Referendum, Meloni chiama Esposito. E anche Laus lo vuole sul palco
15:00 Mercoledì 04 Marzo 2026Il 12 marzo la premier sarà al Parenti di Milano per mobilitare il fronte del Sì. Nello stesso momento a Torino il deputato Pd, riformista passato alla corte di Schlein, spiega il suo No e invita a parlare due sostenitori della riforma: tra loro l'ex senatore dem
Il 12 marzo si annuncia come uno spartiacque della battaglia referendaria sulla giustizia. Una data cerchiata in rosso nei taccuini di Palazzo Chigi ma anche nelle agende – tutt’altro che allineate – di una parte del Pd. E non solo perché quel giorno la premier Giorgia Meloni salirà sul palco del Parenti di Milano per il suo primo vero comizio per il Sì. Quasi in contemporanea, a Torino, al Teatro Juvarra, andrà infatti in scena un curioso controcanto politico: il deputato dem Mauro Laus spiegherà il suo No alla riforma. Con una formula singolare: prima darà la parola a due sostenitori del Sì. Poi replicherà. Una pièce parallela che, a ben guardare, si intreccia direttamente con la kermesse milanese.
Dentro Fratelli d’Italia la notizia circola ormai con insistenza: “Giorgia ci sarà”. Il comizio del Parenti –salvo imprevisti internazionali dovuti alla guerra – dovrebbe essere l’unico vero appuntamento pubblico della campagna referendaria della premier. Una scelta maturata negli ultimi giorni, dopo settimane di prudenza e dopo aver soppesato il rischio di “politicizzare” troppo il voto. I sondaggi non fanno dormire sonni tranquilli, i numeri sono sempre più ballerini. Così i briefing si susseguono quasi quotidianamente tra Palazzo Chigi e via della Scrofa. Il vero cruccio è l’affluenza. Convincere gli elettori a recarsi ai seggi il 22 e 23 marzo è diventata la priorità assoluta. Da qui la pressione crescente sulla premier: “Solo tu puoi mobilitare i nostri”.
Meloni, che nelle ultime settimane ha già moltiplicato interviste televisive, punta molto sul racconto delle storture della giustizia più che sugli aspetti tecnici della riforma. Non a caso il leitmotiv della sua campagna è ormai chiaro: gli errori e le derive di quella che definisce «la parte politicizzata della magistratura», accusata di ostacolare anche le politiche del governo contro l’immigrazione illegale.
Il contrappunto torinese
Ed è qui che entra in scena Torino. Perché l’iniziativa organizzata da Laus non è uno dei soliti dibattiti tra favorevoli e contrari. Uno dei due misteriosi sostenitori del Sì – annunciati nella locandina social con il volto coperto da due punti interrogativi – è infatti Stefano Esposito. L’ex senatore del Pd, completamente scagionato dalla lunga e tormentata vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, è diventato uno dei front runner più visibili del fronte del Sì. Presenza ormai fissa nei talk show Mediaset e sempre più spesso anche in Rai, Esposito è considerato uno dei testimonial più efficaci della riforma. Talmente efficace che – raccontano – la stessa Meloni avrebbe chiesto esplicitamente la sua presenza alla kermesse milanese. Non solo: i social manager di Fratelli d’Italia da settimane rilanciano video e interventi dell’ex parlamentare torinese.
Dietro c’è anche un rapporto personale. Tra la premier e Esposito esiste infatti una consuetudine che risale ai tempi in cui entrambi erano giovani parlamentari. Un rapporto di confidenza che non si è interrotto neppure ora che quella che allora era vicepresidente della Camera è salita a Palazzo Chigi. I due continuano a sentirsi e a scambiarsi messaggi con una certa regolarità.
Tra Milano e Torino
La domanda, a questo punto, è quasi logistica: Esposito riuscirà a fare la spola tra Milano e Torino per punzecchiare Laus in casa sua? Oppure lascerà l’incombenza all’altro ospite misterioso, Luca Cassiani? L’ex consigliere comunale e regionale del Pd, avvocato è oggi uno degli alfieri di quella “sinistra per il Sì” che non intende rinnegare il garantismo progressista. Quello che affonda le radici nelle idee di Giuliano Vassalli: eroe della Resistenza, padre costituente e ministro socialista della Giustizia nel governo De Mita. Fu proprio Vassalli, mentre lavorava al nuovo codice di procedura penale entrato in vigore il 22 settembre 1988, a indicare nella separazione delle carriere tra pm e giudici l’approdo naturale del sistema accusatorio. Una posizione che il Pd – quando era ancora orgogliosamente riformista – non considerava affatto una bestemmia.
Il match con Travaglio
Prima del 12, Esposito avrà già avuto modo di scaldare i motori. Il 9 marzo, alle 15, nell’aula magna della Cavallerizza in via Verdi, affronterà in un confronto pubblico che promette scintille Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano e punta di diamante del fronte giustizialista. I due, del resto, non appartengono alla categoria dei diplomatici. Esposito è uno dei testimonial più combattivi del Sì,. una contesa che per lui non è solo politica ma anche personale. Dall’altra parte del tavolo siederà Travaglio, che da anni guida la trincea mediatico-editoriale del giustizialismo italiano e che vede nella riforma un tentativo di indebolire l’autonomia dei pubblici ministeri. Il giornalista torinese, in fondo, è il più coerente interprete di quella cultura politico-giudiziaria che negli anni del populismo grillino ha trovato la sua stagione d’oro, trasformando procure e processi in uno dei principali campi di battaglia della politica.
Due visioni opposte della giustizia, due dialettiche affilate, due caratteri poco inclini alle mezze misure. Difficile immaginare che l’incontro alla Cavallerizza possa trasformarsi in un seminario universitario. Molto più probabile che assomigli a un ring dialettico, dove colpi bassi e stoccate non mancheranno. E dove, come spesso accade quando si incrociano Esposito e Travaglio, la platea non resterà certo annoiata. Preparate i popcorn.
La linea di Laus
Intanto Laus, riformista che ha scelto di seguire la componente di Stefano Bonaccini alla corte della segretaria Elly Schlein, spiega sui social la ragione per cui ha dato questa formula alla sua iniziativa: «Lo farò con rispetto, dando spazio a due sostenitori del Sì perché possano esprimere liberamente le loro convinzioni. Poi parlerò io, perché sulla giustizia non servono slogan ma responsabilità, coscienza e amore per la nostra democrazia. La nostra Carta costituzionale è figlia di sacrifici, di dolore e di speranza: custodirla e difenderne l’equilibrio è un dovere morale prima ancora che politico».
Parole nobili, senza dubbio. Anche se qualcuno malignamente fa notare che proprio nel campo riformista – da Vassalli in avanti – l’idea di distinguere le funzioni tra chi accusa e chi giudica non è mai stata considerata una minaccia alla Costituzione. La sua è una scelta politica, legittima, che non solo trascende il contenuto della riforma ma è intrecciata alle logiche interne di partito, soprattutto alla formazione delle liste nel 2027.
L’ultimo miglio
Mancano poco più di due settimane al voto. Nel Pd assicurano che «i nostri sono mobilitati». Nel centrodestra, invece, il vero timore resta la partecipazione. Per questo il 12 marzo Milano e Torino offriranno una fotografia quasi perfetta del momento: da una parte la mobilitazione del governo, dall’altra un pezzo di opposizione che discute con le proprie contraddizioni.
In mezzo, gli elettori chiamati a decidere se quella separazione delle carriere che mezzo secolo fa sembrava un approdo naturale del garantismo riformista sia davvero, oggi, un pericolo per la democrazia. Oppure semplicemente una riforma che qualcuno ha smesso di difendere lungo la strada.


