Straniero un neoassunto su quattro. Piemonte sopra la media nazionale
13:04 Sabato 21 Febbraio 2026Nel 2025 oltre 1,35 milioni ingressi di lavoratori immigrati nelle imprese italiane. In regione rappresentano il 24,4%. Oltre 81 mila gli inserimenti, con punte elevate nelle aree produttive: Cuneo e Asti (34%), Torino al 20,8% pur con più di 34 mila in valori assoluti
Altro che fenomeno temporaneo o marginale. Il lavoro straniero è ormai una componente strutturale dell’economia italiana e, soprattutto, del Nord produttivo. Gli ultimi dati disponibili, riferiti al 2025, lo certificano con una chiarezza difficilmente contestabile: le imprese hanno programmato quasi un milione e 360 mila assunzioni di lavoratori immigrati, pari al 23% del totale. Significa che un neoassunto su quattro non è italiano. E il Piemonte si colloca pienamente dentro questa trasformazione, con oltre 81 mila ingressi previsti e un’incidenza del 24,4%, leggermente superiore alla media nazionale. Non si tratta di un picco congiunturale, ma del risultato di una crescita continua che, dal 2017, ha portato a un aumento degli ingressi del 139% a livello nazionale e a più che un raddoppio anche nella regione.
La fotografia scattata dalla Cgia restituisce un Paese che invecchia rapidamente, con sempre meno giovani disponibili e una domanda di manodopera che invece resta elevata. In questo squilibrio demografico si inserisce la presenza degli stranieri, ormai indispensabile in interi comparti produttivi. Agricoltura, edilizia, logistica, ristorazione, assistenza alla persona: sono settori nei quali, senza lavoratori immigrati, molte attività semplicemente non reggerebbero. Non è una sostituzione degli italiani, spiegano gli analisti, ma una copertura di posti che altrimenti resterebbero vacanti.

C’è poi un aspetto spesso ignorato nel dibattito politico: quello dei conti pubblici. I lavoratori stranieri versano contributi e tasse come tutti, ma essendo mediamente più giovani utilizzano meno pensioni e prestazioni sociali, generando di fatto un saldo positivo per il sistema previdenziale. Una realtà che stride con la narrazione emergenziale spesso utilizzata nel confronto politico nazionale.
Anche sul fronte delle cosiddette “specializzazioni etniche”, il report invita a superare stereotipi ormai datati. Non esistono mestieri naturalmente legati a una nazionalità: le concentrazioni nei diversi settori dipendono piuttosto dalle reti migratorie, dalle opportunità locali e dagli ostacoli burocratici, come il mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero.
Piemonte tra industria e agricoltura
In questo quadro nazionale il Piemonte non fa eccezione, anzi. La regione segue il trend di crescita con una dinamica che negli ultimi anni ha assunto contorni strutturali. Nell’ultimo anno analizzato, il 2025, sono state programmate oltre 81 mila assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 24,4% degli ingressi complessivi nel mercato del lavoro regionale, una quota leggermente superiore alla media italiana.
Il dato diventa ancora più significativo se letto in prospettiva temporale: rispetto al 2017 gli ingressi sono più che raddoppiati, con un incremento del 106,5%. Segno che il ricorso alla manodopera straniera non è una scelta contingente, ma una necessità sempre più radicata nel tessuto economico piemontese.
Anche l’occupazione complessiva conferma questa trasformazione. In Piemonte i lavoratori dipendenti extracomunitari superano quota 150 mila e rappresentano l’11,5% del totale regionale. Una percentuale inferiore a quella delle regioni leader del Nord, come Emilia-Romagna o Lombardia, ma comunque sufficiente a dimostrare quanto la presenza straniera sia ormai integrata nel sistema produttivo locale.
Cuneo in testa, Biella fanalino
Le differenze interne alla regione raccontano molto delle trasformazioni economiche in corso. La provincia che mostra la maggiore incidenza di nuovi assunti stranieri è Cuneo, dove si arriva al 34% del totale. Un risultato coerente con la forte domanda proveniente dall’agroalimentare, dalla trasformazione industriale e dalla filiera agricola stagionale.
A seguire si collocano Asti e Alessandria, entrambe attorno o poco sotto la soglia del 30%, mentre Novara e Vercelli si mantengono su valori intermedi. Torino, pur concentrando il numero assoluto più alto di ingressi – oltre 34 mila – si ferma al 20,8%, restando sotto la media regionale percentuale. Un dato che riflette la maggiore diversificazione economica del capoluogo, dove il peso dei servizi avanzati attenua la dipendenza dalla manodopera straniera rispetto alle aree più produttive e agricole.
All’estremo opposto si colloca Biella, con un’incidenza del 14,2%, segnale delle difficoltà di un territorio industriale che da anni vive una transizione complessa.

Record nelle province manifatturiere
La distribuzione territoriale delle assunzioni conferma una frattura ormai consolidata tra le diverse aree del Paese. Il fabbisogno di lavoratori stranieri è più elevato nelle regioni economicamente dinamiche del Centro-Nord, dove la struttura produttiva richiede maggiore manodopera. Nell’ultimo anno disponibile il primato regionale spetta al Trentino-Alto Adige, con un’incidenza del 31,5% di assunzioni straniere sul totale, seguito da Emilia-Romagna (30,6%) e Lombardia (29,2%). Il Piemonte, con il suo 24,4%, si colloca poco sopra la media nazionale del 23,4%, ma resta distante dai territori dove la domanda di lavoro immigrato è più intensa.
La fotografia provinciale è ancora più significativa perché evidenzia il legame diretto tra presenza straniera e specializzazione economica dei territori. In cima alla classifica nazionale si colloca Prato, dove oltre la metà dei nuovi assunti è straniera (55,5%), seguita da Gorizia e Piacenza, entrambe attorno al 40%. Nelle prime posizioni compaiono soprattutto province caratterizzate da forte manifattura, agricoltura intensiva o logistica, settori dove la carenza di manodopera italiana è più marcata.
Il confronto diventa particolarmente interessante guardando ai grandi territori industriali. Milano, per esempio, guida la classifica nazionale in valori assoluti con oltre 141 mila ingressi previsti di lavoratori stranieri, mentre Torino – pur restando uno dei principali poli occupazionali del Paese con circa 34.800 assunzioni programmate – mostra un’incidenza percentuale più contenuta, pari al 20,8%, inferiore sia alla media piemontese sia a quella nazionale. Un dato che riflette la diversa composizione economica del capoluogo subalpino, dove il peso dei servizi avanzati e delle attività ad alta qualificazione riduce la dipendenza relativa dalla manodopera straniera rispetto ad altri territori produttivi.

Immigrazione e lavoro, due facce della realtà
Il punto politico, più che economico, è ormai evidente. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sull’immigrazione come problema di sicurezza o di gestione dei flussi, l’economia reale procede in direzione opposta: integra sempre di più la presenza straniera perché ne ha bisogno.
Il Piemonte, con la sua struttura produttiva fatta di manifattura diffusa, agricoltura di qualità e servizi, rappresenta un laboratorio emblematico di questa contraddizione. Da una parte la retorica politica spesso improntata alla chiusura, dall’altra imprese che cercano lavoratori all’estero per restare competitive.
Il risultato è che, senza troppo clamore, gli stranieri sono diventati uno dei pilastri silenziosi dell’economia nazionale e regionale. Non un fenomeno temporaneo, ma una componente destinata a crescere, anche perché la variabile decisiva – la demografia italiana – continua a muoversi nella direzione opposta. E finché nascite e forza lavoro resteranno in calo, la domanda di manodopera straniera non potrà che aumentare. In Piemonte come nel resto del Paese.


