Piemonte "aggancia" la Lombardia, l'ottimismo (esagerato) di Cirio
17:28 Lunedì 23 Febbraio 2026Come il poeta dello spot, il governatore davanti agli industriali ha spruzzato fiducia a piene mani, raccontando una regione sprint, competitiva, ormai quasi allineato alle grandi regioni del Nord. Solo che i numeri, più che profumare di rinascita, puzzano di bruciato
“L’ottimismo è il profumo della vita”, diceva il poeta romagnolo Tonino Guerra nello spot cult degli anni Novanta che rese celebre una catena di elettronica negli anni Novanta. A distanza di decenni, se esistesse un premio per la miglior reinterpretazione istituzionale di quello slogan, Alberto Cirio oggi avrebbe ottime chance di vincerlo. Davanti agli industriali, il governatore ha dipinto un Piemonte che avrebbe «colmato il divario» con le altre regioni di testa del Nord, «correndo alla stessa velocità» e con un Pil ormai «eguagliato» a Lombardia e Veneto.
Peccato che i numeri veri – quelli delle fonti ufficiali – raccontino una storia molto meno trionfale. Non negativa, ma sicuramente lontana da quella strombazzata.
Il Pil “agganciato” alla Lombardia
Qui la distanza tra narrazione e realtà è più evidente. Il Piemonte ha un Pil complessivo intorno ai 155-160 miliardi di euro, mentre la Lombardia supera i 430 miliardi: quasi tre volte tanto. Ancora più chiaro il confronto pro capite: circa 36-39 mila euro in Piemonte contro oltre 50 mila in Lombardia. Insomma, non solo il Piemonte non ha eguagliato la Lombardia, ma resta strutturalmente lontano per ricchezza prodotta e produttività.
L’affermazione di Cirio può reggere solo forzando molto il significato delle parole, riferendoci alla crescita percentuale di un singolo anno (il 2024), dove effettivamente il Piemonte ha fatto circa +1,1%, vicino al +1,2% lombardo e meglio del Veneto, in calo. Ma parlare di “eguaglianza” su questa base è come dire che una Panda ha raggiunto una Ferrari perché per un tratto viaggiano entrambe a 130.
Il vertice con gli industriali
L’occasione per la nuova iniezione di fiducia istituzionale è stata l’annuale vertice bilaterale tra Regione Piemonte e Confindustria Piemonte, andato in scena oggi al Grattacielo. Nel suo intervento Cirio ha rivendicato il “confronto costante” con le categorie economiche come leva strategica per affrontare “un contesto internazionale complesso” e la transizione industriale, indicando nell’aerospazio uno dei comparti con “buone prospettive di crescita” capaci – nelle sue parole – di accompagnare e compensare le difficoltà di altri settori. Il presidente ha insistito sui segnali positivi dell’economia regionale, parlando di recupero di Pil rispetto alle altre regioni del Nord e di livelli di disoccupazione “più bassi degli ultimi 26 anni”, oltre a elencare le priorità su infrastrutture, logistica, innovazione, formazione e attrazione degli investimenti.
Tra i dossier citati figurano la volontà di creare una zona economica speciale per alcune aree del Piemonte – in particolare Torinese e Basso Alessandrino – con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative, un fondo per la bonifica dei siti industriali dismessi nella futura programmazione europea 2028-2034, le politiche energetiche legate alle gare per le concessioni idroelettriche con energia a prezzi calmierati per il sistema produttivo e il provvedimento “Cresci Piemonte”, destinato a ridurre drasticamente i tempi delle procedure urbanistiche.
Colmato il divario o rallentato la caduta?
È vero che negli ultimi anni il Piemonte ha mostrato una dinamica migliore rispetto al passato e che alcune regioni del Nord hanno frenato. Ma colmare il divario implica una convergenza strutturale che semplicemente non c’è: produttività, salari medi, attrazione di investimenti e peso industriale restano inferiori alle regioni leader. In sostanza: il Piemonte non è più il malato cronico di qualche anno fa, ma non è nemmeno tornato locomotiva.
Cirio rivendica un export pari al 44% della produzione. Percentuale suggestiva, ma senza denominatore preciso resta uno slogan. I dati concreti mostrano che nel 2024 l’export piemontese è sceso di circa il 5%, con la perdita della quarta posizione nazionale (superato dalla Toscana). E soprattutto: il crollo riguarda proprio il cuore storico dell’economia regionale – il comparto della mobilità – con un tonfo pesante negli autoveicoli. Non esattamente il quadro di una regione “fortissima”.
Il tasso di disoccupazione è effettivamente sceso intorno al 5-6%, segnale positivo. Ma parlare di minimo degli ultimi 26 anni è quantomeno azzardato: nei primi anni Duemila il Piemonte aveva valori inferiori. In più, le serie statistiche sul lavoro hanno cambi metodologici che rendono i confronti lunghi delicati. Anche qui: dato buono, enfasi eccessiva.
Aerospazio, più speranza che realtà
Il governatore insiste su una narrativa di sostituzione: l’auto soffre, l’aerospazio compensa con commesse per 15 anni. Il problema è che nei numeri attuali questa compensazione non si vede ancora. L’aerospazio piemontese ha prospettive industriali concrete, ma dimensioni e impatto occupazionale restano molto inferiori a quelli che l’automotive ha perso negli ultimi anni. È una scommessa strategica, non una compensazione già avvenuta.
Energia, bonifiche, Zes
Sul terreno più concreto delle politiche industriali, il quadro che emerge è meno uniforme di quanto lasci intendere il racconto ottimistico del governatore. Sull’energia, per esempio, la Regione qualcosa sta effettivamente muovendo: le gare per le concessioni idroelettriche non sono più solo un annuncio, ma procedure avviate, con tutto ciò che comporta in termini di tempi, contenziosi potenziali e complessità amministrativa. È uno dei pochi dossier dove la distanza tra parole e atti appare ridotta.
Molto più sfumato, invece, il capitolo delle bonifiche industriali. L’idea di un fondo dedicato alle aree dismesse è condivisibile – anzi, necessaria in una regione segnata da decenni di industria pesante – ma resta da capire con quali risorse reali verrà alimentato e soprattutto con quali tempi operativi. Perché in Piemonte di piani annunciati e rimasti sulla carta ce n’è una collezione piuttosto nutrita, e gli imprenditori lo sanno bene.
Poi c’è la questione della cosiddetta “Zes per il Torinese e l’Alessandrino”, che più che un obiettivo appare una ammissione di difficoltà. La Zes nazionale, quella con il pacchetto di incentivi fiscali pieno previsto per il Mezzogiorno, è uno strumento che potrebbe persino rivelarsi controproducente. Finora il modello applicabile è la Zona Logistica Semplificata, collegata al sistema portuale ligure e al retroporto, con benefici molto più limitati. Dettaglio tecnico, certo, ma non irrilevante, perché tra una Zes e una Zls la differenza per le imprese non è semantica: è sostanziale.
Ottimismo come leva industriale
Il messaggio agli imprenditori ha una logica politica evidente: trasmettere fiducia in una fase di transizione complessa. Anche il presidente di Confindustria Piemonte, Andrea Amalberto, ha parlato di clima positivo e di 1.300 multinazionali presenti sul territorio. Ma il rischio è quello di confondere la fiducia con la rappresentazione selettiva della realtà. Il Piemonte sta migliorando alcuni indicatori, ma resta lontano dalle regioni leader e deve affrontare nodi strutturali pesanti: demografia industriale, produttività stagnante, transizione dell’automotive, attrazione di capitali.
Cirio ha ragione su un punto: senza ottimismo non si costruisce crescita. Ma l’ottimismo funziona solo se poggia su basi solide. Perché una cosa è dire che il Piemonte sta reagendo. Un’altra è sostenere che ha raggiunto Lombardia e Veneto. E, almeno per ora, tra Torino e Milano la distanza non si misura in chilometri. Si misura in decine di miliardi di Pil.


