Iren, stipendi d'oro per i vertici: scoppia il caso del doppio ruolo
07:00 Mercoledì 04 Marzo 2026Presidente e vicepresidente assunti come dirigenti nella società che guidano. Caso pressoché unico. Compensi in forte crescita e bonus milionari. Un dossier di alcuni azionisti mentre si attende il responso della Consob sulla vicenda Dal Fabbro
Mentre sono ancora sul tappeto le questioni legate alle recenti vicende societarie – dall’esposto alla Consob legato alle operazioni del fondo Xenon riconducibile al presidente Luca Dal Fabbro, fino agli equilibri di governance che potrebbero essere rimessi in discussione – dentro Iren si affaccia un tema destinato a riscaldare ancor più il clima: quello dei compensi dei vertici e delle scelte adottate negli ultimi anni per ridefinirne ruolo e inquadramento.
Non è soltanto una questione di cifre, che pure hanno registrato un’evoluzione significativa. A richiamare l’attenzione è soprattutto il modello organizzativo introdotto, con presidente e vicepresidente che, oltre alle funzioni di amministratori, sono stati assunti come dirigenti dipendenti della stessa società. Una configurazione piuttosto inusuale per realtà quotate di questo tipo e che ora si avvia a diventare materia di confronto tra i soci.
Un report dettagliato, predisposto da alcuni azionisti e pronto a essere trasmesso agli organi interni, ricostruisce numeri e passaggi con una precisione tale da aprire interrogativi politici e industriali. Non si tratta soltanto dell’entità delle cifre, che secondo alcune valutazioni interne risultano superiori ai benchmark di mercato. Il punto più sensibile riguarda soprattutto una scelta organizzativa considerata senza precedenti nel panorama delle utilities. Presidente e vicepresidente, oltre a esercitare funzioni di indirizzo e controllo tipiche del vertice societario, sono dirigenti dipendenti della stessa azienda che governano. Una configurazione che, secondo chi ha redatto il dossier, non trova riscontri tra le società analoghe.
Quando i vertici costavano molto meno
Per comprendere la portata del cambiamento, il documento parte dal confronto storico. Durante le presidenze di Paolo Peveraro e Renato Boero, con Ettore Rocchi alla vicepresidenza, il sistema dei compensi seguiva uno schema tradizionale.
Il presidente percepiva un’indennità di 150 mila euro annui, a cui si aggiungevano 23 mila euro come consigliere di amministrazione, per un totale di 173 mila euro. Il vicepresidente riceveva 40 mila euro più i 23 mila da consigliere, arrivando a 63 mila euro complessivi.
L’amministratore delegato percepiva 57 mila euro per la carica. A questi si sommava il contratto a tempo determinato come direttore generale del valore di 247 mila euro annui, oltre a una componente variabile di circa 60 mila euro pari al 25% della retribuzione fissa. Il totale era intorno ai 360 mila euro annui. Era inoltre previsto che l’ad-direttore generale ricevesse ogni tre anni un bonus di lungo periodo pari al 140% della retribuzione lorda annua, circa 340 mila euro.
Nel 2019 si registra il primo incremento significativo. La parte variabile dell’amministratore delegato sale dal 25% al 35%, portando la retribuzione potenziale da circa 360 mila a circa 420 mila euro annui in caso di raggiungimento degli obiettivi. Contestualmente il nuovo piano di incentivazione di lungo periodo prevede, dopo tre anni, un bonus pari al 105% della retribuzione annua lorda, circa 250 mila euro.
Ascesa di Ferretti e il salto con Armani
In quegli stessi anni cresce progressivamente anche il peso economico di Moris Ferretti, allora semplice consigliere. Dal 2016 al 2021 i suoi compensi aumentano in modo costante grazie all’accumulo di incarichi nelle società del gruppo. Si passa dai 34 mila euro del 2016 ai 56 mila del 2017, fino ai 90 mila del 2018 e del 2019, anno in cui diventa vicepresidente a maggio. Poi 127 mila nel 2020 e 147 mila nel 2021.
Nello stesso periodo il presidente Boero ottiene circa 20 mila euro in più grazie al ruolo di consigliere e presidente di Scarlino spa, controllata del gruppo.
Un ulteriore salto avviene con l’arrivo come amministratore delegato e direttore generale di Gianni Vittorio Armani. La retribuzione cresce sensibilmente rispetto al predecessore Massimiliano Bianco. La parte da direttore generale passa da 247 mila a 400 mila euro. Resta invariato il compenso da amministratore delegato di 57 mila euro e la componente variabile rimane al 35%. Il totale annuo arriva così intorno ai 590 mila euro, a fronte della pressoché totalità delle deleghe operative.
Arrivo di Dal Fabbro e la svolta degli incentivi
Quando nel giugno 2022 entra Luca Dal Fabbro alla presidenza, in sei mesi percepisce circa 120 mila euro. La cifra deriva dal compenso proporzionato alla durata del mandato – circa 70 mila euro più 15 mila come consigliere – e da ulteriori 35 mila euro per incarichi nelle società del gruppo.
Il passaggio destinato a incidere maggiormente avviene però già nel luglio dello stesso anno. Si decide infatti di includere presidente e vicepresidente nel meccanismo di incentivazione triennale 2022-2024, da pagare in un’unica soluzione nel 2025. Il piano stabilisce che l’incentivo monetario target e massimo conseguibile sia pari, su base annua, a circa il 33% per il presidente esecutivo e al 25% per il vicepresidente esecutivo del totale dei compensi variabili riconosciuti all’amministratore delegato e direttore generale, pari a 280 mila euro lordi. In termini concreti significa un futuro bonus di circa 90 mila euro per Dal Fabbro e 70 mila per Ferretti. Fino al 2022, ricorda il dossier, per presidente e vicepresidente non erano previste né componenti variabili di breve termine né indennità in caso di scioglimento anticipato del mandato.
La trasformazione in dirigenti dipendenti
Il vero punto di svolta arriva nel 2023. Con l’uscita di Armani le deleghe operative vengono inizialmente assunte da Dal Fabbro e Ferretti. Successivamente, quando a fine agosto subentra Paolo Signorini come amministratore delegato, alcune deleghe operative vengono sottratte alla nuova figura. Nel periodo di vacanza tra i due manager, durato 79 giorni – dal 12 giugno al 30 agosto 2023 – il consiglio assegna ai due vertici un’indennità straordinaria una tantum per la temporanea assunzione delle deleghe dell’ad. Il compenso sarà percepito l’anno successivo. Contestualmente alla nomina di Signorini avviene però la trasformazione più rilevante. Sia Dal Fabbro sia Ferretti vengono assunti a tempo determinato come direttori strategici del gruppo.
Secondo il report dei soci si tratta di una situazione rara già per la presenza di tre figure con deleghe operative rilevanti all’interno del consiglio di amministrazione. Diventa ancora più singolare per il fatto che tutte e tre risultino contemporaneamente dirigenti dipendenti della società.
Nuove retribuzioni e contratti oltre il mandato
Da quel momento cambia anche la struttura dei compensi. Fino al 30 agosto 2023 presidente e vicepresidente erano indennizzati secondo il modello precedente. Dal primo settembre entrambi percepiscono invece uno stipendio da lavoratori dipendenti con parte fissa e variabile, senza possibilità di cumulare compensi da altri consigli di amministrazione del gruppo per policy aziendale.
Per il presidente la retribuzione annua lorda fissa è pari a 260 mila euro, livello mai raggiunto prima per la carica. A questa si aggiunge una componente variabile target pari a circa il 30,8% della Ral (retribuzione annua lorda), portando il totale potenziale intorno ai 340 mila euro. Per il vicepresidente la Ral fissa è di 198 mila euro. La variabile target è pari al 37,9%, per un totale potenziale di circa 270 mila euro.
I contratti hanno durata triennale nonostante la scadenza del mandato fosse prevista per l’assemblea di metà 2025. Secondo alcuni soci ciò implica che ruolo e compenso da direttori avrebbero comunque superato la naturale durata della carica. Nel 2025 il contratto a tempo determinato diventa un contratto a tempo indeterminato: il che significa che andranno liquidati con una somma variabile da 6 a 30 mensilità.
Deleghe ampliate e compensi raddoppiati
La giustificazione formale dell’aumento risiede nell’ampliamento delle deleghe. Il presidente, che già deteneva competenze rilevanti come M&A, relazioni istituzionali, comunicazione e innovazione, assume anche affari regolatori e finanza strategica. Il vicepresidente diventa invece direttore strategico con delega al personale e all’Esg (environmental, social, e governance), coordinando strutture già esistenti che continuano a operare. Dal punto di vista economico, tuttavia, il salto è evidente. Ferretti passa dai circa 135 mila euro dell’anno precedente a un potenziale raddoppio fino a 270 mila.
Il 2024 e l’effetto Signorini sui compensi
Nel 2024 la situazione si complica ulteriormente con l’arresto e il successivo licenziamento di Signorini. Le deleghe operative tornano temporaneamente a Dal Fabbro e Ferretti dal 7 maggio al 10 settembre, per circa 120 giorni.
Il presidente supera così i 580 mila euro complessivi. La cifra deriva da 260 mila di fisso, 86 mila di variabile e circa 240 mila euro di compensi per l’assunzione temporanea delle deleghe sia nel 2023 sia nel 2024. Il vicepresidente raggiunge circa 360 mila euro. Sono composti da 198 mila di fisso, circa 80 mila di variabile e circa 84 mila per le supplenze operative.
Nel frattempo, il nuovo amministratore delegato e direttore generale Gianluca Bufo, già dirigente in organico, subentra sostanzialmente con il contratto precedente, intorno ai 600 mila euro annui con variabile, pur con un perimetro di deleghe inferiore rispetto ad Armani.
Il confronto ieri e oggi
Il confronto storico elaborato nel dossier rende evidente l’evoluzione. I presidenti Peveraro e Boero percepivano 173 mila euro annui, mentre Dal Fabbro passa da un livello analogo più incarichi nel gruppo a circa 344 mila dal 2023. Il vicepresidente Rocchi percepiva 63 mila euro. Ferretti arriva invece fino a 272 mila dal 2023. A questi importi si aggiungono gli incentivi di lungo periodo maturati nel triennio 2022-2024 e pagabili nel 2025. Si tratta di circa 250 mila euro per Dal Fabbro e 170 mila per Ferretti.
Un tema destinato a pesare
È su questo insieme di scelte – aumento dei compensi, trasformazione in dirigenti dipendenti, moltiplicazione delle deleghe e bonus – che si concentra ora l’attenzione di soci e azionisti. Una discussione che rischia di intrecciarsi inevitabilmente con le altre partite ancora aperte sulla governance e sui rapporti con le autorità di vigilanza.
Se davvero la Consob dovesse intervenire costringendo il consiglio a riaprire i dossier pendenti, il caso stipendi potrebbe trasformarsi nel detonatore politico di una stagione già complessa. E questo nonostante il tentativo del Cda, ancora nell’ultima seduta (a Torino, la settimana scorsa) di rubricare la questione a bagatella di scarsa rlevanza. Perché nel risiko delle multiutility del Nord non contano soltanto le quote azionarie e le alleanze industriali. Contano anche le buste paga. E quelle, a giudicare dal dossier che circola tra gli azionisti, promettono di far discutere parecchio.


