Andamento lento: Pil +0,55%. Piemonte lontano dall'Europa
10:53 Sabato 28 Febbraio 2026Il 2025 è il terzo anno consecutivo in cui il Piemonte registra una crescita inferiore all'1%. La regione si mantiene in zona positiva grazie al traino del Pnrr e del turistico, mentre export e automotive restano in sofferenza. Urgente trovare nuove leve di crescita
L’economia piemontese chiude il 2025 con un +0,55% di crescita del Pil: formalmente meglio del +0,5% del 2024, ma ancora lontanissimo dalla media europea (+1,5%) e soprattutto incapace di segnare una vera inversione di tendenza. I numeri dell’ultimo trimestre, in accelerazione (+0,75% su base annua, in linea con il +0,8% nazionale), non bastano a cambiare il quadro di fondo: la regione resta intrappolata in un triennio di crescita asfittica, sotto l’1% per il terzo anno consecutivo dopo il +0,7% del 2023 e il +0,5% del 2024.
È la fotografia scattata dal PilNow, il superindice basato anche sull’intelligenza artificiale sviluppato dal Comitato Torino Finanza presso la Camera di commercio di Torino, che anticipa di almeno dodici mesi i dati ufficiali.
Cresce solo per fattori temporanei
Il dato più preoccupante non è tanto la crescita modesta, quanto la sua qualità. Il Piemonte resta in territorio positivo soprattutto per l’effetto del Pnrr e per la spinta del turismo, mentre due pilastri storici dell’economia regionale – export e automotive – rimangono in difficoltà. Crescono solo moderatamente alimentare e aerospazio. Ancora più significativo è il segnale di fine ciclo: la fase trainata dagli incentivi edilizi e dal boom turistico appare in esaurimento. Senza nuovi motori, il rischio è quello di un rallentamento ulteriore già dal 2026.
Il Pil regionale a prezzi costanti 2015 raggiunge 135,8 miliardi, superando i livelli del 2019 ma restando circa 6 miliardi sotto il picco storico del 2007 (141 miliardi). A prezzi correnti il valore è stimato in 166,5 miliardi. Tradotto: dopo quasi vent’anni, il Piemonte non ha ancora recuperato completamente la sua capacità economica pre-crisi.
Il confronto europeo accentua il ritardo strutturale: mentre la Spagna cresce del +2,8% e la Francia dell’1,1% (sostenuta dalla spesa pubblica), la Germania esce appena dalla recessione con +0,4%, ma il Piemonte non riesce comunque a fare meglio.
Occupazione ferma, manifattura arretra
Il mercato del lavoro manda segnali ancora più critici. Dopo il +4% del 2024, l’occupazione nel 2025 si ferma con un -0,1% (Italia +0%). La dinamica settoriale mostra una forte polarizzazione: costruzioni +11% grazie al Pnrr; commercio-turismo 0% dopo gli anni di boom; manifattura -0,9%; servizi -0,6%. In altre parole, cresce solo ciò che è sostenuto dalla spesa pubblica, mentre l’economia produttiva arretra.
La cassa integrazione guadagni registra una brusca accelerazione nel quarto trimestre: 4,8 milioni di ore mensili, il doppio rispetto al trimestre precedente. Il 95% è concentrato nel manifatturiero e il 45% riguarda cassa straordinaria per crisi strutturali. L’impatto è pesante: la Cig equivale a 0,7 punti di Pil annualizzato e aggiunge l’1,3% di lavoratori temporaneamente inattivi al tasso ufficiale di disoccupazione del 5,9%. Se fossero conteggiati, il dato reale salirebbe al 7,2%.
Export debole
Le esportazioni piemontesi si stabilizzano tra 59 e 61 miliardi, ma restano inferiori del 5% rispetto al picco di 63 miliardi del 2023, mentre a livello nazionale crescono dell’1,5%. La flessione riguarda soprattutto automotive, beni strumentali e vendite verso la Germania, mercato chiave per l’industria regionale. Il problema non è congiunturale ma strutturale: dazi, crisi tedesca e trasformazione tecnologica stanno colpendo il cuore industriale del Piemonte.
Il turismo cresce – presenze estere +5,8% nel 2025 con punte del +10% in estate, domestico +6,2% nel primo semestre – ma compensa appena il 10% della perdita di circa 3 miliardi di export. In sostanza, non può sostituire l’industria.
Segnali fragili
Il credito al consumo accelera al +5,1%, segnale di fiducia ma anche possibile tensione finanziaria delle famiglie. I prestiti alle imprese (46,4 miliardi, pari al 28% del Pil) tornano appena positivi (+0,3%) grazie al calo dei tassi, ma crescono meno dell’inflazione reale. L’inflazione media è contenuta all’1%, ma con forti squilibri: carrello alimentare +1,7%; turismo +3,8%. Questa dinamica a doppia velocità continua a frenare i consumi in volume. Le vendite della grande distribuzione si stabilizzano senza crescita, con l’alimentare che tiene meglio del non-food.
Tra i pochi dati positivi, l’energia richiesta sulla rete Terna nell’area torinese cresce dell’8% (Italia +1,6%), indicatore correlato all’attività economica reale. Anche la logistica accelera dopo la pausa di inizio 2025, ma senza superare livelli particolarmente elevati.
Sopra l’Italia, lontano dai leader europei
Il Pil pro capite piemontese raggiunge 39.040 euro, superiore alla media italiana (35.800), ma molto distante dai 51.000 della Lombardia e dai benchmark europei come Monaco di Baviera (64.900). Il confronto con Lione (38.100) e Barcellona (39.400) colloca la regione in una posizione intermedia, senza eccellenze.
Il nodo 2026: rischio stagnazione
Le prospettive per il 2026 aprono interrogativi rilevanti. La spinta del Pnrr è destinata a ridursi, il ciclo turismo-edilizia appare in esaurimento e la produttività è scesa per due anni consecutivi perché l’occupazione è cresciuta più del Pil. Servono nuovi motori: export verso mercati alternativi, investimenti produttivi, innovazione industriale. Senza questi fattori, il rischio è una stagnazione prolungata.
Il presidente del Comitato Torino Finanza Vladimiro Rambaldi sottolinea che l’accelerazione finale del 2025 dimostra resilienza, ma ammette che il terzo anno di crescita “zero virgola” impone una svolta su modelli produttivi, mercati e competitività manifatturiera. Sulla stessa linea Massimiliano Cipolletta, vicepresidente di Unioncamere Piemonte e presidente della Camera di commercio di Torino: la tenuta del sistema è un segnale positivo, ma la crescita frazionale per il terzo anno consecutivo obbliga a ripensare il modello di sviluppo puntando su produttività e innovazione.
Il messaggio, dietro le formule di circostanza, è chiaro: il Piemonte resiste, ma non corre più. E senza una strategia industriale nuova, rischia di restare fermo mentre gli altri avanzano.


