Elkann vende la Stampa a Leonardis (condoglianze, vecchia Busiarda)
11:40 Mercoledì 04 Marzo 2026Firmato il preliminare con il gruppo Sae, che già in passato aveva rilevato alcune testate locali. Tanti interrogativi sulla solidità finanziaria di un'operazione basata su una colletta di investitori piuttosto eterogenei. Ci sarebbe pure la Federtennis
Dopo mesi di retroscena, indiscrezioni, trattative avviate e poi bruscamente interrotte (la cordata veneta guidata dal banchiere Enrico Marchi), cambi repentini di interlocutori e smentite che non hanno mai davvero convinto fino in fondo, il risiko editoriale attorno alla Stampa arriva al primo passaggio formale. Il contratto preliminare è stato firmato: Gedi cederà il foglio agnellesco al Gruppo Sae. L’annuncio è arrivato con un comunicato congiunto delle due società e certifica quello che da settimane si dava ormai per imminente nei corridoi dell’editoria torinese: il gruppo controllato da Exor della famiglia allargata di John Elkann è molla al suo destino il quotidiano di casa.
La cessione comprende un perimetro ampio: non soltanto la testata, ma anche le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale e le strutture di supporto alla redazione. In sostanza, passa di mano l’intera macchina editoriale costruita negli anni attorno al quotidiano torinese.
Sae Piemonte
L’operazione verrà realizzata attraverso una società di nuova costituzione controllata dal Gruppo Sae, nella quale – secondo la nota diffusa dalle società – è previsto anche l’ingresso di investitori “legati al territorio del Nord Ovest”. Una formula volutamente vaga che non scioglie il nodo dei nomi, ma che conferma come la partita sulla Stampa non sia soltanto industriale. A Torino, quando si muove il giornale di via Lugaro, la politica e gli equilibri territoriali non restano mai fuori dalla porta.
Intanto, dietro la costruzione della newco, continua il lavoro di cucitura finanziaria. Perché, come raccontato nelle ultime settimane dallo Spiffero, la partita si è trasformata sempre più in una sorta di colletta tra imprenditori e sponsor del territorio chiamati a mettere qualche milione per sostenere l’operazione. Il patron di Sae, Leonardis, avrebbe finora raccolto solo una parte delle risorse necessarie – qualche quota da circa 2,5 milioni – mentre il fabbisogno complessivo per comprare il giornale e garantirne la gestione è stimato tra i 40 e i 50 milioni. In questo quadro, nelle ultime ore sarebbe spuntato anche il nome della Federazione Italiana Tennis e Padel, che secondo voci avrebbe messo sul tavolo 5 milioni di euro, pare grazie all’intercessione della vicepresidente, l’ex sindaca di Torino e oggi deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino. Se confermata, sarebbe l’ennesima tessera di un mosaico finanziario costruito più per sommatoria di contributi che per la forza patrimoniale di un singolo grande investitore – circostanza che alimenta più di una perplessità negli ambienti dell’editoria e della finanza.
Le incognite
Nel comunicato si parla di progetto editoriale “sostenibile e di lungo termine”, capace di garantire continuità nel posizionamento storico della testata e di preservarne indipendenza e legame con il territorio. Parole di circostanza che accompagnano quasi tutte le operazioni di questo tipo. Il perfezionamento della cessione è previsto entro il primo semestre del 2026, dopo il passaggio delle procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.
Ed è proprio su questo terreno che si addensano le prime perplessità. Perché se è vero che il Gruppo Sae negli ultimi anni ha costruito una rete di quotidiani locali – tra cui La Provincia Pavese, Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Nuova Ferrara, Gazzetta di Modena e Gazzetta di Reggio – è altrettanto vero che attorno alla solidità finanziaria del gruppo e alla sua strategia editoriale non sono mancate, negli ultimi tempi, domande rimaste senza risposta.
Domande che riguardano i bilanci, ma anche la linea industriale. Mentre si annunciano nuove acquisizioni o si perfezionano trattative, nello stesso tempo si riducono organici, si chiudono edizioni provinciali soprattutto in Toscana e Sardegna, e si ricorre alla cassa integrazione con l’attivazione di esodi e prepensionamenti sostenuti con fondi pubblici. Una dinamica che più di un osservatore fatica a conciliare con l’idea di un progetto editoriale in espansione.
Piani saltati
In questo scenario il ruolo di Alberto Leonardis – l’imprenditore aquilano che guida il gruppo pur non possedendo la maggioranza – resta centrale e al tempo stesso controverso. La parabola di Sae, quando nacque dalle ceneri di una parte dell’ex impero editoriale locale, veniva raccontata come un piccolo laboratorio del futuro dell’informazione territoriale. Un “gioiellino” del sistema informativo locale, come lo definivano alcuni dei suoi sostenitori più convinti, persuasi – allora come oggi – che il futuro dell’editoria italiana passi proprio dall’informazione di prossimità.
Non a caso il progetto originario prevedeva un disegno molto più ambizioso. Nel piano strategico del gruppo si parlava di una rete di iniziative collaterali capaci di rafforzare il sistema dei giornali locali: un centro di produzione di contenuti multimediali in Sardegna, una facoltà di giornalismo digitale in Emilia, una scuola di graphic journalism in Toscana con tanto di concorso interregionale. Progetti che avrebbero dovuto attrarre contributi pubblici e privati e costruire un ecosistema attorno alle testate. Promesse che, almeno finora, non hanno trovato una realizzazione concreta e che secondo alcuni osservatori sono rimaste intrappolate nelle scelte di un consiglio di amministrazione percepito come fortemente accentrato.
Anche sul piano finanziario la crescita del gruppo è stata sostenuta da interventi bancari e dall’ingresso di soggetti istituzionali nel capitale, operazioni che all’epoca vennero presentate come la base per consolidare il progetto editoriale. Ma oggi, davanti alla prospettiva di mettere le mani su una testata come la Stampa, torna inevitabile la domanda sulla capacità di sostenere un salto dimensionale così impegnativo.
La storia dirà se l’operazione segnerà davvero l’inizio di una nuova stagione per il quotidiano torinese oppure l’ennesimo capitolo della lunga agonia dell’editoria italiana. Di certo la Busiarda, come i torinesi chiamavano con affetto e ironia, per quanto abbia attraversato fasi storiche con posizioni di cui non sempre può vantarsi, meriterebbe di meglio. Per ora il preliminare è firmato e la partita entra nella fase decisiva. Non resta che fare gli auguri alla nuova proprietà e a chi lavorerà per portare in porto l’operazione.
E ora tocca a Repubblica
Intanto sullo sfondo resta l’altra partita, quella ben più grande, che riguarda l’intero gruppo Gedi. La lunga trattativa per la cessione del polo editoriale controllato da Exor al gruppo greco della famiglia Kyriakou sarebbe ormai alle battute finali e, secondo quanto trapela dai protagonisti seduti al tavolo, mancherebbero soltanto alcuni dettagli per arrivare alla firma. L’esclusiva è scaduta alla fine di gennaio e non è stata formalmente rinnovata, ma solo perché nel frattempo non si sarebbero fatti avanti altri pretendenti – in passato tra i nomi circolati anche quello di Leonardo Maria Del Vecchio. Lo schema che sta prendendo forma prevede che il gruppo greco Antenna rilevi l’intero perimetro di Gedi – quindi La Repubblica, La Stampa e le diverse radio – per poi cedere successivamente il quotidiano torinese alla Sae di Leonardis, rispettando così l’impegno sancito dal preliminare appena firmato.


