Se l'avversario diventa un nemico

Il clima di violenta e spietata contrapposizione politica ed ideologica che attualmente divide i due campi politici nel nostro paese non è il frutto della casualità o dell’estemporaneità. Né, d’altro canto, della sola propaganda politica momentanea. Le ragioni politiche, e soprattutto culturali, affondano le loro radici nel passato e sono quasi storiche. Sono, cioè, delle costanti che si ripropongono da sempre e che, in modo diverso di volta in volta, rispondono sempre al medesimo obiettivo. E cioè, la volontà di distruggere, di delegittimare e di criminalizzare politicamente l’avversario. Che, comunque sia, è sempre e solo un nemico da abbattere.

Del resto, è appena sufficiente ripercorrere le diverse fasi politiche della storia democratica del nostro paese per rendersene conto. La lunga stagione che ha visto la Democrazia Cristiana al governo è stata contrassegnata, sistematicamente, dalla volontà della sinistra comunista dell’epoca di criminalizzare politicamente quella esperienza politica e l’intera sua classe dirigente. Con particolare ossessione su alcuni leader e statisti di quel partito: da Donat-Cattin ad Andreotti, da Cossiga a Fanfani solo per fare qualche concreto riferimento personale.

Ora, quella costante è cambiata, si è trasformata, si è adeguata alle nuove coordinate della politica italiana ma è indubbio che quel vizio di fondo è come un fiume carsico che scorre nel sottosuolo ed è pronto, puntualmente, a riemergere ogni qualvolta si impone il disegno di distruggere e battere definitivamente ed irreversibilmente l’avversario/nemico politico di turno. E questo, come ovvio e scontato, sempre e solo per il bene supremo della democrazia, per difendere la Costituzione e, soprattutto, per conservare le libertà democratiche. Si tratta, cioè, di quella rivendicazione di superiorità morale, di quella superiorità etica e di un sostanziale monopolio della democrazia che era e resta il vizio originario di questa concezione profondamente e strutturalmente anti democratica. Una concezione, e una deriva, che poi si riassumono nel cosiddetto “politicamente corretto” che vede il predominio incontrastato ed incontrastabile della cultura, della tradizione, del pensiero e della stessa prassi della sinistra italiana nelle sue diverse e molteplici espressioni.

Ecco perché, e alla luce di questa breve e succinta riflessione, credo che una delle sfide principali ed essenziali della politica contemporanea sia proprio quella di battere quella concezione politica e culturale che individua nell’interlocutore solo un nemico da abbattere. Lo dico perché questa iniziativa politica, coraggiosa e coerente, è l’unica capace di battere l’imbarbarimento della politica italiana e in grado, al contempo, di ripristinare quel minimo clima di rispetto reciproco tra i vari partiti e, soprattutto, di pieno riconoscimento del pluralismo politico e culturale. Una proposta che ha come obiettivo finale il rilancio, il rafforzamento e il consolidamento della qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e lo stesso rinnovamento della politica italiana.

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