Innamorati di sé stessi
Claudio Chiarle 06:00 Mercoledì 25 Febbraio 2026
La manifestazione unitaria dei metalmeccanici torinesi del 14 febbraio, per salvare Mirafiori e rilanciare l’industria, che avrebbe dovuto coinvolgere la città, in realtà si è risolta in un flop di partecipazione, con appena un migliaio di persone. Spero che nel sindacato torinese si sia aperta una riflessione sul perché di una scarsa adesione e sulla necessità di cercarne ragioni e rimedi. Provo a dare un contributo.
Intanto credo sia necessario ricordare a noi stessi che ormai da anni le manifestazioni sindacali unitarie dei sindacati confederali non hanno più grande appeal, e la motivazione risiede nel calo di consensi: probabilmente non di tessere, ma di consensi certamente sì. Purtroppo, anche Cgil, Cisl e Uil, come la politica, parlano più ai propri dirigenti che al mondo esterno, ripiegandosi su se stessi e polarizzandosi agli estremi. Solo la Uil mi pare alla ricerca di una strada, e vedremo al congresso di questa primavera cosa emergerà.
Il flop partecipativo non va analizzato tanto rispetto alla scarsa partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccaniche, quanto alla mancanza di una strategia vera che coinvolgesse gli attori sociali della città. L’invito sui manifesti a partecipare rivolto alla cittadinanza, agli studenti, ad artisti e intellettuali era più uno slogan da movimento sociale che da sindacato. Le parole d’ordine e le motivazioni erano blande e poco incisive: la richiesta di un secondo modello “per il popolo”, da affiancare alla 500 ibrida. Insomma, la piattaforma non era attrattiva e le alleanze strategiche non sono state costruite.
Era facile intuire dall’impostazione dell’iniziativa, dal modus operandi, dagli slogan, dai manifesti e dai contenuti dei volantini che c’era sì l’unità d’azione sindacale, ma trainata, gestita e organizzata dalla Fiom-Cgil. Mi stupisce come le altre organizzazioni sindacali non lo percepiscano e non siano incisive nella strategia e nelle proposte. Paradossalmente e ingenuamente fanno ricorso, nelle dichiarazioni, al richiamo dell’importanza dell’azione unitaria, rafforzando la leadership di guida e di strategia della Fiom.
Una strategia sindacale vera sull’industria non può prescindere da un patto con i produttori, e questo non c’è nell’azione unitaria dei metalmeccanici torinesi. Bisogna anche dire che, purtroppo, oggi l’Unione Industriali torinese e le associazioni delle pmi sono molto deboli e prive di guide carismatiche e propositive. Insomma, rispecchiano l’andamento dei soggetti sociali e partitici attuali. Ciò non toglie che occorra mettersi insieme per una proposta industriale su Torino, perché comunque a Torino, insieme al sapere operaio, c’è un forte sapere imprenditoriale sul produrre auto e componenti.
La proposta del secondo modello – di segmento basso A o B – quando in Italia si producono, nei cinque stabilimenti, appena 213 mila auto, o è frutto di ingenuità – cosa plausibile – oppure fa parte di una strategia che, a partire dal mio sindacato, la Cisl, non capisco come si faccia a sostenere, essendo improponibile se non come lunghissima prospettiva. Oggi il rischio è la chiusura di almeno uno stabilimento in Italia. Ma, soprattutto, è incomprensibile accettare supinamente la proposta Fiom di produrre l’auto del popolo acquistabile dal popolo.
Chi ha un po’ di dimestichezza con tempi di produzione e fatica operaia sa benissimo che produrre auto come la 500 o la Panda comporta operazioni brevissime e saturazioni alte: operazioni medie da un minuto o pressappoco, e quindi produzioni elevate per turno di lavoro, dalle 300 alle 400 autovetture. Dunque, intensità di lavoro – e aggiungo pessima organizzazione – da quando, senza resistenza sindacale come invece è avvenuto negli Stati Uniti, è stato smantellato il WCM (World Class Manufacturing, sistema basato sulla riduzione della fatica e sull’aumento della sicurezza sul lavoro). Proporre un altro modello a forte intensità di operazioni ripetitive da parte dell’operaio significa quindi peggiorarne prestazioni e salute in un sistema organizzativo non ottimale.
Allora sorge spontanea la successiva domanda, certamente condizionata dalle scelte sbagliate dell’allora amministratore delegato Tavares: perché non opporsi al trasferimento della Maserati? I sindacati firmatari torinesi non hanno saputo far sentire le loro ragioni alle strutture nazionali oppure è la conferma che non hanno una strategia territoriale? Anche qui la Fiom ha buon gioco nell’imporre la sua strategia. Lo smantellamento dell’organizzazione del lavoro del WCM è una vittoria Fiom, così come l’aver imposto le parole d’ordine dell’azione unitaria del 14 febbraio, alla quale la città e il territorio non hanno aderito, salvo l’“obbligatoria” partecipazione di istituzioni, sindaci e una parte della politica. Ma questo era scontato.
Torniamo alle proposte che sarebbero più utili per i lavoratori e che dovrebbero avanzare i sindacati, se vogliono recuperare consensi e partecipazione oltre ad avere una strategia.
Maserati, come brand, va ripensato – la scelta della motorizzazione elettrica e la qualità complessiva sono state un disastro – e l’attuale Ceo Antonio Filosa lo sta facendo. Ma avere a Torino modelli di segmenti differenti è una strategia forte perché, nel caso di crisi di uno di essi, l’altro può sopperire. Oggi è vero che sono in crisi tutti i segmenti Stellantis, ma bisogna guardare alla prospettiva.
Torna l’aspetto fondamentale: la fatica operaia. Produrre un modello premium come Maserati significa avere operazioni più lunghe – in media intorno ai sei minuti o più – con saturazioni e ritmi più bassi rispetto alla 500 o alla Panda, e una produzione che si aggirerebbe intorno alle 70, massimo 90 vetture per turno. Meno saturazioni, ritmi più bassi, meno fatica. Importa a qualcuno? Allora mi aspetterei dal sindacato la proposta di non dismettere la linea Maserati a Mirafiori e che il secondo modello sia un modello premium, e non la “macchina del popolo”, figlia di un’idea novecentesca e ideologica di una parte sindacale che tutte le organizzazioni sindacali hanno inspiegabilmente sposato.
Mi stupisce che a Torino, dove il movimento sindacale ha una storia di contrattazione a partire dalle condizioni di lavoro e dalla salute dei lavoratori, oggi il sindacato unitariamente privilegi l’aspetto politico e ideologico e non parta dalla condizione operaia sul posto di lavoro.
Infine, in una proposta industriale torinese, quando oggi in Europa si discute di fatto della motorizzazione dell’auto, non si può trascurare questo aspetto tecnologico e produttivo. Il motore Stellantis che può funzionare con diverse alimentazioni è prodotto in Brasile su base di motori Fiat, di cui gli stabilimenti italiani hanno grande tradizione. A Torino si produce il cambio e-DCT, applicabile a molte alimentazioni. Costruire un motore per l’Europa con simili caratteristiche a Torino sarebbe una proposta sindacale e industriale attrattiva anche per le imprese dell’indotto torinese, fondamentale affinché una strategia per l’industria si realizzi.
Invece, per seguire l’unità sindacale a base Fiom-Cgil, ci siamo “innamorati” di una manifestazione con parole d’ordine – è il caso di dirlo – improduttive e movimentiste. Mi auguro che nei sindacati confederali, e non solo, si sia aperta una riflessione su come proseguire e con quale strategia.


