FIANCO DESTR

Faida tra Fratelli d'Italia su Nicco. Crosetto jr.: "Basta fuoco amico"

La decisione di mantenere la seduta di Palazzo Lascaris durante l'iniziativa con Nordio diventa il detonatore di una frattura già profonda tra le componenti interne. E c’è chi prepara il ribaltone a fine anno. L'europarlamentare: "Imparate a stare nelle istituzioni"

Altro che semplice polemica sul calendario del Consiglio regionale. Il “caso Nicco” – nato dalla decisione di non rinviare la seduta di Palazzo Lascaris nonostante la presenza a Torino del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario Andrea Delmastro per l’iniziativa sul referendum sulla separazione delle carriere – è solo l’ultimo segnale di un clima che dentro Fratelli d’Italia in Piemonte è diventato rovente.

Dietro l’incidente istituzionale, sollevato ieri dallo Spiffero, che ha costretto molti consiglieri di maggioranza a restare in Aula per garantire il numero legale mentre si teneva l’evento con i big del partito, si muove infatti una frattura ben più profonda. Una divisione che attraversa da tempo la destra piemontese e che negli ultimi mesi si è fatta sempre più evidente: da una parte l’anima identitaria, i “nativi aennini” – quando non direttamente missini – la cosiddetta generazione Atreju; dall’altra quella proveniente da altre storie politiche, soprattutto da Forza Italia.

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Una faglia che in Piemonte è ancora più marcata che altrove. Non solo perché la regione è la terra natale di uno dei fondatori del partito, Guido Crosetto, ma anche perché proprio attorno a lui si è strutturata una parte consistente della classe dirigente locale. Ai cosiddetti crosettiani – un’area che raccoglie ex socialisti ed ex democristiani transitati per la formazione berlusconiana – appartengono, tra gli altri, il segretario regionale Fabrizio Comba e il ras novarese Gaetano Nastri. E, appunto, anche Davide Nicco.

Il presidente del Consiglio regionale non è un prodotto della destra tradizionale. La sua carriera politica nasce altrove. È stato sindaco di Villastellone per due mandati consecutivi, dal 2009 al 2019, eletto con liste di centrodestra sostenute da Forza Italia e prima ancora dal Popolo della Libertà. Il passaggio a Fratelli d’Italia avviene proprio nel 2019, in occasione delle elezioni regionali in Piemonte. Nella legislatura precedente era risultato primo dei non eletti nella lista FdI della provincia di Torino e subentrò poi al dimissionario Roberto Rosso.

Un profilo che, dentro un partito sempre più segnato dal confronto tra identitari e “nuovi arrivati”, lo rende inevitabilmente bersaglio facile. Non a caso, dietro le polemiche sull’Aula che non si sposta per fare spazio all’evento di partito, molti leggono una manovra più ampia: logorare Nicco in vista del giro di boa della legislatura, quando a fine anno scatterà il rinnovo delle cariche di metà mandato.

L’atto di accusa

Ma la vicenda della seduta non spostata per fare spazio all’evento con Nordio è solo l’ultimo capitolo di una serie di attriti che da mesi alimentano il malcontento interno verso il presidente del Consiglio regionale. Tra i dossier che vengono rinfacciati a Nicco c’è il cosiddetto “lodo Asa”, che ha provocato tensioni nel gruppo per la gestione della procedura in aula e per il modo in cui la questione è stata affrontata sotto il profilo regolamentare.

Altri malumori sono emersi sulla gestione dei lavori consiliari, con alcune opposizioni – ma anche pezzi della stessa maggioranza – che in più occasioni hanno contestato l’ammissibilità di question time e atti ispettivi giudicati impropri o fuori tema. Episodi che hanno alimentato la narrazione, tra i suoi detrattori, di un presidente poco incisivo nella conduzione dell’Aula.

Non solo. A scatenare fibrillazioni è stata anche la vicenda della nomina del Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Giovanni Ravalli, anche lui “amico” dei crosettiani, scelta che ha generato malumori trasversali e perfino qualche esposto interno, con accuse di gestione poco lineare della procedura.

Tasselli che, messi uno accanto all’altro, vengono oggi utilizzati dai suoi avversari interni per alimentare il dossier contro quello che nel lessico più spietato del gruppo meloniano di via Alfieri viene liquidato come “l’inutile Nicco”.

Il soccorso di Crosettino

In questo scenario, a prendere apertamente le difese del presidente dell’assemblea è sceso in campo Giovanni Crosetto, europarlamentare e nipote del ministro della Difesa. Una presa di posizione particolarmente dura, anche perché lui stesso ha sperimentato sulla propria pelle il fuoco amico del partito. Il riferimento è alla vicenda Asa, il tentativo di intervento normativo per salvare dal baratro dei debiti i Comuni del Canavese coinvolti nella crisi della società pubblica. Crosetto fu l’autore del dispositivo pensato per offrire una via d’uscita ai Comuni del Canavese schiacciati dai debiti della partecipata. L’iniziativa però si trasformò presto in un boomerang politico: accusato di aver scavalcato il gruppo regionale, si ritrovò sotto le forche caudine dei consiglieri di Palazzo Lascaris – a partire da quelli del suo stesso partito – e costretto ad acconciarsi una procedura formale in aula.

Un precedente che spiega bene la durezza con cui oggi l’europarlamentare reagisce al fuoco incrociato su Nicco. E lo fa con parole tutt’altro che diplomatiche. «Basta con il fuoco amico, è necessario riportare la discussione su un piano istituzionale. Il Presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, non rappresenta una parte politica ma l’intero Consiglio regionale, quindi sia la maggioranza sia l’opposizione. Proprio per questo motivo il suo ruolo richiede equilibrio, responsabilità e rispetto delle istituzioni».

Crosetto entra poi nel merito della vicenda che ha scatenato le polemiche. «La seduta del Consiglio regionale era già stata regolarmente convocata. Rinviarla per un evento di partito, per quanto importante, non sarebbe stato istituzionalmente corretto, come tra l’altro sostenuto anche dal capogruppo di quello stesso partito, Carlo Riva Vercellotti. In un momento storico in cui la politica è spesso accusata di confondere i piani tra partito e istituzioni, la scelta di mantenere la seduta dimostra invece maturità e senso delle istituzioni».

E ancora: «È esattamente questo che ci si aspetta da chi ricopre ruoli di garanzia. Per questo trovo francamente fuori luogo le polemiche sollevate da alcuni esponenti della stessa maggioranza: piuttosto che lamentarsi e sollevare le ennesime e sterili polemiche, dovrebbero imparare cosa vuol dire rappresentare un’istituzione, cosa che Davide Nicco ha dimostrato di saper fare. È questa la serietà che i cittadini si aspettano dalla politica».

Il gigante di Marene, il nipote di Torino

Non è la prima volta che Crosetto junior entra a gamba tesa nelle dinamiche interne del partito. Era stato lui, per esempio, a mettere i paletti sulla possibile candidatura a sindaco di Torino dell’assessore regionale Maurizio Marrone, dopo essere stato a sua volta costretto dalla componente più identitaria – quella che in Piemonte fa riferimento soprattutto ad Augusta Montaruli e Andrea Delmastro, pur con differenze non irrilevanti tra i due – a lasciare il seggio in Sala Rossa per concentrarsi esclusivamente sull’attività di europarlamentare tra Bruxelles e Strasburgo, dove peraltro il suo lavoro viene giudicato molto positivamente.

Il quadro locale, del resto, non è isolato dal contesto nazionale. Nonostante le smentite di rito, i rapporti tra la premier Giorgia Meloni e il gigante di Marene sarebbero ai minimi termini. L’ultimo inciampo – la presenza del ministro a Dubai proprio allo scoppio della guerra in Medio Oriente – avrebbe fatto infuriare la presidente del Consiglio. Sullo sfondo restano poi gli scontri sulle nomine di sottogoverno e la gestione delle agenzie di intelligence.

Se a Roma il clima è glaciale, in Piemonte i fratelli coltelli affilano le lame. Il prossimo appuntamento sarà il rinnovo delle cariche di metà mandato a Palazzo Lascaris, previsto a fine anno. Ed è lì che molti, dentro il gruppo meloniano di via Alfieri, vorrebbero regolare i conti con Nicco.

Logorare Nicco

Tra i più critici c’è chi non esita a definirlo «inutile». Ma il piano per farlo fuori si scontra con un problema non secondario: trovare un successore non tanto credibile quando praticabile, capace di mettere d’accordo le varie anime senza alterare troppo gli equilibri. Un nome che circola è quello di Roberto Ravello. Per statura politica sarebbe più che adeguato: ex assessore all’Ambiente nella giunta di Roberto Cota, lunga militanza nella destra e un cursus honorum di tutto rispetto. Ma Ravello, insieme alla moglie – la senatrice Paola Ambrogio – è uno dei pochi rimasti fedelissimi di Agostino Ghiglia, storico federale di Alleanza Nazionale oggi componente del Garante della Privacy. Un legame che in questa fase pesa.

L’altra ipotesi sarebbe Carlo Riva Vercellotti, attuale capogruppo. Uno dei pochi che, lasciando Forza Italia – cui aveva aderito fin dal 1994 – ha scelto la corrente giusta, legandosi a Andrea Delmastro e soprattutto alla sua fedelissima Elena Chiorino, vicepresidente della Regione. Ma sguarnire una postazione strategica come quella di capogruppo a Palazzo Lascaris, in un partito dove le logiche interne spesso contano più delle collocazioni istituzionali, è tutt’altro che semplice.

Così, paradossalmente, dopo settimane di polemiche e dopo avergli fatto sudare le proverbiali sette camicie, Davide Nicco potrebbe anche restare dov’è. Sullo scranno più alto dell’emiciclo di Palazzo Lascaris. Fino alla fine della legislatura. Forse.

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