POLITICA & SANITÀ

La Lega "tradita" da Schillaci rilancia la sfida sulla sanità  

Lo sgambetto a favore di Fico sul cda di Agenas, taglia fuori la candidata del Carroccio Viale. Al ministero meloniano il partito di Salvini non ha nessuno. Il capigruppo Molinari rivendica i risultati delle proposte nel Milleproroghe. Il caso Piemonte

Sciroppo amaro quello propinato dal ministro della Salute alla Lega. Nei patti traditi, al partito di Matteo Salvini sarebbe dovuto andare il posto nel cda di Agenas che, invece, nelle alchimie di potere tra rappresentanza politica e istanze territoriali, è finito al governatore pentastellato della Campania Roberto Fico, lasciando a becco asciutto l’ex assessore ligure Sonia Viale.

Gli stizziti colpi di tosse si fanno sentire nel partito sgravato dall’imbarazzante fardello vannacciano, ma sempre più insofferente per lo scarso – per non dire nullo – peso all’interno del dicastero dove si decidono linee e sorti della materia che più tocca i cittadini.

Il digiuno per Salvini

Non avere neppure un sottosegretario in Lungotevere Ripa impone ai leghisti dosi massicce e continue di Maalox, tanto più vista la sempre più solida trasformazione del ministero di Orazio Schillaci in un fortilizio meloniano.

Lo sgambetto sull’Agenas, pur formalmente passato dalla Conferenza delle Regioni, arriva poi dopo il digiuno imposto alla Lega, poco meno di un anno fa, quando si è trattato di rinnovare il Consiglio Superiore della Sanità. Tra i vertici del partito si ricorda come neppure uno dei nomi presenti nell’agenda di Salvini sia finito tra i nominati.

Insomma, se Schillaci fosse un medico di famiglia, i leghisti avrebbero ben più di una ragione per sceglierne un altro. La stessa “occupazione” meloniana del ministero viene sofferta, e non poco, da una forza politica che, specie nella sua componente più nordista e federalista, sa bene quanto conti la sanità nelle dinamiche regionali e, di conseguenza, nei consensi in quei “territori” che stanno tornando con forza nel vocabolario leghista.

Salute in cima all’agenda

Ulteriore e fresca conferma di quest’ultimo aspetto nell’azione del Carroccio viene dalla conferenza stampa di ieri alla Camera, dove il capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari e quello al Senato Massimiliano Romeo, insieme al responsabile Sanità del partito Emanuele Monti, hanno presentato “i risultati ottenuti dalla Lega al governo in tema di sanità”. Perché, per dirla con Romeo, “la gente è stanca di tutte le menate che facciamo tra noi politici nei talk, stanca della guerra. Sanità e salari sono i due temi principali di cui ci dobbiamo occupare”.

Potevano mancare le prime intese sull’autonomia regionale rafforzata, dove una delle quattro materie riguarda proprio la finanza pubblica legata alla sanità? Certo che no. Ma se “le regioni che hanno amministrato bene nel campo sanitario, hanno un bilancio in attivo, hanno saputo usare bene le proprie risorse e le hanno anche messe da parte, con l’autonomia devono avere la possibilità di usare questi risparmi”, sono anche altre le conquiste rivendicate sotto il vessillo di un quasi risorto Alberto da Giussano.

C’è l’essere riusciti, come ricorda Molinari, a scolpire nel decreto Milleproroghe la norma che consente ai medici di restare nelle strutture pubbliche oltre i 72 anni.

Via la legge Bindi

“E stiamo lavorando al disegno di legge sulle professioni sanitarie”, ricorda il capogruppo a Montecitorio. “Ci sono nostri emendamenti che prevedono il superamento della legge Bindi per permettere ai medici delle strutture pubbliche di operare privatamente anche nelle strutture accreditate, possibilità oggi vietata”. Un cambiamento che, se verrà trasformato in norma, rappresenterà non solo un obiettivo raggiunto dal partito di Salvini, ma una sorta di rivoluzione nel non semplice rapporto tra sanità pubblica e privata.

Rendendo merito al dipartimento coordinato da Monti – “uno dei più attivi ed efficaci, svolgendo davvero la funzione di supporto, studio e approfondimento all’attività parlamentare” – Molinari ha unito alla sanità il cavallo di battaglia del suo partito: “Nel decreto sicurezza c’è la norma che prevede l’arresto in flagranza differita entro 48 ore per chi aggredisce i medici e gli operatori sanitari”.

Operatori e pazienti. E questi ultimi “non possono aspettare due anni per fare un’ecografia. La gestione della sanità – osserva Romeo – è regionale, ma la politica si deve prendere le responsabilità e, se c’è qualcosa che non va, deve intervenire”. Messaggio chiaro, destinatario pure.

Sanità e sicurezza

Non meno lo è l’intenzione della Lega di rivendicare la propria azione su un tema dove si misurano le capacità (e, come già detto, i consensi) delle Regioni, in prospettiva ancor più per quelle che già si preparano a sfruttare, laddove possibile, gli ulteriori spazi di manovra e le risorse che apporterà la maggiore autonomia.

Ma anche lì, a livello regionale, si misura pure il rapporto all’interno del centrodestra laddove governa. Se poi, come in Piemonte, nella seconda legislatura consecutiva dello stesso colore politico, la sanità è passata di mano dalla Lega a Fratelli d’Italia, le rispettive rivendicazioni e marcature di territorio non sorprendono, ma meritano comunque una lettura.

Punzecchiature piemontesi

Così, neppure troppo tra le righe emerge – non da ora – più di una puntualizzazione e talvolta qualche resistenza da parte dell’ex assessore leghista Luigi Icardi rispetto a scelte e azioni del suo successore Federico Riboldi. È capitato per la vicenda della multiservizi Amos, destinata a essere partecipata da Azienda Zero, e ancor prima per le iniziali resistenze di FdI alla legge sulla libera professione predisposta da Icardi, passato a presiedere la commissione Sanità di Palazzo Lascaris.

Più di recente, il rimarcare da parte di Riboldi la scelta definitiva per il futuro ospedale del Verbano-Cusio-Ossola, dopo anni di discussioni (compresi quelli della precedente legislatura), non è suonato proprio come musica alle orecchie leghiste. Tant’è che da lì si fa notare come a dirimere la questione sia stato soprattutto il veto del ministero ai due ospedali. Così come dalla Lega viene ricordato che anche per gli altri nuovi ospedali la strada sia stata tracciata e, per buona parte, percorsa dal precedente assessore. Insomma, a Roma come a Torino alleati sì, ma divisi da un non invisibile cordone sanitario.

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