POLITICA & GIUSTIZIA

"Il Sì non è un voto per Meloni", appello della sinistra garantista

Una pattuglia di riformisti, liberal e radicali prova a disinnescare la trappola politica: il centrodestra si batte alle elezioni, non sabotando una riforma solo perché porta la firma dell'avversario. "Completare l'opera iniziata dal socialista Vassalli". Domenica maratona oratoria

Basta strumentalizzazioni, il centrodestra va sconfitto con le elezioni politiche e non con il referendum. La sinistra che vota Sì si è data appuntamento questa mattina all’Ultraspazio di via San Francesco da Paola, nel cuore di Torino, con una parola d’ordine chiara e condivisa: riportare nel merito il referendum del 22-23 marzo sulla riforma della giustizia, sottraendolo alla contesa tra maggioranza e opposizione. Il titolo della conferenza stampa non poteva essere più esplicativo: “Le ragioni di un sì di sinistra liberale e progressista”, a mettere nero su bianco l’obiettivo politico e culturale dei promotori: sostenere la riforma senza trasformare il voto in un plebiscito sul governo guidato da Giorgia Meloni.

L’iniziativa, organizzata da vari soggetti dell’area garantista e comitati referendari, come l’Associazione radicale Adelaide Aglietta, Europa Radicale, Libertà Eguale e il Comitato Sì Separa, tutti accomunati dalla convinzione che “le garanzie siano per i cittadini, non per i potenti”. Un messaggio ribadito da tutti i relatori: votare Sì non ha nulla a che vedere con il sostegno all’attuale governo.

Separazione delle consultazioni

Al centro del confronto, la separazione strutturale delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti e il nuovo meccanismo di sorteggio per la composizione del Csm. Temi tecnici, ma dalle ricadute politiche evidenti.

Il radicale Igor Boni ha ricordato come la battaglia del suo partito per la separazione delle carriere risalga alla fine degli anni Ottanta, subito dopo la legge Vassalli sul giusto processo, e il loro attivismo per i referendum su temi giudiziari del 2000 e del 2022, sebbene entrambi non abbiano raggiunto il quorum. Questa consultazione è quindi l’occasione per chiudere il cerchio, e poco importa che sia il centrodestra a favorirla: “Un governo che non ci piace ha fatto una cosa che condividiamo. Per battere il governo ci sono le elezioni, non il referendum costituzionale”.

Superare lo status quo

L’avvocato ed ex consigliere regionale dem Luca Cassiani, tra i promotori di “Sinistra per il Sì”, ha parlato di un Csm che “si comporta come un parlamentino”, evocando logiche da Manuale Cencelli e denunciando il peso delle correnti interne all’Anm. Il sorteggio, pur da monitorare, rappresenterebbe “un passo avanti rispetto allo status quo” e un argine alle degenerazioni emerse negli ultimi anni, anche alla luce delle vicende raccontate dall’ex magistrato Luca Palamara.

Un’altra esponente con trascorsi nel Pd come l’ex senatrice Magda Negri, oggi promotrice dell’associazione Libertà Eguale, ha sottolineato il paradosso di una riforma prodotta da un governo spesso accusato di “torsione autoritaria” che va a introdurre un modello – la separazione delle carriere – tipico delle democrazie liberali.

Una riforma socialista

Il socialista Tullio Monti ha respinto le accuse di tradimento rivolte a chi, nel centrosinistra, sostiene il “Sì”: “La mia biografia parla chiaro. Non accetto rimbrotti di liberalismo da chi viene da altre tradizioni politiche”. Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario del Psi torinese Alessandro Scopel, che nel sostegno alla riforma Nordio ha rivendicato una posizione “coerente con la storia socialista”, in piena continuità con la riforma promossa nel 1988 proprio da un socialista come Giuliano Vassalli: “Non possiamo lasciare che la destra populista resti l’unico punto di riferimento per i garantisti”.

Oreste Gallo (Associazione Adelaide Aglietta) ha invece definito la riforma un passo per superare “l’ultimo residuo fascista” dell’ordinamento italiano, attaccando la politicizzazione della magistratura e il peso eccessivo dell’Anm,: “Inaccettabile che un’associazione privata abbia trasformato un organo amministrativo nella terza camera del Parlamento: le correnti sono solo l’ultima degenerazione”.

No al referendum su Meloni

Più volte è stato citato lo storico leader radicale Marco Pannella: “La Costituzione ci dà due schede diverse, una per le politiche e una per il referendum”,  ha ricordato il costituzionalista Stefano Ceccanti, già senatore del Pd nella scorsa legislatura. Il senso dell’appello è chiaro: rispetto per i cittadini chiamati a giudicare il testo della riforma, senza piegare lo strumento referendario a una resa dei conti tra partiti.

“Banalizzare il voto come un termometro sul gradimento del governo è un insulto istituzionale”, hanno ribadito gli organizzatori, annunciando anche la maratona oratoria del 1° marzo in piazza Cln per riportare il tema tra la gente e sottrarlo alle “semplificazioni populiste”.

La tentazione di Esposito

A margine dell’incontro l’ex senatore del Pd Stefano Esposito, oltre ad attaccare i suoi vecchi compagni di partito, definendoli “impiegati”, si è lasciato andare a una battuta riguardo le voci su un suo possibile avvicinamento a Forza Italia: “Se Marina Berlusconi mi chiama e mi propone un posto da sottosegretario alla Giustizia con delega al personale giudiziario, accetto”, ha risposto ironicamente. Poco più di un divertissement politico.

Ma finchè quella chiamata non arriverà però l’ex parlamentare dem resta – insieme ai suoi interlocutori di questa mattina – nel campo del centrosinistra, quello che vota Sì.

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