GIUSTIZIA & POLITICA

"Avete cancellato il merito", promosse il 99% delle toghe

Affondo di Costa su uno dei nodi della consultazione referendaria: la gestione corporativa della magistratura. Cinque domande in una lettera aperta al Csm sulle valutazioni di professionalità. Lo scontro a poche settimane dal voto sulla separazione delle carriere

Il conto alla rovescia verso il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo entra nella fase più incandescente, e lo scontro tra politica e magistratura si alza di tono giorno dopo giorno. Non è più soltanto un confronto sulla separazione delle carriere o sui nuovi assetti del Csm: è diventato un conflitto aperto sulla credibilità stessa della giurisdizione, con al centro l’accusa di autoreferenzialità della magistratura. Un’accusa che la maggioranza utilizza come argomento chiave a sostegno della riforma costituzionale, mentre le toghe parlano di attacco all’indipendenza. In questo clima rovente si inserisce l’affondo odierno di Enrico Costa.

Non un parlamentare qualunque, ma il responsabile Giustizia di Forza Italia, deputato e vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, con un passato da vice guardasigilli nel governo Renzi – quando titolare era il dem Andrea Orlando – e da ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni. Una biografia che gli consente di parlare con cognizione di causa dei meccanismi dell’amministrazione giudiziaria e dell’autogoverno delle toghe.

Costa sceglie di colpire proprio il nervo scoperto: le valutazioni di professionalità dei magistrati. «Cari consiglieri del Csm, siete componenti di un organo di rilievo costituzionale, che deve essere rispettato, prima di tutto da voi stessi». Comincia così la lettera aperta pubblicata su X, costruita come una sequenza di cinque domande che suonano più come un atto d’accusa che come una richiesta di chiarimenti.

La prima riguarda il dato che da settimane circola nel dibattito politico e mediatico: «1- Siete certi – chiede il deputato piemontese – di aver osservato il mandato affidatovi dalla Costituzione quando avete assegnato al 99% dei magistrati la valutazione di professionalità “positiva”?». È un numero che, nel pieno della campagna referendaria, diventa benzina politica. Perché proprio uno dei pilastri della riforma sottoposta a voto – la separazione delle carriere, i due Csm distinti e la nuova Alta corte disciplinare – nasce dall’idea che l’attuale sistema di autogoverno non sia in grado di correggere se stesso, cioè dall’accusa di autoreferenzialità.

E Costa affonda su questo terreno con la seconda domanda: «2- Lo sapete che in quel 99% di giudizi positivi – aggiunge – rientrano gli autori di errori giudiziari, i responsabili di ingiuste detenzioni, inchieste flop, sentenze scritte male e cassate ripetutamente, ritardi nel compimento degli atti, raccomandazioni correntizie?».

Il passaggio successivo sposta l’attenzione sui cittadini, cioè sull’impatto concreto delle valutazioni: «3- Non ritenete, promuovendo tutti, bravi e meno bravi indifferentemente, di aver danneggiato quei cittadini che si recheranno in Tribunale per far valere un diritto, chiedere giustizia o difendersi, i quali potranno trovarsi di fronte ad un magistrato che ha già ripetutamente sbagliato?».

È qui che il concetto di autoreferenzialità assume il suo peso politico massimo: l’idea che una categoria giudichi se stessa senza reali conseguenze, alimentando la percezione di impunità professionale. Una percezione che, nella narrativa dei promotori del sì al referendum, giustifica l’intervento costituzionale.

Costa insiste poi sul merito interno alla magistratura, evocando una frattura tra bravi e meno bravi: «4- Siete certi – argomenta ancora – che l’aver di tutelato le carriere di chi ha commesso negligenze grossolane non frustri quei magistrati, e sono la stragrande maggioranza, capaci e preparati, che avete assimilato ai meno capaci e meno preparati?».

Infine la quinta domanda, la più politica, introduce esplicitamente il tema della “tutela corporativa”: «5- Siete consapevoli – incalza – che, a causa della vostra tutela corporativa, chi ha sbagliato una, due o tre volte sbaglierà ancora, convinto da voi che gli errori non incidono sulla carriera, ed i più bravi perderanno ogni stimolo?».

La conclusione è un atto di sfida che riporta tutto alla credibilità della giustizia: «Vi rivolgo queste domande perché la vostra scelta di valutare positivamente le carriere del 99% dei magistrati incide pesantemente sulla credibilità della giustizia. Vorrei che mi convinceste che non avete liquidato gli errori giudiziari come effetti collaterali fisiologici, che sulle vostre scelte non hanno inciso logiche correntizie, vorrei che mi spiegaste come siete arrivati a queste percentuali di giudizi positivi, quando negli ultimi anni lo Stato ha pagato centinaia di migliaia di euro solo per ingiuste detenzioni o per ritardi nei processi. Vorrei che mi spiegaste – conclude – perché avete cancellato il merito, per rendere tutti uguali, competenti e incompetenti, con la conseguenza che i più bravi saranno frustrati, gli incompetenti riterranno di essere nel giusto».

L’intervento si inserisce in uno scontro politico-istituzionale sempre più duro alla vigilia del referendum, diventato di fatto un test politico oltre che una consultazione costituzionale. In questo contesto, quel 99% evocato da Costa assume un valore simbolico potentissimo: per i sostenitori della riforma è la dimostrazione plastica di una magistratura autoreferenziale che non si giudica davvero; per le toghe è invece un numero che non racconta la complessità delle valutazioni e delle garanzie. Ma a poche settimane dal voto il punto politico è ormai chiaro. Perché il referendum non misurerà soltanto il consenso su una riforma costituzionale, ma il livello di fiducia dei cittadini nella giustizia e in chi la governa.

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