ALLE URNE

Referendum, magistrati per il Sì: tornano Rinaudo e Padalino

In un documento firmato da 29 toghe si sostiene la necessità di cambiare un sistema giudiziario "profondamente malato". Nel mirino "il controllo delle correnti". Tra i firmatari la celebre coppia di pm, protagonisti delle inchieste contro i No Tav a Torino

A volte ritornano. Ventinove magistrati, in servizio o con la toga in naftalina, scendono in campo a favore del Sì al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Lo fanno con un documento dal titolo netto – “Le ragioni di un Sì di un magistrato” – che è insieme un atto d’accusa contro l’attuale sistema di autogoverno e una difesa della riforma che introduce, la separazione delle carriere, il sorteggio per la composizione del Consiglio superiore della magistratura e la nascita dell’Alta Corte di disciplina.

Tra le firme spiccano due nomi che hanno segnato la storia giudiziaria torinese degli ultimi decenni: quelli di Antonio Rinaudo e Andrea Padalino, per anni protagonisti di delicate indagini su terrorismo, ‘ndrangheta e soprattutto le violenze legate al movimento No Tav. Una coppia soprannominata dalle frange antagoniste i “Pm con l’elmetto”, per la linea dura adottata nelle inchieste più note.

Sistema malato

Il documento, sottoscritto complessivamente da 29 magistrati, non usa mezzi termini: “Chi vota No è convinto di difendere la Costituzione e invece difende un sistema profondamente malato”. Il bersaglio principale sono le correnti interne alla magistratura, accusate di aver “occupato” l’organo di autogoverno della categoria, il Consiglio superiore della magistratura.

“Il controllo delle correnti, che sono associazioni private i cui iscritti non sono mai stati resi noti, su un organo costituzionale che dovrebbe garantire l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati rappresenta una grave anomalia”, scrivono i firmatari. La riforma, sostengono, interviene proprio su questo nodo, sottraendo il Csm alla logica delle appartenenze attraverso il sorteggio e la creazione di due distinti Consigli per giudici e pubblici ministeri.

“Il cuore della riforma è il giudice e la riforma lo libera da ogni condizionamento e controllo”, si legge ancora nel testo. Il giudice, aggiungono, deve dipendere solo da due cose: “La legge e la sua coscienza”.

Quanto al timore di una magistratura soggetta alla politica, i magistrati per il Sì richiamano le garanzie già previste dagli articoli 104, 109 e 112 della Costituzione, sottolineando che l’autonomia resterebbe intatta e che anche il pubblico ministero continuerebbe a disporre della polizia giudiziaria e a esercitare l’azione penale in modo obbligatorio.

Dalle inchieste alla consulenza 

Per Antonio Rinaudo il sostegno alla riforma Nordio non è certo una novità, avendo già dichiarato più volte pubblicamente il suo Sì. Per anni pubblico ministero a Torino, è stato noto per le indagini sul terrorismo interno e internazionale, sulle frange antagoniste e sulle violenze legate al movimento No Tav. Andato in pensione nel 2018, dopo aver “appeso la toga al chiodo” è stato consulente della giunta regionale guidata da Alberto Cirio per la gestione dell’emergenza Covid.

Nel 2023 è stato nominato presidente del Comitato etico interaziendale che riunisce Città della Salute e della Scienza di Torino, Asl Città di Torino e Azienda ospedaliera Ordine Mauriziano. In questa campagna referendaria Rinaudo ha anche aderito al comitato “Cittadini per il Sì” guidato da Francesca Scopelliti, già senatrice e compagna di Enzo Tortora, lo storico conduttore televisivo diventato il simbolo più celebre e al tempo stesso tragico degli errori giudiziari.

Dalla gogna all’assoluzione

Più tormentato il percorso di Andrea Padalino, entrato in magistratura nel 1991. In gioventù Gip a Milano negli anni di Mani Pulite, è poi diventato uno dei Pm di punta della Procura di Torino, conducendo – spesso insieme allo stesso Rinaudo – procedimenti contro la ‘ndrangheta, il terrorismo islamico e le violenze No Tav.

Nel 2018 la sua carriera subisce una brusca battuta d’arresto: viene accusato di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio nell’ambito di un’inchiesta su presunti favoritismi in Procura. Dopo quattro anni di gogna mediatica e giudiziaria, viene assolto in via definitiva da ogni accusa. Ma la vicenda lascia segni profondi, personali e professionali.

Nel luglio 2024 il Csm lo ha sanzionato in sede disciplinare con la sospensione dalle funzioni per un anno e sei mesi e il trasferimento al tribunale dell’Aquila con funzioni di giudice civile. In una recente intervista al Foglio, Padalino ha denunciato pubblicamente i mali che affliggono la magistratura, sostenendo di essere diventato egli stesso vittima di un sistema distorto.

In coppia per la separazione

Oggi Rinaudo e Padalino si ritrovano dalla stessa parte, non più come pubblici ministeri impegnati nelle inchieste più delicate, ma come sostenitori di una riforma che mira a separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri e a ridimensionare il peso delle correnti nell’autogoverno.

Per i 29 firmatari, la separazione e il doppio Csm “liberano il giudice dalle influenze delle procure sulla sua carriera e sulle sue valutazioni di professionalità”. Il sorteggio invece “libera il magistrato dalla necessità di appartenere a una corrente per fare carriera”, ribadendo che nella libertà di associarsi deve essere compresa anche quella di non associarsi.

Un intervento che arriva in un momento di forte polarizzazione nel mondo delle toghe e della politica. E che assume un valore simbolico particolare proprio per le firme di due magistrati che hanno segnato una stagione di protagonismo giudiziario. Oggi, da posizioni diverse ma convergenti, sostengono che la vera difesa della Costituzione passi per una riforma radicale dell’attuale assetto della magistratura, che entrambi conoscono fin troppo bene.

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