebbero scegliere più liberamente i propri leader evitando, magari, di cadere nelle mani di chi auspica nuove stagioni imperialiste utilizzando voglie identitarie nazionaliste. Sin quando saranno fondazioni estere a finanziare una parte contro l’altra, a sostenere rivolte in piazza o cambiamenti di governi con l’uso della forza (come avvenne in Ucraina nel 2014 contro il Presidente Janukovyč), non sarà possibile assistere alla nascita di nuove Democrazie, bensì alla drammatica riedizione della spartizione del mondo in sfere d’influenza. L’Occidente che affama Cuba non esporta Libertà, ma pratica il colonialismo moderno.

Esportare la Democrazia è un bell’esercizio di retorica, praticarla anche in casa propria, oltre a insegnarla altrove non celando arroganza e una buona dose di presunzione, è tutt’ora una grande utopia che sembra ogni giorno più lontana dal realizzarsi.   

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