ECONOMIA DOMESTICA

Ex Ilva, Piemonte in ostaggio: senza Taranto si ferma Novi

Lo stabilimento piemontese è totalmente dipendente dalla filiera che passa da Genova Cornigliano e dagli altiforni pugliesi. Gli effetti della sentenza del Tribunale di Milano. I sindacati attaccano il governo e si autoconvocano il 9 marzo a Palazzo Chigi

Siamo ormai ben oltre alla commedia dell’assurdo. Con un tavolo a Palazzo Chigi definito “sempre aperto” ma che, nei fatti, resta chiuso da mesi. Parole che non sono di qualche opposizione barricadera, ma del segretario generale della Fim-Cisl Ferdinando Uliano, un mite che ha perso la pazienza insieme agli altri sindacati metalmeccanici. E non è difficile capire perché: la partita dell’ex Ilva si sta giocando su un terreno sempre più incerto, tra decisioni giudiziarie, trattative industriali opache e un governo che fatica a trovare una linea. Il risultato? Migliaia di lavoratori nel limbo. E non solo a Taranto.

Piemonte a secco

La crisi nazionale ha un riflesso diretto e immediato anche sull’impianto piemontese di Novi Ligure, spesso percepito come periferico ma in realtà totalmente dipendente dalla filiera del ciclo integrato. Oggi lo stabilimento novese conta 552 dipendenti complessivi, con una struttura occupazionale composta da operai, impiegati e quadri, ed è specializzato nella laminazione a freddo e zincatura per automotive ed elettrodomestico.

Ma il dato che fotografa la fragilità del momento è quello degli ammortizzatori sociali: 170 lavoratori di Novi sono coinvolti nella richiesta di proroga della cassa integrazione straordinaria dal marzo 2026, inserita nel pacchetto nazionale che riguarda complessivamente 4.450 addetti del gruppo. Numeri che pesano su un territorio dove l’acciaieria rappresenta ancora uno dei principali poli industriali.

Il punto chiave, però, è un altro: Novi non è autonoma. Riceve i coils a caldo da Taranto, con transito logistico attraverso Genova Cornigliano. Senza quell’alimentazione industriale, l’impianto piemontese si ferma.

Cornigliano, il collo di bottiglia

Ed è qui che entra in gioco il nodo genovese. Lo stabilimento di Cornigliano – circa 974 addetti – rappresenta l’anello logistico e produttivo che collega Taranto al Nord. Altre stime parlano di un bacino occupazionale complessivo attorno alle 1.200-1.300 persone considerando l’indotto. In sostanza: se Taranto rallenta o si ferma, Cornigliano si svuota. Se Cornigliano si svuota, Novi si spegne.

Non è un’ipotesi teorica. Tra gli addetti ai lavori circola da giorni la voce di un ricorso pronto contro la sentenza del Tribunale di Milano sull’AIA 2025 che impone, in assenza di interventi ambientali, lo stop dell’area a caldo dal 24 agosto. Se quella decisione diventasse operativa, i siti del Nord potrebbero lavorare solo con approvvigionamenti esterni che oggi non esistono.

Da qui le indiscrezioni su un possibile asse industriale tra il fondo americano Flacks e Marcegaglia: in quel caso Novi e Cornigliano potrebbero essere alimentati dagli impianti francesi del gruppo lombardo. Ma per ora siamo nel campo delle ipotesi.

Tra prestito ponte e vendita

Sul tavolo resta la trattativa con Flacks, unico interlocutore per la cessione. Il fondo ha annunciato un investimento complessivo da 5 miliardi per elettrificare i forni, con 500 milioni di capitale proprio e il resto tra banche, Stato e soci industriali (tra cui vengono citati Marcegaglia, Danieli e Metinvest).

Ma la sentenza dei giudici milanesi cambia gli equilibri. Lo ha ammesso lo stesso ministro delle Imprese Adolfo Urso: la decisione “riscrive le regole del gioco” e potrebbe incidere sia sulla continuità produttiva sia sulla trattativa di vendita. E soprattutto sul prestito ponte da 390 milioni: senza prospettive industriali credibili, quei soldi potrebbero non arrivare. Con la liquidità aziendale ormai prossima allo zero, sarebbe il colpo definitivo.

Sindacati sul piede di guerra

In questo clima si inserisce lo scontro politico-sindacale. Uliano parla apertamente di immobilismo e rimpallo di responsabilità tra ministri su chi debba convocare il tavolo. Da qui la decisione di “autoconvocarsi” il 9 marzo davanti a Palazzo Chigi, con delegazioni da tutti i siti del gruppo e dell’indotto, oltre 20 mila lavoratori coinvolti complessivamente.

La rabbia cresce anche perché l’unico atto concreto arrivato dal governo è la proroga della cassa integrazione per circa 4.500 addetti, più i 1.500 dell’Ilva in amministrazione straordinaria: una misura che, secondo i sindacati, non risolve ma aggrava la crisi.

Il tempo che scade

Il paradosso è che il piano industriale presentato a novembre aveva come orizzonte il primo marzo. Quella scadenza è ormai alle porte e nulla è definito: né la vendita, né il prestito, né il futuro degli altiforni. E mentre a Taranto si gioca la partita principale, a Novi Ligure e Cornigliano cresce la consapevolezza di essere pedine di un domino industriale nazionale. Se cade il primo tassello, gli altri seguono.

Non a caso tra i lavoratori del Nord la domanda che circola è sempre la stessa: non se arriverà la crisi, ma quando. Per ora l’unica certezza è la mobilitazione del 9 marzo. Il resto resta sospeso tra tribunali, trattative finanziarie e politica. Una siderurgia appesa a un filo. E con lei interi territori.

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