PANTHEON

Il sindaco (mancato) di Torino: 25 anni senza Carpanini

Il Carpa, per tutti. Quello che sembrava indistruttibile e che invece se ne andò troppo presto, lasciando la città attonita. Oggi alle 16, nella Sala Rossa di Palazzo Civico, un convegno dedicato all'uomo e all'amministratore che tanti rimpiangono (visti i successori)

Alle 16 di oggi, nella sua casa – Palazzo Civico – Torino torna a fermarsi per Domenico Carpanini. Venticinque anni dopo quel mercoledì di neve del 28 febbraio 2001, quando il cuore del “Carpa” si fermò all’improvviso nel salone gelido dell’Ascom di via Massena, mentre parlava di politica e di città, proprio all’inizio della corsa che lo avrebbe portato con ogni probabilità sulla poltrona di sindaco.

Il convegno – “Un uomo, un amministratore, una città sicura. Ricordo di Domenico Carpanini a 25 anni dalla sua scomparsa” – riporterà nella Sala Rossa amici, colleghi, amministratori di ieri e di oggi. Attesa anche la presenza del sindaco Stefano Lo Russo. Ma, al di là delle parole ufficiali, il ricordo di Carpanini continua a vivere soprattutto nelle immagini che Torino non ha mai dimenticato.

La più lancinante resta quella della sua morte “sul campo”. Cinquecento persone in sala, il primo confronto pubblico con Roberto Rosso organizzato da Giuseppe De Maria, il mitico Pino dei fiori. Il candidato favorito del centrosinistra che si accascia mentre parla del futuro della città. Un silenzio irreale, poi lo sgomento. Aveva 47 anni.

Eppure, a guardarlo, sembrava indistruttibile. Alto, massiccio, i baffi a indurire un volto che molti ricordano ancora sotto l’impermeabile. Lo chiamavano Maigret, per via della passione per Simenon, ma anche per quella presenza fisica da commissario di romanzo. Lo chiamavano sceriffo, perché da vicesindaco aveva in mano sicurezza, vigili urbani, ordine pubblico. Lo consideravano burbero, stakanovista, perfino burocrate. In realtà era un politico atipico, uno che viveva il municipio come una bottega: primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, Marlboro accese una dietro l’altra.

La sua morte fu un trauma collettivo, non solo politico. Nei giorni successivi migliaia di torinesi salirono lo scalone di Palazzo Civico fino alla Sala Rossa, dove era stata allestita la camera ardente a pochi metri dal suo ufficio. Un fiume umano continuo, silenzioso. E accanto al feretro, immobile, la scena più straziante: gli anziani genitori, distrutti dal dolore, che non vollero lasciare neppure per un momento il corpo del loro unico figlio.

Quel tributo popolare cancellò in un attimo diffidenze e manovre di palazzo. Perché Carpanini, riformista ante litteram, migliorista orgoglioso, i suoi compagni li chiamava ironicamente “i comu”, se l’era dovuta sudare la candidatura. Nei salotti buoni lo consideravano senza appeal, troppo amministratore e poco personaggio. Alla girandola di nomi della società civile – da Evelina Christillin a Franzo Grande Stevens fino a Rodolfo Zich – replicò con una battuta che è rimasta nella storia politica cittadina: «Possibile che non ci sia neppure un italiano capace di fare il sindaco di Torino?».

La politica, però, era solo una parte della sua identità. L’altra era la conoscenza viscerale della città. «Fammi il nome di una via e ti dico dov’è», sfidava gli interlocutori con orgoglio quasi infantile. Torino l’aveva percorsa palmo a palmo fin dai tempi dei Comitati di quartiere, nel 1969, molto prima della Sala Rossa dove entrò nel 1980 con il Pci, diventando poi capogruppo Pds, presidente del Consiglio comunale e infine vicesindaco nella giunta dei professori di Valentino Castellani, che pur considerandolo un consigliere prezioso ne era intimorito.

Giuliano Ferrara, amico di una vita nonostante le distanze politiche, diede di lui una delle definizioni più lucide: era uno che aveva imparato tutto della società attraverso la scuola politica, uno che conosceva il lato debole del potere senza lasciarsene usare.

Morì mentre stava per coronare il suo sogno. E lasciò dietro di sé quasi nulla, materialmente: poco più di tre milioni di lire sul conto corrente. Nessun erede politico vero. Solo un ricordo potente.

Oggi, a distanza di un quarto di secolo, Torino lo ricorda ancora come un amministratore che univa competenza e umanità, rigore e ironia, disciplina e passione civile. Un uomo che non amava i salotti, ma le strade. Che non cercava il consenso facile, ma il rispetto. Che conosceva sogni e paure dei torinesi perché li aveva ascoltati davvero. Forse è per questo che, quando il suo cuore si fermò in quella sera di fine inverno, la città intera – al di là degli schieramenti – sentì di aver perso qualcosa di più di un politico: uno dei suoi.

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