Legge elettorale, nodo preferenze: a Meloni piacciono, a Cirio non dispiacciono
Davide Depascale 07:00 Venerdì 27 Febbraio 2026Nel testo depositato non ci sono ma FdI proverà a inserirle nell'iter parlamentare: ha solo da guadagnarci e i luogotenenti piemontesi ci sperano. In FI governatore senza rivali interni, la Lega "devannaccizzata" in affanno senza gli uninominali - DOCUMENTO
La chiamano già “Stabilicum”, tanto per non perdere la stramba abitudine di affibbiare latinorum alle varie leggi elettorali che si susseguono ormai a ogni legislatura. L’intesa è arrivata nella notte tra gli sherpa del centrodestra e punta a riscrivere le regole del voto politico in vista del 2027. L’obiettivo dichiarato, come suggerisce il nome, è garantire la stabilità, ma dietro l’architettura tecnica della riforma si gioca una partita politica interna alla maggioranza e che anche in Piemonte andrebbe a ridisegnare gli equilibri interni alla coalizione.
Il progetto
L’accordo raggiunto nella notte tra mercoledì e giovedi al tavolo di coalizione – cui hanno partecipato Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio per Forza Italia e Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia – prevede il superamento dei collegi uninominali previsti dall’attuale Rosatellum e il ritorno a un sistema proporzionale, “smorzato” da un premio di governabilità. La coalizione che supererà il 40% dei voti otterrebbe infatti un premio di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato. Se nessuno dovesse raggiungere quella soglia si aprirebbe un’ipotesi di ballottaggio, che tuttavia scatterebbe soltanto nel caso in cui sia la prima che la seconda coalizione si collocassero entrambe tra il 35% e il 40%.
Le soglie di sbarramento resterebbero invariate – 3% per i partiti non coalizzati, 10% per le coalizioni – e nel programma di ciascuna alleanza dovrebbe essere indicato il nome del candidato premier da proporre al Presidente della Repubblica, anche se non comparirebbe sulla scheda elettorale. Una prospettiva quest’ultima, che sembra studiata appositamente per mettere in difficoltà il campo largo, il cui vero leader stenta ad emergere, stante la competizione tra la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle, l’ex premier Giuseppe Conte. E chissà che tra i due litiganti un terzo – vedi la sindaca di Genova Silvia Salis – non possa goderne.
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Nodo preferenze
Il premio di maggioranza verrebbe attribuito attraverso un listone di coalizione suddiviso per circoscrizioni. La scheda non cambierebbe radicalmente rispetto a quella attuale: al posto del candidato dell’uninominale comparirebbero due o tre nomi di riferimento della coalizione per ogni circoscrizione, con sotto i simboli dei partiti collegati. Fin qui l’intesa raggiunta nella notte. Ma il vero nodo politico, che mina a cambiare davvero i rapporti di forza, riguarda il metodo di selezione dei parlamentari: listini bloccati o ritorno alle preferenze? Su questo punto la questione è tutt’altro che risolta.
Fratelli d'Italia infatti spinge per reintrodurre il voto di preferenza, un tema caro alla premier Giorgia Meloni. La ragione è semplice quanto fortemente strategica: FdI è di gran lunga la prima forza della coalizione e può contare su una classe dirigente radicata nei territori, capace di raccogliere consenso personale. In un sistema con preferenze, l’ingente divario tra la Fiamma e i suoi alleati non farebbe che allargarsi ulteriormente.
Su questo punto Piemonte è un caso emblematico: a Torino pesa il nome di Augusta Montaruli, mentre a Novara il senatore Gaetano Nastri rappresenta il luogotenente del partito, idem a Biella e dintorni con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Figure in grado di mobilitare consenso personale e di rafforzare ulteriormente il primato di Fratelli d’Italia nella regione. Con le liste bloccate, la selezione resterebbe nelle mani delle segreterie nazionali; con le preferenze, il baricentro si sposterebbe sui territori, finendo inevitabilmente per premiare il partito più strutturato.
L’incognita Cirio
L’eventuale reintroduzione delle preferenze avrebbe gorsse implicazioni anche per Forza Italia. In Piemonte gli azzurri vivono un equilibrio parecchio delicato. Il coordinatore regionale è il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, ma l’eventuale candidatura del vicesegretario nazionale del partito Alberto Cirio cambierebbe radicalmente lo scenario.
Il governatore non ha mai nascosto l’ambizione di lasciare il Grattacielo e trasferirsi armi e bagagli a Roma, e con le preferenze potrebbe catalizzare un consenso personale difficilmente contendibile, mettendo in ombra il compagno di partito, che al contrario di voti personali ne porta una cifra non tanto lontana dallo zero.
Senza preferenze, invece, la partita resterebbe affidata alla segreteria nazionale, con Antonio Tajani che sarebbe al riparo anche dalle insidie che arrivano da sud, dove incombe il suo sfidante più temibile: il governatore della Calabria Roberto Occhiuto, vicesegretario alla pari di Cirio e che come e più del gigione langhetto andrebbe a nozze con la reintroduzione delle preferenze. Il partito della porchetta è avvisato.
Carroccio in panne
Anche per la Lega la riforma rappresenta un passaggio delicato. Il ritorno al proporzionale puro cancellerebbe l’arma degli uninominali che nel 2022 aveva consentito al Carroccio di ottenere un numero di seggi di gran lunga superiore al proprio peso elettorale. In Piemonte, dove la Lega è stata per anni perno del centrodestra, questo significherebbe una riduzione del potere contrattuale nella coalizione.
Se poi si aggiungessero le preferenze, la competizione individuale potrebbe accentuare le difficoltà in una fase già segnata dalla concorrenza di Futuro Nazionale, il movimento fondato dal generale Roberto Vannacci, fuoriuscito dal partito (di cui era anche vicesegretario) poche settimane fa. Ragion per cui il partito guidato da Matteo Salvini e a livello regionale dal capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha tutto l’interesse a scongiurare il ritorno delle preferenze.
Nessun confronto
Dal fronte opposto, il Partito democratico attacca duramente metodo e tempistica. “All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c'è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica”, attacca il senatore e giurista torinese Andrea Giorgis, capogruppo dem in Commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama.
Giorgis collega inoltre l’accelerazione sul testo al referendum sulla separazione, in programma il prossimo 22-23 marzo: “Curioso che venga tirato fuori a meno di un mese dal voto, evidentemente avevano bisogno che si parlasse d’altro”, dichiara allo Spiffero, ricordando poi come la Commissione sia già impegnata su dossier pesanti, dalla legge sui Lep (spinta fortemente dalla Lega per dare forma all’autonomia differenziata) alla conversione in legge del nuovo decreto sicurezza.
Work in progress
L’accordo raggiunto tra gli sherpa è dunque ben lungi dal rappresentare il passaggio definitivo. Il testo non è ancora pronto, e con ogni probabilità sarà necessario un passaggio politico tra i leader. Solo allora si capirà se le preferenze resteranno fuori o rientreranno dalla finestra. Una differenza, in Piemonte come altrove, non tecnica ma sostanziale, capace di mutare sensibilmente la futura composizione della rappresentanza parlamentare.
Dietro il nome rassicurante di “Stabilicum” si gioca l’architettura e i rapporti di forza della coalizione: la premier dovrà presto decidere se “the winner takes it all” e puntare a rafforzare l’egemonia della Fiamma o se giudicare più conveniente non tirare troppo la corda con i riottosi alleati.


