Parodi difende lo status quo. Esposito: "Serve cambiare". Referendum, dialogo tra sordi
Davide Depascale 12:00 Martedì 24 Febbraio 2026Confronto acceso sulla riforma della giustizia organizzato dal Siulp. Il presidente dell'Anm vuole mantenere l'assetto del Csm e teme squilibri istituzionali, l'ex senatore Pd attacca il correntismo delle toghe e invoca una svolta. Platea gremita, posizioni inconciliabili
Manca un mese esatto al referendum sulla riforma della giustizia e il confronto entra nel vivo. Al Teatro Massaua di Torino, ieri pomeriggio, il dibattito organizzato dal sindacato di polizia Siulp e moderato dal segretario locale Eugenio Bravo li ha messi uno di fronte all’altro in un faccia a faccia serrato, a tratti ruvido, davanti a una platea gremita.
Ad aprire l’incontro è stato il nuovo questore Massimo Gambino, con i saluti istituzionali e l’invito a mantenere il confronto su toni alti e rispettosi, vista la delicatezza di un tema che tocca direttamente gli equilibri costituzionali.
Gli schieramenti
Sul palco, a sostenere le ragioni del Sì, l’ex senatore Pd Stefano Esposito, al centro negli anni scorsi di una lunga vicenda giudiziaria nata da una costola dell’inchiesta “Bigliettopoli”. Quando sedeva a Palazzo Madama venne intercettato illegalmente circa 500 volte e poi rinviato a giudizio senza che fosse mai stata chiesta l’autorizzazione al Senato: il procedimento si è concluso con il proscioglimento nel merito. Con lui l’ex pubblico ministero di Torino, Alba e Asti Donatella Masia, da qualche mese in pensione.
Per il No il presidente dell’Anm e procuratore capo di Alessandria, già sostituto procuratore a Torino, Cesare Parodi, insieme al professore di Diritto penale all’Università di Torino e avvocato Maurizio Riverditi.
Il nodo del Csm
È Parodi a scaldare subito il confronto. «L’oggetto vero non è la separazione delle carriere ma la riforma del Csm – afferma – altrimenti sarebbe bastata una legge ordinaria, che sarebbe passata tranquillamente senza referendum». Per il numero uno del sindacato dei magistrati la vera posta in gioco è l’equilibrio istituzionale. «Il Csm non è un organo qualunque. Se diventa una tombola, viene meno il principio di rappresentatività e la possibilità di scegliere le persone più idonee a garantire l’efficacia della giustizia».
E non rinuncia a una battuta destinata a far discutere: «Non posso immaginare un Csm dove il presidente della Repubblica siede in mezzo ai vincitori del bingo».
Csm politicizzato
La replica di Donatella Masia è altrettanto diretta. «Ho fatto 44 anni in magistratura, 13 come giudice e 31 come pm, e non ho mai parlato con la toga addosso», premette, criticando – come aveva già fatto in un’intervista allo Spiffero – la scelta dell’Anm di intervenire nel dibattito pubblico: «Chi indossa la toga non può scendere in questo agone». Per l’ex pm, la distinzione delle funzioni prevista dalla riforma Cartabia «è cosa ben diversa dalla separazione delle carriere». Il punto, sostiene, è la terzietà effettiva del giudice: «Pm e giudice nascono e crescono nella stessa casa».
Masia contesta anche la lettura dei dati sulle assoluzioni fornita da Parodi: «Un alto numero di assoluzioni non certifica la terzietà del giudice, ma la mancata terzietà del gip, che non ha saputo fare da filtro». Severissimo anche il giudizio sull’attuale Csm: «Doveva garantire l’autonomia della magistratura dalla politica, ma ha portato la politica nella magistratura».
Pm come l’avvocato? No grazie
Maurizio Riverditi respinge l’idea che gli avvocati siano compatti per il No: «Sono in ottima compagnia», osserva, ma mette in guardia da una riforma che definisce «una scatola vuota, una delega in bianco a chi dovrà poi scrivere le leggi attuative».
Il timore è che il pubblico ministero venga assimilato a una parte processuale antitetica alla difesa: «Non voglio un pm che diventi parte del processo, perché a differenza dell’avvocato non segue una parte. Se lo mettiamo sullo stesso piano, significa che prenderebbe una parte».
“Magistrati nemici della magistratura”
Esposito non la lascia passare: «Chiedo a lei che è un avvocato: ha mai visto un pm usare le sue indagini a discapito dell’imputato che vuole condannare?» dice provocatoriamente rivolgendosi a Riverditi. Ma è sul terreno delle correnti che l’ex senatore dem alza il tiro: «I peggiori nemici della magistratura sono i magistrati stessi, che hanno trasformato correnti di pensiero in organizzazioni politiche», attacca. «Si parla tanto di Palamara ma è solo la punta dell’iceberg, e peraltro l’unico che ha pagato».
Esposito insiste su un sistema correntizio che «ha distrutto la credibilità della magistratura» e difende la necessità di un cambio radicale: «Senza questa riforma tutto rimarrà così com’è. Preferisco prendermi il rischio di cambiare».
Poi incalza sui numeri, innescando un botta e risposta con Parodi: «Gip e gup accolgono il 95% delle richieste di rinvio a giudizio». «Falso, gli errori giudiziari sono solo sette ogni anno, facciamo molto meglio degli altri Paesi europei», ribatte il presidente dell’Anm.
Il sorteggio e la rappresentanza
Altro punto d’attrito i criteri differenti per il sorteggio dei membri laici – scelti dal Parlamento – e dei togati, estratti tra tutti i magistrati: «Il Parlamento è eletto dal popolo, il Csm non è un organo di rappresentanza. Chi cerca rappresentanza trovi una strada politica». Parodi mette le mani avanti ed esclude una discesa in campo, anche se – osserva qualcuno in sala – non sarebbe né il primo né l’ultimo magistrato a provarci.
Il procuratore respinge anche le accuse di scarsa terzietà dei giudici: «Come si fa a dire che non siano terzi? Davvero avete l’impressione che i giudici abbiano seguito i pm?». E sui numeri insiste: «Gli errori giudiziari in senso stretto sono sette all’anno. Le sentenze ribaltate sono la fisiologia del sistema, non un’anomalia».
Parodi non arretra di un millimetro: «L’Italia non smetterà di essere una democrazia se vince il Sì, ma sarà una democrazia diversa. Se vincerà il Sì sarò il primo ad attuare i nuovi principi, ma fino ad allora lasciatemi difendere la Costituzione».
Poli opposti
Il dibattito si chiude come era iniziato, con i quattro interlocutori divisi praticamente su tutto, ma con una consapevolezza condivisa: il referendum sulla giustizia non è solo una questione tecnica. In gioco ci sono l’assetto del Consiglio superiore della magistratura, l’equilibrio tra accusa e giudice, la percezione di indipendenza e imparzialità.
Al Teatro Massaua il “doppio tennistico”, come era stato definito alla vigilia, ha confermato che il livello di agonismo è alto. Ma il verdetto finale, come sempre, lo daranno gli elettori.


