SACRO & PROFANO

Referendum, vescovi per il No. Repole tace (ma acconsente)

In tutte le diocesi, comprese quelle piemontesi, si moltiplicano incontri e dibattiti (a senso unico) nelle parrocchie in barba alla neutralità proclamata dalla Cei. L'arcivescovo di Torino non interviene, interessato alle manovre interne alla successione di Zuppi

Come ha ben compreso Giorgio Merlo, al referendum costituzionale sulla giustizia la Chiesa italiana, nella sua parte maggioritaria, è schierata compattamente per il “No” alla riforma Nordio, anche se la Cei è dovuta intervenire due volte per ribadire di non aver dato indicazioni di voto in vista del 22 e 23 marzo. Tutti sanno però che questa neutralità non convince nessuno.

Il capofila dei vescovi italiani schierati per il “No” è il vicepresidente della Conferenza episcopale, monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio, che ha annunciato la sua partecipazione, il 13 marzo prossimo, al congresso di Magistratura Democratica: una scelta di campo di carattere direttamente politico. La giustificazione è quella per cui «è utile che anche la Chiesa partecipi a spazi di confronto dove si discute di istituzioni, garanzie, fiducia democratica». Ma allora ci si chiede, perché esercitare questa funzione solo da una parte? Ma soprattutto, è questo il compito della Chiesa e cioè quello di occuparsi di questioni opinabili e che devono essere lasciate al pubblico dibattito? O non è piuttosto quello di formare e illuminare le coscienze e difendere i principi non negoziabili che, come disse Benedetto XVI, stanno a fondamento di tutti gli altri?

La partita interna alla Cei

Nella Cei si sta giocando una partita tutta interna e cioè la nomina, a fine anno, del nuovo presidente in sostituzione del cardinale Matteo Zuppi, appellato dai detrattori come “cappellano del Pd”, il cui quinquennio è in scadenza. Le grandi manovre per la successione (a meno che il Santo Padre disponga la proroga di Zuppi) sono già cominciate a supporto del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, che avrebbe come avversario – senza tante chances – il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, monsignor Andrea Migliavacca.

Torino donciottiana

A Torino è forte la spinta di alcuni settori, apertamente e combattivamente schierati per il “No”, perché le parrocchie si mobilitino, promuovendo iniziative e convegni, presso chiese e locali parrocchiali, tesi ad orientare la scelta. In prima fila don Luigi Ciotti che però, come tutti sanno, è da mezzo secolo un clericus vagans, nel senso che la sua appartenenza alla diocesi subalpina è puramente nominale, avendo fatto sempre ciò che gli aggradava, coltivando il suo mito e godendo di protezione presso i veri poteri forti della città.

La Curia ha assunto una posizione apparentemente neutrale ma assecondando l’iniziativa dei “confronti”, come quello che si è svolto il 12 febbraio con l’ex procuratore capo Marcello Maddalena al santuario della Consolata, diventata da centro di devozione mariana a palestra per dibattiti su temi sociali e politici. Ricordiamo, per chi ha buona memoria, che nel 1974 il cardinale Michele Pellegrino proibì ai parroci l’uso di qualsiasi struttura parrocchiale per la raccolta delle firme in vista del referendum abrogativo della legge sul divorzio che la Cei invece apertamente sosteneva e supportava.

Il referendum sulla giustizia sta mettendo in luce come, anche per il clero torinese, sia possibile tracciare una certa geografia ecclesiale sotto il profilo politico e non soltanto su quello teologico. Dopo la scomparsa della sinistra Dc (e del Pci) quel che rimane del clero pellegriniano – con il suo capofila vivente monsignor Guido Fiandino – resta saldamente orientato a sinistra, ma più verso quella sociale che non quella riformista (che infatti è per il “Sì”).

I dem-boariniani

Discorso a parte va fatto per i boariniani e cioè la consorteria dominante in diocesi. La loro formazione è di natura intimistico-psicologica (don Sergio Boarino, madre Anna Maria Bissi) e poco attenta agli aspetti politici e sociali. Il loro partito ideale è pertanto il Pd, relativista, pluralista (a parole), moderato e includente, aperto a tutte le battaglie sui diritti civili. Esso ha realizzato in pieno la previsione di Augusto Del Noce sulla mutazione genetica della sinistra marxista in partito borghese radicale di massa, appena tollerante di quel cattolicesimo decorativo che ha deposto le armi e si è arreso al mondo.

Basti per questo sfogliare le pagine culturali del settimanale diocesano dove nel suo ultimo numero appare, a firma di Marco Bonatti, un profilo di Umberto Eco, forse il più anticattolico dei maître à penser, vero ideologo del nichilismo. Esemplare in tal senso quel frutto della sua maestria narrativa, erudizione e ingegno che fu l’operazione editoriale del Nome della Rosa con il suo Medioevo di cartapesta e dove, come dice Guglielmo di Baskerville, la verità non esiste: «Le uniche verità che servono sono strumenti da buttare». Per Eco, maestro del relativismo scettico, «l’unica verità da imparare è liberarci dalla passione insana per la verità».

Oppure, per rimanere in argomento, l’editoriale del direttore Alberto Riccadonna che, con uno strabismo da far trasecolare, imputa la mancanza di trascendenza del mondo contemporaneo al solo capitalismo e non già all’ideologia secolarista (laicismo, naturalismo etc.) che da almeno due secoli detiene il dominio in Occidente e che generò, fra gli altri, quel fenomeno da nulla (200 milioni di morti) che fu il comunismo ateo, ideologia che Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris, ripresa dalla costituzione Gaudium et Spes (21, n.16) del Vaticano II, definì «intrinsecamente perverso».

Voci profetiche

Per fortuna qualche voce profetica ancora si leva. Come quella dell’ex vescovo di Ascoli Piceno monsignor Giovanni D’Ercole, estromesso senza plausibili motivazioni da papa Francesco e costretto a dimettersi, il quale, riprendendo le parole di un’altra vittima di Bergoglio, monsignor Joseph Edward Strickland, ex vescovo di Tyler (Usa), ha scritto che «non c’è niente di più pericoloso di una Chiesa che parla senza sosta ma insegna con timidezza. Una Chiesa che accoglie senza invitare al pentimento. Una Chiesa così non salva le anime, le anestetizza. Il mondo non sarà convertito dai cattolici che si integrano perfettamente. Pertanto, non chiedetevi: “Come posso evitare il conflitto?”. Chiedetevi: “Come posso evitare di tradire la verità?”. Non chiedetevi: “Quanto posso dare senza che mi costi nulla?”. Chiedetevi: “Cosa merita Cristo?”. Perché Lui ci ha già detto la verità e non ha cambiato idea: “Nessuno può servire due padroni” (Mt 6,24). Scegliete Cristo, servite solo Lui».

Gli auguri di Lo Russo

È iniziata la Quaresima che quest’anno coincide con l’inizio del Ramadan. Chi veda i profili del sindaco Stefano Lo Russo noterà che egli esprime i più fervidi auguri per il Capodanno cinese e per il Ramadan, ma non per la Quaresima. E ha ragione. In fondo a Torino i voti dei cattolici in maggioranza sono suoi e non c’è alcun bisogno di ingraziarseli, sono già ben “integrati”.

La "partecipazione" in diocesi

Si sta tentando di rilanciare i cosiddetti “organismi di partecipazione”, i consigli pastorali e degli affari economici per adeguarli ai cambiamenti intervenuti con l’unificazione di varie parrocchie. Per questo sta lavorando il più eminente e onnipresente dei boariniani, sempre in attesa di ascendere all’episcopato, anche se a Torino è già vescovo de facto: monsignor Mauro Rivella, vicario episcopale per l’economia e parroco di S. Rita e regista occulto della cacciata da Torino dei padri del Verbo Incarnato. I consigli pastorali parrocchiali sono da tempo organismi consunti e stanchi, partecipati da pochi laici spesso anziani. Si è preso atto, intanto, che le famose équipe delle Unità pastorali sono miseramente fallite e che la collaborazione interparrocchiale rimane un problema aperto. I modelli naturalmente sono sempre le roccaforti boariniane di Grugliasco e Bra.

Titoli e titolari

Continua a far discutere l’espressione di papa Leone XIV che si è riferito al sacerdote come alter Christus. A tal proposito abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di ex studenti e seminaristi che ci dicono che quando il cardinale Repole insegnava in facoltà tale locuzione fosse da lui sottoposta a critica e perfino derisa, insieme all’esistenza dei vescovi titolari (curiali, ausiliari, diplomatici) che, secondo l’ecclesiologo Repole, non avevano fondamento teologico. Peccato che appena fatto arcivescovo di Torino non abbia esitato a proporre il suo sodale, don Alessandro Giraudo come ausiliare, nominato vescovo di Castra Severiana, antica città romana della provincia della Mauritania scomparsa dopo la conquista musulmana nel settimo secolo. Il quale monsignor Giraudo si sta occupando da tempo di custodire il carisma dell’Istituto delle Rosine di via Plana, di cui è presidente del Consiglio di amministrazione. Dell’Istituto che quest’anno festeggia i 270 anni di vita vi riferiremo dettagliatamente.

Scisma lefebvriano

Appena iniziati i colloqui di Roma con la Fraternità San Pio X sono già finiti in quanto i lefebvriani hanno ritenuto che non ci fossero le condizioni per discutere su quel minimum necessarium dottrinale per trovare un accordo. La vicenda mette in luce, ancora una volta, che il nodo non è la Messa antica ma il Concilio Vaticano II e come esso vada interpretato. I seguaci di monsignor Marcel Lefebvre lo intendono, erroneamente, come una deviazione dalla Tradizione. A questo punto essi procederanno il 1° luglio all’ordinazione di nuovi vescovi incorrendo nella inevitabile scomunica, come avvenne nel 1988. Tuttavia, rispetto ad allora, lo scenario è totalmente cambiato. Allora Ecône fu un piccolo terremoto in un ecosistema informativo lento, gerarchico e facilmente controllabile dai centri di potere. Oggi vivi amo nell’era dei network, delle comunità digitali che si organizzano e mobilitano in poche ore e il mondo tradizionale non è una comunità isolata, ha seminari, vocazioni e una capacità di comunicazione diretta con milioni di fedeli. In alcuni paesi, la vitalità vocazionale dell’ambito tradizionale contrasta in modo sorprendente con il declino di intere diocesi: il caso del Piemonte che ha venti seminaristi in tutto, è esemplare. La partita è appena iniziata.

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